Winspeare, In grazia di Dio

"Sovrapposizione leggera e nitida tra passato e moderno: nel Salento l'accostamento è frequente", dice il regista. Dal 27 marzo in sala con il nuovo film
21 Marzo 2014
Winspeare, In grazia di Dio

In grazia di Dio, il nuovo film di Edoardo Winspeare è passato al recente Festival di Berlino nella sezione Panorama. Winspeare conferma aver scelto di inviare la copia alla direzione e che, un volta accettata, con entusiasmo ha accettato la collocazione, i molti elogi intenzionali che ne sono seguiti e anche la domanda, forse un po’ rituale e senza risposta: “Perché non in concorso?”.
Arriverà nelle sale il 27 marzo distribuito da Good Films in una trentina di copie, In grazia di Dio: la storia di quattro donne che, travolte dalla crisi economica, si rifugiano in campagna in seguito al fallimento della piccola impresa a conduzione familiare è interamente girata nei luoghi familiari al regista, Giuliano di Lecce, Corsano, Tricase e altre località del Salento. Lo scenario che aveva fatto da sfondo ai precedenti titoli di Winspeare (Sangue vivo, Il miracolo, Galantuomini) torna anche ora ma con il supporto di una scelta che il regista sottolinea con forza: i quattro ruoli principali femminili e gli altri di contorno sono tutti affidati a non professionisti. Winspeare li presenta uno per uno, a cominciare da Celeste Casciaro, Adele nel film e nella vita moglie del regista. “E’ difficile – precisa – mischiare professionisti e non professionisti. C’è il pericolo di confondere gli uni e gli altri. Abbiamo preparato tantissimo il film, abbiamo girato per 5 settimane, con 153 sequenze e 30 scene tagliate al montaggio finale. Se è vero che la terra, la location è una sorta di coprotagonista, certi riferimenti vengono naturali, a Olmi, alla Terra trema, al neorealismo. L’obiettivo è creare una sovrapposizione leggera e nitida tra passato e moderno: nel Salento l’accostamento è frequente. Tra i due opposti si pone anche il senso religioso, la spiritualità come collante sociale, come terreno di comunicazione di memoria. A certe obiezioni rispondo dicendo che la terra ha anche un valore artistico, perché dà bellezza ai luoghi dove si lavora e serve per onorare i padri, non solo per auspicare un banale ritorno al mestiere di contadino”.
Alessandro Contessa, della produzione, sottolinea che il film è frutto di una originale formula produttiva ed ecologica, che ha coinvolto finanziamenti pubblici e privati, che hanno visto un’occasione legata ai propri fini istituzionali. Conclude Winspeare: “A 49 anni la mia idea di cinema è quella che mi viene da registi quali Altman e Cassavetes, la storia oscilla tra dolcezza e durezza, forse guardando alla tenerezza e alla grazia dei racconti di Flannery O’Connor. Adesso che lo rivedo, scorgo nel film tanti difetti. Avrei voluto essere più cattivo, magari deciso, anche se il finale riesce a motivare bene il titolo. Ho anche rinunciato alla colonna sonora per lasciare spazio ai suoni e alle luci. E ho lasciato un errore di ripresa, quando c’è un controcampo realizzato controluce. Avevo in mente lo stile sporco e puro di Malick”.

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