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Valwrio Mastandrea e Aurora Cherchi in Armony@Ph Andrea Pirello
Armony, un ex camionista in pensione, è costretto e prendersi cura della nipotina per via della scomparsa della sorella. Riuscirà a creare un nucleo familiare alternativo composto dalla bambina, da Jenny, una vicina in dolce attesa, e Pamela, una vecchia amica transgender.
Il film Armony racconta la storia di molteplici personaggi che, in solitudine, ricercano spasmodicamente la propria identità: il protagonista deve reinventare la sua vita dopo la pensione; sua sorella, madre della piccola Carlotta, scappa per cercare sé stessa; la figlia di quest’ultima è appunto una bambina, quindi per definizione non ha una identità stabile perché la sta formando; infine, Jenny, la loro vicina di casa, è una ragazza incinta che si ritrova improvvisamente senza il padre di suo figlio. Il regista Dario Albertini realizza quindi un romanzo di formazione molteplice, dato che non solo racconta la ricerca dell’identità da parte di numerosi personaggi, ma anche la creazione e formazione di una nuova comunità, costituita dall’unione di queste solitudini, capace finalmente di offrire ai singoli individui una “famiglia” che appaghi le loro necessità esistenziali.


La ricerca di sé stessi viene sottolineata dalla costante presenza delle automobili e del movimento a cui danno luogo: Armony ha lavorato anni come camionista e ora, in pensione, viene spesso inquadrato a bordo di un’automobile mentre guida, ad esempio mentre accompagna la nipote a scuola. Il viaggio diviene così metafora di questa ricerca esistenziale, rappresentando il movimento dei protagonisti verso il desiderio di una vita migliore che, al contempo, determina il movimento della stessa trama del film.
La carenza di un’identità definita e il corrispettivo bisogno viene traslato anche allo spazio in cui è ambientato il film e al milieu sociale dei personaggi: nel primo caso, si tratta dei sobborghi della periferia romana, caratterizzata dalla compresenza liminare di palazzoni e radure di prati, cioè in bilico fra elementi riconducibili alla città e altri alla campagna. Nel secondo caso, i protagonisti fanno parte del sottoproletariato che popola queste periferie: la “maga” a cui si rivolge il protagonista, il compagno della ragazza incinta che vive di attività illecite, la sorella che scappa di casa sono tutti elementi che delineano un quadro di degrado ma anche di identità in transito perché non definite in senso borghese e monolitico, ma nella disperata ricerca di altro.


Armony racconta quindi di queste esistenze raffigurate come linee rette che inizialmente non si toccano se non marginalmente, essendo monadi isolate e reiette della società, oltre che alienate nella loro solitudine. Tuttavia, nel corso del lungometraggio questi individui riescono dare un senso alle proprie vite unendosi, cioè dando luogo alla comunione delle loro vite e supportandosi a vicenda. Quello che il regista Dario Alebrtini suggerisce allo spettatore al termine della visione è quindi un messaggio positivo ma trito perché semplicistico e banale, essendo infatti incentrato sulla possibilità di individuare una soluzione alla propria marginalità esistenziale volendosi bene e aiutandosi reciprocamente.
Nonostante il finale e il messaggio che lo caratterizza, Dario Albertini realizza un lungometraggio interessante e piacevole, arricchito inoltre dalle splendide interpretazioni degli attori, fra i quali si segnala in particolare il sempre straordinario Valerio Mastandrea.



