Ang Babaeng Humayo (The Woman Who Left)

Lav Diaz e il riscatto del tempo perduto. Camera fissa e b/n abbacinante, altra opera magistrale del regista filippino. In Concorso

9 Settembre 2016
5/5
Ang Babaeng Humayo (The Woman Who Left)
The Woman Who Left

Non è facile (non lo è mai, a dire il vero) provare a circoscrivere in maniera “convenzionale”, attraverso la scrittura, l’esperienza che si vive di fronte (insieme, meglio) ad un’opera di Lav Diaz. Cineasta superficialmente conosciuto “per la lunghezza dei suoi film” (solamente sette mesi fa, al Festival di Berlino, portò Hele sa hiwagang hapis, che durava poco più di otto ore), il regista di Melancholia (che vinse la sezione Orizzonti di Venezia nel 2008, 450′) e Mula sa kung ano ang noon (Pardo d’Oro a Locarno nel 2013, 338′), fa il suo esordio in concorso alla Mostra di Venezia con Ang Babaeng Humayo (The Woman Who Left): come da titolo, racconta (in 226′, poco meno di quattro ore), la storia di una “donna che ha lasciato”, una donna – Horacia, interpretata da Charo Santos-Concio – che ha abbandonato la propria vita a causa di un’ingiustizia.

Siamo nelle Filippine del 1997, anno che fece registrare il più alto numero di sequestri e il più alto tasso di criminalità nel paese asiatico. Anno in cui morirono, a breve distanza una dall’altra, anche Lady Diana e Madre Teresa di Calcutta. Da trent’anni, invece, Horacia Somorostro (maestra, un tempo) vive dentro un penitenziario. Accusata di un crimine che non ha commesso, prova a trasmettere alle altre detenute, ai loro piccoli figli, i rudimenti scolastici e letterari che ancora ricorda. Poi, del tutto inaspettata, arriva la libertà, grazie alla confessione di chi, realmente, 30 anni prima aveva commesso quell’omicidio.

Seppur libera, Horacia potrà mai essere “risarcita” del tempo perduto? E’ un film straordinario, quello di Lav Diaz, regista che attraverso un’impossibile ricerca – del tempo ormai andato, oltre che di un figlio scomparso chissà dove – ci chiede ancora una volta di vivere una visione per cambiare insieme ad essa, alla sua protagonista, alla sua storia. Come potrà mai, Horacia, colmare quell’enorme scarto di madre che non ha potuto accompagnare la crescita dei propri figli? Come potrà mai, allo stesso tempo, evitare di prendersi la tardiva vendetta nei confronti di chi, un ex-fidanzato rancoroso, all’epoca fece in modo di incastrarla per farla condannare all’ergastolo?

Camera fissa e bianco e nero abbacinante, che Lav Diaz illumina per le scene notturne con le fiamme di un falò, qualche lampione, i fari delle auto in lontananza, The Woman Who Left – per parola dello stesso regista – prende spunto dal racconto di Tolstoj, Dio vede quasi tutto, ma aspetta (1872), e riflette, tra le tante altre cose, sul cammino a ritroso di una donna che, tornata sull’isoletta delle sue origini, trova un mondo che non sembra riconoscere più. Da una parte, l’obiettivo è colui il quale tanti anni prima la mandò in carcere ingiustamente, il signorotto locale Rodrigo (Michael De Mesa); dall’altra, come a voler espiare quel senso di madre assente e la colpa di un sentimento omicida, Horacia inizia ad aiutare i bisognosi. Assume diverse identità, la donna, che per alcuni è Renata, per altri Leticia, la notte addirittura sembra diventare un uomo. Berretto in testa, giubbino, inizia a frequentare uno strambo venditore ambulante. Un tizio dal cuore buono. Come Hollanda (John Lloyd Cruz), travestito ed epilettico, che Horacia finirà per accudire in casa propria dopo un’aggressione.

Lav Diaz lavora sugli scarti, del tempo e della società, per mostrarci una realtà disperata ma non per questo non migliorabile. Horacia diventa figura a metà strada tra Madre Teresa di Calcutta e Batman, figura che il regista difficilmente lascia mai fuori del proprio (del nostro) campo visivo. Anche se, in un film dove le inquadrature fisse sembrano vivere di vita propria a prescindere dai soggetti che le abitano, quello che colpisce è quanto ogni importante snodo narrativo avvenga sempre fuori campo. In un altro momento rispetto a quello che Diaz decide di mostrarci. Perché, come ha ricordato anche oggi Enrico Ghezzi, è come se nel film “l’eternità sia in ogni istante”: non a caso, allora, l’unico momento in cui Lav Diaz decide di “staccare” dalla fissità di immagini che si riempiono del passaggio del tempo, è solamente dopo 3 ore e 10 minuti, per un breve istante, quando la camera a mano prova a inseguire quell’attimo di perdizione della protagonista, in cerca di Hollanda sulla spiaggia, nel buio di una notte che cambierà per sempre la vita di entrambe.

Un temporale tropicale decreta conclusa l’esperienza di Horacia in quei luoghi. Ad attenderla, ora, è Manila. Armata di volantini che finiranno per svolazzare tra i muri e l’asfalto di una città governata dal caos, la donna non si arrende di fronte alla scomparsa di Junior, figlio che ancora non è riuscita ad abbracciare dopo la lunga detenzione. Il suo volto, la sua descrizione, è su quei volantini. La camera fissa riempie l’ultimo quadro con un pavimento sovrastato da quei fogli. I piedi di Horacia ci girano sopra, senza sosta. Senza fine.
L’immagine eterna, chiusa e al contempo mai così libera, di una donna che è riuscita a rimettersi in cammino.

 

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