Anita B., il dopo Shoah

"Un film sulla memoria, importante in un paese come il nostro che sembra esserne privo", dice Roberto Faenza. Che porta sullo schermo la storia di un'adolescente sopravvissuta ad Auschwitz
14 gennaio 2014
Anita B., il dopo Shoah
Eline Powell è Anita B.

“Non è solo un film sull’Olocausto, ma un film sull’esercizio della memoria”. Così il regista Roberto Faenza presenta Anita B., in uscita nelle sale il 16 gennaio distribuito da Good Films. Anita (Eline Powell), un’adoloscente di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz, è accolta da Monika (Andrea Osvart), sorella di suo padre e unica parente rimasta viva, che però non vuole essere chiamata zia. Tra le montagne della Cecoslovacchia, a Zvikovez, Anita si trova a vivere con la zia e il marito Aron (Antonio Cupo), il piccolo Roby e il fratello di Aron, il giovane e attraente Eli (Robert Sheehan), la cui filosofia è: “Gli uomini tirano giù i calzoni, mentre le donne pensano all’amore”. In quel villaggio dei Sudeti, territori in precedenza occupati dai tedeschi, i nazisti vengono rimpatriati a forza mentre gli scampati vivono in una situazione di tensione con l’avvento del comunismo. Anita, che ha perso i suoi genitori nel lager, è l’unica a voler ricordare il passato, mentre tutti gli altri invece sembrano volerlo rimuovere, ballando e ascoltando le canzoni americane di nascosto. E il più grande tabù è proprio l’esperienza del campo di concentramento.
“Quando si nomina Auschwitz c’è una sorta di terrore, lo stesso a cui è sottoposta la protagonista del film”, dice Roberto Faenza riferendosi alle poche sale in cui il film sarà distribuito (venti o trenta in tutta Italia), e poi prosegue: “Volevo raccontare un periodo che è un po’ un vuoto della storia cinematografica, il dopo Shoah. Mi piaceva confrontarmi con l’idea di una vita normale, un po’ come nel film Napoli milionaria dove Eduardo De Filippo torna dalla guerra”. Tratto dal romanzo di Edith Bruck dal titolo “Quanta stella c’è nel cielo”, che il regista ha letto su consiglio di Furio Colombo, anche se inizialmente non lo voleva leggere perché non voleva “fare un altro film sull’Olocausto”, Anita B. racconta la capacità che ha l’uomo, dopo qualunque dramma, di riscoprire la vita.
“Anita è una ragazza che tenta in ogni modo di affermare la propria identità in un mondo ostile. Per questo lo trovo molto in linea con Prendimi l’anima”, dice il regista riferendosi al suo film del 2003 e la protagonista Eline Powell aggiunge: “E’ un personaggio molto difficile da interpretare. Auschwitz è un bagaglio pesante che lei si porta dentro, per questo mi sono documentata ampiamente prima di entrare nel ruolo e sono andata a visitare un campo di concentramento in Belgio”. Nel cast anche Nico Mirallegro che interpreta il giovane David, Moni Ovadia nel ruolo di zio Jacob, coscienza critica della comunità ebraica e estroso musicista nella festa del Purim, e Jane Alexander nel ruolo di Sarah, una “traghettatrice” che organizza l’esodo verso la Palestina.
“Nel film non c’è la Palestina, perché la protagonista la vede come un sogno e non l’immagina neanche”, spiega Roberto Faenza, che poi conclude: “Il problema della memoria storica è importante soprattutto in un paese che è così senza memoria, come l’Italia. La televisione è spesso nemica della memoria, mentre il cinema riesce ancora a ricordare”.

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