“Oggi sto bene, domani non lo so” è il manifesto ideologico, culturale, sentimentale di Antonietta, che a settant’anni suonati (l’età è un inghippo dell’anagrafe) si è trasferita ad Hammamet, esilio volontario – per lei – perché, piuttosto che sopravvivere in Italia con una pensione discreta, una fiscalità fastidiosa e soprattutto la prospettiva di un dinamismo loffio, meglio l’avventura. Non è mai troppo tardi, lo diceva anche un film di qualche anno fa: e così questa frizzantissima signora napoletana ha trovato nei lidi tunisini il suo Marigold Hotel, condividendo il quotidiano con expats anziani e vitali, compreso un poliziotto bolognese con cui osare un nuovo amore.

Antonietta è la mamma di Salvatore Allocca, regista di Residence Hammamet – Il Maktub secondo mia madre, che per convenzione chiameremo documentario – anzi, cinema del reale in purezza – giacché l’etichetta restituisce solo in parte la natura di questo film di viaggio, dove per viaggio non s’intende il turismo nelle terre esotiche ma l’esplorazione dei paesaggi interiori. Con una piccola troupe al seguito, Allocca raggiunge la mamma per capire le ragioni di un cambiamento tanto radicale, non solo per ciò che implica sul piano della distanza fisica ma anche per affrontare il dramma di una disgregazione in atto: cosa resta di una famiglia quando si sparpaglia, quando irrompono nuovi affetti, quando l’autonomia di una madre  si misura con un metro che non è lo stesso del figlio, quando il destino è una scelta?

Maktub, d’altronde, vuol dire destino. E Allocca elabora il trauma seguendo la lezione della madre: vivere aggiungendo vita ai giorni che restano, lasciando(si) vivere senza togliere nulla al prossimo, sorridendo allo spettro della morte. Allocca – che ha scritto la sceneggiatura con Emiliano Corapi e Elisabetta Abrami – accarezza la possibilità della commedia, mette la madre al centro e se stesso ai margini (anche quando si mette in scena, sempre un po’ obliquo, laterale, mai compiaciuto) e arricchisce il lessico familiare del relazione privata facendosi travolgere dal contesto: quello dei pensionati emigrati per sogno e bisogno, un panorama umano un po’ crepuscolare e un po’ glorioso che tiene dentro ex di tutto (dal cavaliere a Uomini e donne a uno stuntman) e chi vive il conflitto tra la nostalgia della patria e il realismo del buen ritiro.

Con equilibrio e misura, dolcezza e affetto, leggerezza senza frivolezza, Residence Hammamet – Il Maktub secondo mia madre intreccia reportage e diario, cronaca e romanzo, osservazione e immersione, commedia e melodramma. Sull’amore che cambia e ci cambia, sulle rimozioni e sulle trasformazioni, sul reinventarsi restando fedeli a se stessi, sulla necessità di non essere come tutti e sull’arte di lasciare andare, sul tempo che ci è voluto e sulla vita che verrà. Il suggello è la danza finale, un duetto catartico e liberatorio che fa affiorare un sorriso ad esaltare la commozione.