Cannes, Moretti a Tre piani

L’Italia in gara a Cannes con il film del regista Palma d’Oro per La stanza del figlio, tratto dal libro di Eshkol Nevo: “Il Covid ha smascherato una bugia, quella che potessimo fare a meno di sentirci comunità"
Cannes, Moretti a Tre piani
Nanni Moretti sul set di Tre piani - cr. Fandango/Sacher Film

“Il film e ancora prima il libro sono stati concepiti prima dell’esplosione del Covid. È come se questa pandemia avesse smascherato una bugia, che noi potessimo fare a meno del sentirci comunità, che potessimo fare a meno degli altri. In questo senso la scena della milonga che verso la fine del film passa sotto la palazzina porta i personaggi fuori da questi tre piani: è un’apertura al mondo”.

Nanni Moretti torna in concorso a Cannes sei anni dopo Mia madre e lo fa con Tre piani, film tratto dal romanzo omonimo di Eshkol Nevo (Neri Pozza Editore).

Tre piani

Tre Piani di Nanni Moretti – cr. Sacher Film/ Fandango

Prodotto da Sacher Film e Fandango con Rai Cinema, e Le Pacte su sceneggiatura di Nanni Moretti, Federica Pontremoli e Valia Santella, il film è interpretato da Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Elena Lietti, Alessandro Sperduti, Denise Tantucci, Nanni Moretti, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Stefano Dionisi, Tommaso Ragno.

Per la prima volta in assoluto, da Ecce Bombo in poi, il regista romano arriva sulla Croisette con un’opera ancora inedita in Italia (uscirà il 23 settembre, con 01 distribution) ma, soprattutto, mette in scena un film che non prende le mosse da un suo soggetto originale.

Elena Lietti e Riccardo Scamarcio in Tre piani – cr. Sacher Film /Fandango

“Fino a Mia madre ero sempre ugualmente emozionato portando il film a Cannes, anche se avevo già avuto modo di vedere i miei film insieme al pubblico italiano in sala, studiando le nuche delle persone. Stavolta l’emozione è ancora più forte. Stanotte durante la prova ho chiesto agli organizzatori come ogni volta quanti posti avesse il Palais e ogni volta mi rispondono un numero diverso: 2.314″.

Per quanto riguarda invece la novità relativa ad un film tratto da un soggetto non suo, Moretti spiega: “C’erano stati dei timidi approcci nei decenni scorsi, quando ancora facevo i filmini in super8 pensai di fare un film tratto da La cospirazione di Paul Nizan, o da Le porte di ferro di Stefano Terra, o dal secondo libro di Andrea De Carlo Uccelli da gabbia e da voliera. Non so se 30-40 anni fa girando un film da un soggetto non mio mi sarei sentito diminuito come autore, oggi assolutamente no”.

“Quando Federica Pontremoli mi ha fatto leggere il libro ero strafelice di aver trovato in quei temi, in quei personaggi, in quei sentimenti il nucleo di quello che sarebbe stato il mio prossimo film. E tutto questo, queste relazioni, questi conflitti mi hanno portato a una scelta netta: evitare qualsiasi protagonismo, no al protagonismo soddisfatto di sé nella regia, nelle interpretazioni, della musica, del montaggio, della fotografia, della scenografia, dell’arredamento. Ci dovevano essere contributi di qualità in questi materiali che poi tutti insieme costruiscono l’oggetto film. Ma senza alcun protagonismo, senza alcuna forma di esibizionismo”.

Margherita Buy e Arianna Serrao in Tre piani – cr. Fandango/Sacher Film

Le varie vicende raccontate dal film prendono le mosse da una palazzina signorile della capitale.

Al primo piano vivono Lucio (Riccardo Scamarcio), Sara (Elena Lietti) e la loro bambina di sette anni, Francesca. Nell’appartamento accanto ci sono i più anziani Giovanna (Anna Bonaiuto) e Renato (Paolo Graziosi), che spesso fanno da babysitter alla bambina. Una sera, Renato, a cui è stata affidata Francesca, scompare con la bambina per molte ore. Quando finalmente i due vengono ritrovati, Lucio teme che a sua figlia sia accaduto qualcosa di terribile. La sua paura si trasforma in una vera e propria ossessione.

Al secondo piano vive Monica (Alba Rohrwacher), alle prese con la prima esperienza di maternità. Suo marito Giorgio (Adriano Giannini) è un ingegnere e trascorre lunghi periodi all’estero per lavoro. Monica combatte una silenziosa battaglia contro la solitudine e la paura di diventare un giorno come sua madre, ricoverata in clinica per disturbi mentali. Giorgio capisce che non potrà più allontanarsi da sua moglie e sua figlia. Forse però è troppo tardi.

Dora (Margherita Buy) è una giudice, come suo marito Vittorio (Nanni Moretti). Abitano all’ultimo piano insieme al figlio di vent’anni, Andrea (Alessandro Sperduti). Una notte il ragazzo, ubriaco, investe e uccide una donna. Sconvolto, chiede ai genitori di fargli evitare il carcere. Vittorio pensa che suo figlio debba essere giudicato e condannato per quello che ha fatto. La tensione tra padre e figlio esplode, fino a creare una frattura definitiva tra i due. Vittorio costringe Dora a una scelta dolorosa: o lui o il figlio.

Previsto già in concorso per la passata edizione del Festival, poi cancellata causa Covid, Tre piani è rimasto congelato per oltre un anno e mezzo: “Fosse successa qualche tempo fa una cosa del genere non credo sarei riuscito ad aspettare. E invece non solo non ho rimesso mano al film, né sull’immagine né sul suono. Piuttosto ho avuto il tempo di scrivere e terminare una nuova sceneggiatura (Il Sol dell’avvenire, ndr), da un soggetto originale scritto insieme a Santella, Pontremoli e Francesca Marciano, che spero di iniziare a girare dal febbraio 2022″.

