#AnneFrank. Vite parallele

A novant’anni dalla nascita, Helen Mirren racconta Anne Frank. Con le testimonianze di cinque sopravvissute all’Olocausto: per non dimenticare

8 Novembre 2019
2,5/5
#AnneFrank. Vite parallele

Se nell’Italia del 2019 Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, è costretta a vivere sotto scorta perché minacciata da chi continua a coltivare l’odio, allora #AnneFrank. Vite parallele (in sala solo 11, 12 e 13 novembre) appare un’operazione davvero necessaria, realizzata da Sabina Fedeli e Anna Migotto intrecciando tre piani narrativi.

Nel primo, Helen Mirren legge, interpreta, commenta, contestualizza il diario di Anne Frank, all’interno di uno spazio che ricostruisce nei minimi particolari il rifugio segreto in cui si nascose con la famiglia prima della deportazione.

Nel secondo, una ragazza dei giorni nostri (interpretata da Martina Gatto) ripercorre i luoghi della breve vita da Anne, dal campo di concentramento di Bergen-Belsen passando per il Memoriale della Shoah di Parigi fino alla casa segreta di Amsterdam. Un viaggio della memoria, raccontato con il linguaggio dei social, per riscoprire il mondo interiore di una ragazzina suo malgrado assurta a icona dell’intero secolo.

Nel terzo, cinque donne, internate quando erano coetanee o poco più piccole di Anne, rievocano le loro esperienze nei campi con sconvolgente esattezza. Sempre impegnate a raccontare alle nuove generazioni di meditare, come direbbe Primo Levi, che questo è stato, affinché mai si dimentichi l’orrore.

È sicuramente questo l’aspetto più prezioso del documentario. Non solo perché ha il merito di raccogliere le voci di alcune tra le ultime testimoni viventi, ma anche per la capacità di restituire tutta la tragedia di un popolo attraverso episodi personali eppure universali.

#AnneFrank. Vite parallele

E così ci restano impressi Sarah Lichtsztejn-Montard che gioca con i pidocchi per occupare il tempo; Arianna Szörenyi che mette da parte due patate lesse per la mamma; le sorelle Andra e Tatiana Bucci, scambiate per gemelle, che si salvano dagli esperimenti di Joseph Mengele; e Helga Weiss che conserva ancora la camicia del ragazzino amato morto in prigionia.

Il tema di fondo, sottolineato anche dagli incisivi interventi di storici e studiosi, è l’infanzia negata: uccidendo migliaia di bambini e adolescenti, i nazisti hanno annullato la possibilità di un futuro. Il fatto che queste donne continuino ancora a parlare costituisce di per sé una vittoria sul male. Il primo figlio è stata una vendetta contro i nazisti, dice orgogliosamente Sarah, il secondo un “marameo”.

Appaiono più deboli i frammenti con l’adolescente sulle tracce di Anne. Da una parte il personaggio costituisce una sorta di specchio nel quale il pubblico ideale del film (ragazze e ragazzi) è chiamato a riflettersi; dall’altra, l’espediente di una comunicazione social funzionale alla narrazione non sembra molto aderente al reale linguaggio di quella generazione.

Per quanto il carisma e l’autorevolezza di Mirren (doppiata da Ada Maria Serra Zanetti) garantiscano credibilità evitando la retorica spesso in agguato in queste occasioni, il documentario vive soprattutto grazie alle testimoni. Salve solo per circostanze fortunate, omaggiano ogni giorno il sacrificio di un popolo. E di ragazzine come Anne, che quest’anno avrebbe compiuto novant’anni.

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