La reputazione di Netflix

Il problema della piattaforma streaming, in fondo, è di essere arrivata per prima e di non riuscire più a essere prima
La reputazione di Netflix

Questo pezzo è stato originariamente pubblicato, oggi 21 luglio 2022, sul n. 7 di Koyaanisqatsi, la newsletter di Cinematografo.it: per iscriversi.


One man on a lonely platform
One case sitting by his side
Two eyes staring cold and silent
Shows fear as he turns to hide
Aaah, we fade to grey (fade to grey)
Aaah, we fade to grey (fade to grey)

 

Viene buono il pezzone dei Visage per dire che cosa sia oggi Netflix.

Non drammatizziamo, né sistematizziamo, ma stanno succedendo strane cose – e sì, Stranger Things –dentro e intorno il servizio streaming che ha modellizzato, e modellizza, il nostro vivere, dunque vedere, qui e ora e lì e ieri – e dove e domani?

The Gray Man dei fratelli Russo approda domani 22 luglio sulla piattaforma, dopo uno striminzito passaggio nelle sale Usa – e nelle nostre. Duecento milioni di dollari (budget di produzione) nella disponibilità dei fratelli Marvel, il Captain America Chris Evans e il redivivo Ryan Gosling per rifare Jason Bourne. Che cosa potrà mai andare male? Molto, se non tutto: se è questo il primo titolo della Fase 2 di Netflix, quella universale (Netflix Cinematic Universe, NCU?), dell’offerta larghissima, della vocazione ecumenica, dell’immaginario di bandiera, del surplus fidelizzante – e fideistico – a suon di titoloni identitari stiamo, anzi, stanno freschi.

One man – dai, qualcuno in più – on a lonely – dai, non così sola – platform, il cui primato è peraltro contendibile: Netflix sta a 220 milioni e 700mila subscribers a luglio 2022; Disney, tra Disney+, Hulu e ESPN+, stava a 205 milioni e 600mila ad aprile 2022; Prime Video annovera più di 200 milioni di membri che vi hanno visto un film o uno show nel 2021.

Nel fade to grey della creatura di Hastings-Sarandos-Stuber c’è appunto The Gray Man, puntualmente trascurato dagli stessi artefici: a margine i Russo hanno virato sulla a-sacralità della sala – farebbero bene a leggersi La violenza e il sacro di René Girard – e Gosling sul prossimo Ken. Del resto, perché soffermarsi su un epigono di Jason Bourne? Prendi i soldi e scappa.

Nel mentre, mercoledì 19 luglio, il servizio di intrattenimento ha reso noti i dati del secondo trimestre: 970mila i subscribers perduti, la metà delle previsioni della stessa Netflix dopo averne perduti 200mila nel primo trimestre. È stata la prima parte della stagione 4 di Strangers Things ad aver calmierato l’abbandono? Boh, di certo ST è stato rilasciato in due parti, con un intervallo eccedente il mese di prova gratuita, proprio per scongiurare il mordi e fuggi degli scrocconi, pardon, neofiti.

E dunque batteria mezza piena o mezza vuota? La buona notizia è la previsione per il terzo quarto: un milione di nuove sottoscrizioni; la cattiva notizia è l’aggregato di quel – 970mila: a fronte di un milione di nuovi membri nella regione Asia Pacific, Netflix è rimasta stabile in America Latina, ne ha perduti un milione e 300mila tra Usa e Canada e circa 770mila tra Europa e West Asia.

Aaah, we fade to grey
.

Altre due suggestioni. La prima viene da Prime Video, che mercoledì 19 luglio ha presentato alcune novità in arrivo nei prossimi mesi. Anche trascurando il calcio – 17 partite in esclusiva di Champions League, si parte il 10 agosto con la Supercoppa europea – ovvero il combinato disposto di “musica, consegne gratuite, film, serie, (appunto, NdR) Champions League, nonché store per comprare e noleggiare titoli singoli, quali Dune e No time to die, e possibilità di altri abbonamenti: Infinity, Discovery, Starz”, Netflix può eguagliare la prima serie dei Me contro te, La famiglia reale; il tris di Lillo (la serie Sono Lillo, Comedy Special con il sodale Greg, il film, attualmente in lavorazione, Mai dire kung fu – Grosso guaio all’Esquilino); la terza stagione e prima lo speciale natalizio di Lol; The Bad Guy, una “mafia story” seriale con Luigi Lo Cascio, e Everybody Loves Diamonds, una heist series ispirata al Colpo di Anversa con Kim Rossi Stuart?

Che ne è della sineddoche, Netflix per lo streaming, che fu? E se fosse una di queste due serie Prime la serie italiana di impatto globale che, dopo Suburra, allo streamer non è (ancora) riuscita? La Spagna ha La casa di carta, la Francia Lupin, e noi, Netflix Italia, quando quagliamo?

Il problema di Netflix, in fondo, è di essere arrivata per prima e di non riuscire più a essere prima.

Gli Oscar, gli ultimi, hanno stigmatizzato: dopo aver tentato a più riprese, con Roma di Alejandro González Iñárritu piuttosto che The Irishman di Martin Scorsese, ad aggiudicarsi la statuetta al miglior film, l’obiettivo è stato centrato da un altro streamer, Apple TV+ con CODA.

E mo’? Altro giro, altro Lido, dove Roma vinse il Leone d’Oro nel 2018. Netflix dovrebbe mettere in Mostra una doppia B: Blonde, con la Marilyn Monroe Ana De Armas, e Bardo, proprio di Iñárritu. Difficilmente competeranno entrambi, e non nuoce: l’ex-aequo leonino d’argento dello scorso anno, È stata la mano di Dio di Sorrentino e Il potere del cane di Jane Campion, ovvero la mancata designazione di un vincitore univoco, ha pregiudicato le sorti globali dello streamer nell’award season.

Diciamola, allora, proprio con il Bardo: “La reputazione, la reputazione. Ho perso la mia reputazione, ho perso la parte immortale di me”, si dispera il Cassio di William Shakespeare nel II atto dell’Otello. È quel che ha perso anche Netflix? E l’annunciata introduzione degli annunci pubblicitari, a cui l’azienda sta lavorando con Microsoft, che reputazione catalizzerà?

Parola d’ordine: Netf(l)ix.

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