Finalmente pronto per la premiere mondiale, Tre piani arriva sulla Croisette in una giornata cruciale per le sorti dello sport italiano, con la finale di Wimbledon dove è impegnato Matteo Berrettini e l’attesa per la finale di Euro 2020 a Wembley: “Voi spesso con generosità avete attribuito ai miei film qualità profetiche. Quattro anni fa, quando ho cominciato a pensare a questo film. io già sapevo che domenica 11 luglio 2021 l’Italia si sarebbe battuta su Tre piani, in ordine di tempo quello tennistico, quello cinematografico e quello calcistico. Ed è uno dei motivi per cui avevo scelto di realizzare questo film. Avevo avuto una visione”, scherza il regista.

Che poi torna a raccontare la genesi del film: “Da un anno almeno con Federica Pontremoli e Valia Santella giravamo un po’ a vuoto su un soggetto ambientato negli anni ’50, quando Federica mi disse di leggere Tre piani e subito ho capito che sarebbe stato il mio prossimo film. Perché affronta temi universali, la responsabilità delle nostre scelte, il senso di giustizia, la colpa. Anche la responsabilità di essere genitori. E quindi ho capito che c’era qualcosa che mi interessava moltissimo. La struttura è diversa: il libro racconta tre storie separate, noi in sceneggiatura abbiamo intrecciato queste storie ma non è un film corale, sono tre microfilm all’interno di un unico film e ci interessava che queste famiglie avessero una sorta di interazione”.

Sul rapporto con l’autore del libro, l’israeliano Eshkol Nevo, Moretti svela: “Gli scrissi una breve mail per avvertirlo che volevo fare il film, lui inizialmente pensava si trattasse di uno scherzo, poi ha capito che era vero. Ma non ci sono stati ulteriori contatti tra di noi durante la stesura della sceneggiatura. Qualche settimana fa abbiamo organizzato una proiezione per lui e il film gli è piaciuto molto”.

Tre piani arriva in concorso a Cannes esattamente 20 anni dopo La stanza del figlio, ultima Palma d’Oro ottenuta qui da un film italiano: “Sono grato a Cannes e alla Francia perché il cinema qui viene preso molto sul serio, sia come fatto industriale sia come fatto artistico. Non so perché la Francia ha deciso da tempo di essere generosa col mio lavoro. Finché dura… E mi fa ripensare a mio padre, che ora non c’è più e che insegnava epigrafia greca e lo costringevo a interpretare piccoli ruoli nei miei film. Ebbene durante i miei primi anni di Liceo Classico, non sapendo nulla di latino e greco continuavo a essere promesso e lui diceva ‘Finché dura…’. Ma non è durata a molto, perché dopo il Ginnasio venni bocciato”, racconta ancora il regista.

Alba Rohrwacher in Tre piani – cr. Fandango/Sacher Film

Che riflette anche sul suo lavoro che ormai dura da quasi 50 anni: “Da ragazzo desideravo molto fare questo mestiere e per fortuna sono riuscito a farlo. Quindi onoro il destino cercando di farlo al meglio. Stando attento a ogni dettaglio, in ogni fase della lavorazione. In questo non sono cambiato. E mi stupiscono un po’ certi registi che quasi non partecipano a certe fasi, fanno una breve sosta in moviola, poi al missaggio non vanno. Non capisco. È un lavoro bellissimo, che va fatto con attenzione e tenacia. Devo dire che qualche decennio fa vedendo un film riuscivo a capire perché quella persona avesse voluto fare cinema, lo capivo, lo vedevo, lo sentivo. Oggi mi capita meno, mi chiedo ‘perché fa dei film questa persona?’ Spesso molti film sembrano recipienti vuoti che possono essere riempiti da qualsiasi cosa”.

Tornando invece al periodo “di fermo” che ha subito il film, Moretti racconta: “A Procacci, il produttore, ho detto categoricamente che non volevo sapere quanto offrisse Netflix per programmare il film sulla piattaforma scavalcando la sala cinematografica. E io non è che sono intransigente sulla sala per un fatto nostalgico. Io rimango felicemente ancorato ai film al cinema come spettatore, non come regista, produttore o esercente. È una cosa di cui non riesco a fare a meno. E tra i film che ho visto al cinema dal 26 aprile a oggi quello che mi ha più colpito è senz’altro The Father, per come è costruito, per come è recitato”.

Sull’impatto che il Covid ha avuto sulle nostre vite, invece, il regista dice: “Che esistessero anche gli altri, il prossimo, io lo sapevo già. Lo stesso dicasi delle disuguaglianze sociali, così come che la morte facesse parte della vita. E che il caso giocasse una componente importante della nostra esistenza. Io sono stato attento e non mi sono ammalato ma anche altre persone lo sono state, e si sono ammalate. Come tutti ho patito questa clausura. Ma non mi è stata utile per capire cose in più”.

E non è un caso allora che Tre piani – seppur come detto all’inizio, concepito ben prima che esplodesse la pandemia – fa riflettere proprio sul senso di isolamento contrapposto a quello di comunità: “Questa storia racconta la nostra tendenza a condurre vite isolate, ad alienarci da una comunità che non solo non vediamo più, ma di cui pensiamo anche di poter fare a meno. Eppure le vicende di questi personaggi ci mostrano quanto tutti noi siamo coinvolti nello sforzo comune di sentirci parte di una collettività. Il film è un invito ad aprirsi al mondo esterno che riempie le nostre strade, fuori dalle nostre case. Ora sta a noi non rinchiuderci nuovamente nei nostri tre piani”.

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