Va’ dove ti porta Aki

"La mia camera non ama la modernità", il suo occhio ama l'umanità: Kaurismäki fa il Miracolo e Torino lo premia
25 Novembre 2011
Va’ dove ti porta Aki

Aki Kaurismäki la sigaretta la rimette nel taschino. Lui che con la “bionda” ha creato un binomio mitologico: ve lo ricordate da Jim Jarmusch per Coffee & Cigarettes? Bene, lui invece se lo ricorda come “Aki & Cigarettes”. E non si può dargli torto: fate la ricerca per immagini su Google, e provate a trovarne qualcuna smoke free… Ma a bruciare non è solo trinciato e catrame, bensì cinema e passione, al netto della tecnologia e del supporto, perché è la storia che conta davvero: “35mm, Super8, 3D: non importa come la mostri, la gente segue la storia. E solo quella”. L’ultima che ci ha raccontato – Miracolo a Le Havre – avrebbe meritato l’ombra della Palma d’Oro. Si è dovuta accontentare del Fipresci, ma l’epilogo a Torino, dove stasera il regista finlandese riceverà il Gran Premio del 29° TFF, è un risarcimento gradito. E sacrosanto: Le Havre è diventato – per tema e fattura? – Miracolo a Le Havre. Titolo zavattiniano scelto da Bim per la distribuzione nostrana, e con buona ragione: non si vola più sul Duomo di De Sica, ma la favola degli ultimi, quella c’é.
Su una scena spoglia, minimale e marginale sale un vecchio lustrascarpe, uno che con Léo Ferré o Jean-Claude Izzo ci sarebbe andato a nozze: Marcel Marx (André Wilms), una moglie (Kati Outinen, feticcio e garanzia) malata di cancro e trascorsi bohemien tra suola e tomaia. Dunque, quest’uomo non è senza passato, e non è solo, perché nella cittadina portuale arriva giovanissimo l’africano Idrissa (Blondin Miguel): un container per trasporto, zero mezzi e il sogno di raggiungere la madre a Londra. Ci riuscirà? Chissà, ma non è tempo di polar, e nell’impermeabile del commissario Monet Jean-Pierre Darroussin fa sguazzare un’umanissima parodia del poliziotto e del poliziesco: il benvenuto non è al realismo del Welcome di Philippe Lioret, ma a una Fred Vargas in libera uscita nella giungla di Calais. Eppure, siamo a Le Havre, non si vedono le bianche scogliere di Dover, e la ricerca ha preso mezza Europa: “Dal 2006 ho girato Spagna, Italia, Portogallo e Francia: Le Havre era la mia ultima speranza. Me ne stavo andando deluso, ma alla fine ho trovato un angolo che faceva al caso mio: un cantuccio poco moderno, perché la mia camera non ama la modernità”. E c’è da capirla, perché prima di fare conoscenza con il nostro Aki ha avuto un altro illustre occhio nel mirino: Ingmar Bergman. Kaurismäki l’ha acquistata dal produttore di Fanny & Alexander, e oggi ironizza: “Bergman ci ha fatto due film, io 18: non è più la sua camera, ma la mia. Riposi in pace…”. Ma se “la madrelingua è quella delle emozioni, recitare in francese è stato arduo” (Outinen), come ha fatto Kaurismäki a girare in langue d’oïl questo Miracolo di emozione? Darroussin fa l’inchino: “Non ha bisogno di parole per comunicare: ricrea il mondo con la sua sensibilità”, Aki taglia corto: “Faccio quello che la camera vuole”. E va dove lo porta il cuore: “E’ Le Havre, ma potrebbe essere qualsiasi paese europeo”, con un bagaglio a mano zeppo di humour: “Ma non Finlandia e Svezia: nessuno è così disperato da andarci”. Si scrive Aki Kaurismäki: tu chiamalo, se vuoi, Miracolo.

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