Sul dischetto con Roberto Baggio

"Quel rigore lo porterò sempre con me: era il sogno della mia vita e per come è finita è una cosa che non posso mettere da parte", racconta l'ex fuoriclasse. La sua storia dal 26 maggio su Netflix con Il divin codino, diretto da Letizia Lamartire
Sul dischetto con Roberto Baggio
Il divin codino - Cr. Stefano Montesi /Netflix

“Alle volte si guarda solo il finale, l’obiettivo che si uno si prefissa, ma quello che conta è il percorso, il tragitto che uno fa per perseguire uno scopo. A prescindere poi se arrivi primo, secondo o terzo”.

Parola di fuoriclasse: Roberto Baggio, 54 anni, si rimette in gioco, lontano dai campi certo (“Farei qualunque cosa per tornare a giocare, ma le ginocchia non mi seguono da tempo, quindi devo abbandonare l’idea”), ma attraverso il cinema, con la sua storia (di uomo, prima che campione) raccontata da Il divin codino, film diretto da Letizia Lamartire disponibile su Netflix dal 26 maggio.

Letizia Lamartire e Andrea Arcangeli sul set de Il divin codino – Cr. Stefano Montesi /Netflix

Realizzato in associazione con Mediaset, prodotto da Fabula Pictures, il film si concentra su tre momenti chiave dell’esistenza e della carriera di Baggio (il passaggio dal Vicenza alla Fiorentina, i mondiali di Usa ’94, il ritorno in campo col Brescia nei primi anni Duemila), momenti funestati da gravissimi infortuni e dalla più grande delusione della sua vita da calciatore, il rigore fallito contro il Brasile che ancora lo perseguita.

“Piaccia o meno è una cosa che mi porterò dentro per sempre. D’altronde era il sogno della mia vita e per come è finita è una cosa che non posso mettere da parte. A Massaro e Baresi non dicono niente? È vero, ma io ho dato il colpo finale. L’ho vissuta malissimo, perché è una cosa che ho sognato per milioni di notti, poi la realtà mi ha messo di fronte ad un epilogo a cui non avevo mai pensato”.

Il divin codino – Cr. Stefano Montesi/Netflix

Impossibile, in 90 minuti, raccontare 22 anni di una carriera incredibile (mancano, in tal senso, il contestatissimo passaggio dalla Fiorentina alla Juventus, il mondiale del ’90, le esperienze a Milano – prima Milan, poi Inter – e l’intramezzo bolognese), perché “abbiamo preferito scegliere un tema, quello della battaglia tra l’eroe e il suo destino, tre momenti decisivi per un uomo che sceglie di combattere per un obiettivo che però poi sfuma”, spiega Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice del film insieme a Stefano Sardo, che aggiunge:  “Baggio è amatissimo anche perché è una figura non sempre presente e non è considerato la bandiera di nessuna squadra, perché è la bandiera dell’Italia. Non volevamo ricalcare la biografia, fare Wikipedia, volevamo scavare le ragioni che ci sono dentro le ossessioni che muovono un atleta di quel talento. La sua vita è stata una continua rincorsa, un continuo sacrificio: non è semplicemente la storia di un fuoriclasse, è la storia di qualcuno che paga un prezzo altissimo per avere quel dono”.

Ad interpretare il campione nel film è Andrea Arcangeli: “Un ruolo che ti ricopre di responsabilità, ero il primo scettico su me stesso. Roberto Baggio è stato fondamentale affinché riuscissi ad alleggerirmi, mi ha detto di vivere l’esperienza, a prescindere dal risultato finale, è stato davvero decisivo in questo senso”.

Il rapporto conflittuale con il padre Florindo (Andrea Pennacchi) – che aveva chiamato il figlio Roberto in onore di Boninsegna e il fratello più piccolo Eddy (anche lui calciatore, seppur con fortune inferiori) in onore del ciclista Merckx – la figura della compagna di una vita Andreina (Valentina Bellè), l’avvicinamento e poi l’abbraccio totale al buddismo, Il divin codino vuole appunto raccontare “l’uomo oltre il mito” – concetto peraltro rilanciato anche dalla main song di Diodato, L’uomo dietro il campione – e per questo, ribadisce la regista Letizia Lamartire, “abbiamo dovuto fare delle scelte, sapevamo sarebbero rimaste fuori delle dinamiche, degli eventi, ma volevamo che a venir fuori fosse la parte più emotiva di un percorso, e questa era racchiusa in quei momenti chiave, dolorosi”.

Diodato e Roberto Baggio

Da sempre schivo e riservato, mai sovraesposto mediaticamente, fosse stato per lui il film non sarebbe mai esistito: “Non pensavo potesse interessare a qualcuno la mia storia, provavo vergogna, gran parte del merito è stato di Vittorio (Petrone, lo storico agente, ndr), che mi ha convinto e mi sono lasciato trasportare”, racconta ancora Baggio, che è stato più volte sul set (una volta addirittura portando il Pallone d’oro, vinto nel ’93) e “insieme a mia moglie abbiamo cercato di dare il maggior supporto possibile, provando a raccontare in maniera semplice la nostra vita. Poi sono stati bravissimi loro, anche se non devo essere io a giudicare perché magari ne sono troppo coinvolto”.

Alla fine, però, la speranza di Baggio è “che i ragazzi possano cogliere le sfumature del rapporto con mio padre: magari non lo capivo quand’ero ragazzo, a volte non capiamo l’amore, la protezione, il desiderio che i nostri genitori hanno di aiutarci e magari lì per lì li percepiamo come nemici. Ma con il tempo sono frizioni che finiscono per sciogliersi”, dice commosso, ripensando al papà scomparso lo scorso agosto.

“Le riprese del film sono iniziate quando Florindo era ancora vivo”, ricorda Vittorio Petrone. “Una delle ragioni per cui siamo riusciti a convincere Roberto che il film andasse fatto è stata proprio quella relativa all’insegnamento per i più giovani. La sua storia dimostra che senza sacrificio, senza determinazione, senza coraggio è difficile raggiungere qualunque obiettivo. Nonostante il suo sogno si sia infranto su quel dischetto, la vita ci dà sempre altre possibilità”, conclude.

 

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