Dallas Buyers Club

Matthew McConaughey è l'Erin Brockovich dell'HIV nel bellissimo dramma umanista di Jean-Marc Vallee. Da applausi
29 Gennaio 2014
Dallas Buyers Club
Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club toglie ogni dubbio: Matthew McConaughey è uno degli attori più bravi attualmente in circolazione, e uno dei pochi antieroi credibili della Hollywood di oggi. Per chi ne conosce gli esordi (Il momento di uccidere, Dazed and Confused) non deve sembrare una novità, eppure solo qualche anno fa la sua carriera aveva preso una piega pericolosa, tra commedie rosa (La rivolta delle ex) e ruoli macho. Una rotta felicemente invertita da Killer Joe in poi, con McConaughey che ha inanellato una serie di personaggi spiazzanti (Magic Mike, The Paperboy). Scelte che, se non servivano a testarne l’abilità tecnica (si conosceva già), ne hanno chiarito la vocazione a “vivere” il cinema come rischio e opzione totalizzante.
In Dallas Buyers Club questa voglia di “immolarsi” e di sacrificare il proprio status symbol sull’altare della recitazione tocca probabilmente il suo punto più alto. Per far rivivere Ron Woodroof in scena, McConaughey non si è limitato a perdere una trentina di chili – la trasformazione fisica è quella che impressiona immediatamente, non maggiormente – ma ha tirato fuori ogni sfumatura possibile dalla sua ricchissima gamma espressiva, realizzando una osmosi quasi totale con un uomo mai banale, un uomo ricco di contraddizioni. Il bel film di Jean Marc Vallee (C.R.A.Z.Y.) ha ovviamente altri meriti, ma ci viene impossibile immaginarlo senza McConaughey.
Tratto da una storia vera e dolorosa, però scritto con brio da Craig Borten e Melisa Wallack, Dallas Buyers Club ripercorre il calvario di Ron Woodroof, un elettricista texano che contrasse il virus dell’HIV nel 1985 (quando ancora si sapeva poco dell’AIDS), trasformandolo in cammino di speranza e redenzione. Eloquente la mutazione di Woodroof: da omofobo e bifolco, con la passione per le donne, le scommesse e i rodei, a coraggioso e solidale Erin Brockovich del virus, in lotta contro Big Pharma ed FDA (Food and Drughs Administration), per permettere a malati come lui – guardacaso i transessuali e gli omosessuali prima disprezzati – di potersi curare con farmaci “non approvati” ma cento volte più efficaci di quelli autorizzati da un governo troppo compiacente con gli interessi delle case farmaceutiche.
Fortunatamente, il film di Vallee non si limita a gridare solo la propria indignazione e a regalarci un altro santino da appendere al muro: McConaughey non fa nulla per rendere il suo personaggio migliore di quello che è, nessuna strizzatina d’occhio o inutile mossetta; né il regista salda retorica e commozione, propinandoci un altro film da aule giudiziarie o, peggio, da reparto ospedaliero. La forza di Dallas Buyers Club sta invece nel saper combinare in modo avvincente cronaca e partecipazione, verismo e artificio, maneggiando più registri emotivi e stilistici.
Siamo di fronte al Cinema Americano con la maiuscola, per l’eccellenza della scrittura, della recitazione (notevoli anche gli apporti di Jared Leto in versione transgender e di Jennifer Garner nel ruolo di una dottoressa combattuta), per la vivida adesione a un’epoca e a un ambiente (diverse le sottoculture interessate, da quella cowboy a quella omo, passando per quella medica e affaristica), per l’energia che sprigiona, gli umori che sollettica e per come ci lascia: vicini non al Woodrof che muore, ma all’uomo che ha veramente vissuto solo dopo essersi ammalato. Applausi.

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