Intorno a Nymphomaniac

Dal monolite-donna al relitto del destino: 8 colpi (5 + 3) sull'ultimo, controverso dittico di Lars von Trier
23 Aprile 2014
Intorno a Nymphomaniac

Storia di Joe, dall’infanzia ai 50 anni. Storia di Joe, autodiagnosticata ninfomane: “I’m a nymphomaniac”. Non sex-addicted, perché la vera dipendenza è un’altra, e non c’entra niente con il sesso, né con lei: è la dipendenza di Lars von Trier dal cinema, filtrata attraverso il monolite-donna. Oggetto misterioso, per von Trier inscalfibile, non permeabile, dunque, maltrattabile. La sua privata-pubblica odissea nello spazio-donna continua. 
Niente scherziDopo Melancholia, dopo il pianeta-pillola blu che cancellava la Terra e, forse, la sua depressione, von Trier ritorna con Nymphomaniac, e non scherza più, non ricatta il pubblico, non ci “gioca”: film monstre per durata e (in)confessa monoliticità, al di là dell’evocativa, subdola () nel titolo – Nymph()maniac – penetrarvi non è facile. 
Il sessoSesso senza sensualità, senza eccitazione, sesso coazione, estorsione, punizione, sesso e basta, che entra ed esce da Joe, la sua attrice-feticcio Charlotte Gainsbourg (la giovane Joe è la new entry Stacy Martin), trovata malmenata e incosciente in un vicolo dallo studioso Seligman (Stellan Skarsgard). La porta a casa, la mette a letto, e Joe (si) racconta, in otto capitoli, 5 per il Volume 1 e 3 per il Volume 2. La scansione della perdita della sua verginità, ovvero, chioserà Seligman, la successione di Fibonacci. Perché questo Seligman fa: normalizza, alza, distacca e “digressiona” il racconto di Joe, il suo sesso-fare, trovandovi analogie nella pesca con la mosca e nella polifonicità di J.S. Bach (Ich Ruf Zu Dir, Herr Jesu Christ, organo: piede, mano sinistra, mano destra; organi: amante, amante e l’amante principe Shia LaBeouf), emendando la visione blasfema della Madonna nell’orgasmo della piccola Joe, perché non era la Vergine ma Messalina, la ninfomane per antonomasia, e la puttana di Babilonia, ovvero, riducendo a normalità il “caso Joe”. 
La religioneLa religione è della partita, e come non potrebbe? Sì all’antisionismo, non all’antisemitismo, sostiene Seligman, ovvero, rammenda von Trier dopo il Nazi-choc di Cannes 2012, ma soprattutto la religione cristiana, con la “generalizzazione” che Seligman, contemplando un’icona, fa tra Chiesa Ortodossa e Chiesa Romana Cattolica, ovvero tra felicità e sofferenza, tra gioia e piacere e colpa e dolore. E così il primo capitolo del Volume 2 è “The Eastern and the Western Church (The Silent Duck)”. 
La parabola di JoeMa la religione non tiene, come pure la terapia e il gruppo di auto-aiuto, perché è Joe a non tenere, in un crescendo: promiscuità adolescenziale, ragazzi da farsi a gara con l’amica sul treno, puntando tutto sulla tentazione; onnivoracità, che alla fine anche l’amato Jerome (LaBeouf)è uno come altri; l’approccio agli “uomini pericolosi”, due ne(g)ri, con digressione di Seligman sul politically correct; l’affidarsi a un sadico asettico (Jamie Bell), le scudisciate e l’abbandono del figlio; la svolta da passiva ad attiva, ovvero mistress criminale; l’educazione dell’erede; “The Gun”, l’ultimo capitolo, con “colpo” di scena. 
L’ossessione di LarsE, per ogni scena, la ricerca meccanica, smorta dell’osceno: sordo, ineluttabile, servo-padrone insieme, Le onde del destino e Antichrist (entrambi citati), la liberazione sessuale che sfonda prima nella bulimia, poi nell’anoressia. Ma se Joe è nympho, maniac è von Trier, ossesso più dell’ossessione della sua Joe, fesso con raziocinio: “matematic crap”, Fibonacci e il Faust, Bach, Beethoven e i Rammstein, la crocifissione del Cristo e il Rugelach ebraico senza forchetta. Dunque, dove vuole portarci von Trier? Innanzitutto – dei due Volumi esiste il director’s cut più sessualmente esplicito – vuole togliere il sesso al porno e riguadagnarlo al cinema tout court: dopo Shame, La vita di Adele e Lo sconosciuto del lago, solo per fare qualche titolo, in barba a Bazin il sesso è cinema, e “cinema per tutti”. Bene o male, è presto a dirsi: la sottrazione al pornografico è altro modo di racconto o concessione al pornografico o mero trasferimento del pornografico su altro “supporto” e ad altro pubblico?  Verso la trascendenzaVedremo, ma von Trier è già andato oltre: Nymphomaniac è ricerca del trascendente in parole, opere e fornicazioni, ricerca dell’assolutezza nell’esibito relativismo, ricerca di un linguaggio, per il cinema e per l’uomo, che non sia solo coatta selezione e combinazione, come Joe fa delle sue “conquiste”. Nymphomaniac è predominio del fare (sesso) in assenza del dirsi; anelito del dialogo in presenza di troppi monologhi; volontà di ricevere dopo troppo (s)darsi, perché “l’ingrediente segreto per il sesso è l’amore”, ma l’amore, per Joe, “è lussuria con gelosia”.  L’intorno della dipendenzaEbbene, Nymph()maniac sta in mezzo:  lussuria pletorica, amore irraggiungibile, due parentesi, queste (). L’intorno del sesso, l’intorno di un cinema, quello di Lars von Trier, che ha smesso di “prenderci in giro” per prendersi sul serio, con un rischio, lo stesso di Joe: non trovare nessuno disposto a mettersi in ascolto, a capire e dare fiducia. Gli spari sopra sono per noi? Forse, ma parlare di Nymphomaniac è imprescindibile: non per lo “scandalo”, ma per quell’inevasa richiesta di dialogo di Joe. Riecheggia un’altra dipendenza, quella de Il cattivo tenente di Abel Ferrara, e tornano in mente le parole di Zoë: “I vampiri sono fortunati. Si nutrono degli esseri che trovano. Noi invece divoriamo noi stessi. Dobbiamo mangiare le nostre gambe per trovare la forza di camminare. Dobbiamo arrivare per potere andare via. Dobbiamo succhiarci fino in fondo. Dobbiamo divorarci da soli finché non ci resta nient’altro che la fame”. Come placarla, meglio, come colmarla questa fame? 
Il relitto del destinoJoe non è un vampiro, Joe è una donna and it’s a man’s man’s man’s world (tre uomini, polifonia…), Joe è Veronica, meglio, l’emorroissa e perde sangue: ma qui non c’è il mantello di Gesù da toccare, non c’è Gesù. Eppure, ed è il punto, l’heideggeriana Gelassenheit, l’abbandono degli intellettualismi, dei tecnicismi di Seligman e l’abbandono al mistero, a Dio non è forse il verbo irricevibile, meglio, irricevuto di Joe? Tra tante petite mort, che contengono davvero queste ()? Dopo Le onde del destino, il relitto del destino e, forse, un’eterodossa, eretica, financo inconscia figura Christi? Diamo fiducia a Joe, e vogliamo dare fede a Lars von Trier? Potremmo, se il “colpo” di scena non ci rigettasse nel rape revenge movie. E nella Domanda: chi vuole ascoltare Joe?

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