Alla scoperta di A Classic Horror Story

Incontro con i registi Roberto De Feo e Paolo Strippoli: “Ci ispiriamo al cinema americano, ma bisogna sfruttare la ricchezza delle storie italiane". Dal 14 luglio su Netflix
Alla scoperta di A Classic Horror Story

“Un horror, ma completamente originale”. Queste le premesse con cui Roberto De Feo e Paolo Strippoli hanno deciso di girare A Classic Horror Story (dal 14 luglio su Netflix). Freschi vincitori per la migliore regia alla 67esima edizione del Taormina Film Fest i due registi ci hanno raccontato la genesi di questo film, prodotto da Colorado e targato Netflix, al suo debutto al festival.

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“Collaborare con Netflix è stato fondamentale anche in fase di scrittura perché poi ci hanno suggerito la strada da percorrere- spiegano-. Abbiamo scoperto la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Non la conoscevamo, ma l’avevamo sentita citare da Roberto Saviano perché spesso l’ha portata in giro nelle sue esibizioni anche nelle scuole. È una leggenda che parla di tre cavalieri in Spagna che erano i protetti del re. Quando la loro sorella fu stuprata da un altro protetto del re decisero di vendicarsi ammazzandolo. Furono mandati in prigione per trent’anni in Sicilia e, durante la prigionia, crearono le regole della mafia, che esistono purtroppo ancora oggi. Abbiamo poi cercato di romanzare e trasfigurare un po’ la storia e di creare qualcosa di nuovo. Così questi cavalieri per noi sono tre demoni venuti da un altro mondo e rappresentano la camorra, l’ndrangheta e la mafia”.

A Classic Horror Story

Nel film non solo il rimando alla storia italiana, ma anche una riflessione sul tema della morbosità dello sguardo. “È un po’ quello che andiamo ad analizzare in questo film e cerchiamo nel nostro piccolo di prenderne le distanze- dicono-. La pornografia del dolore e la spettacolarizzazione della morte sono le due problematiche principali della nostra società. Capita che viaggi, vedi un incidente, un’auto ribaltata, noi rimaniamo in macchina pietrificati pensando alla persona che magari si è fatta male, mentre tanta gente esce e comincia a fare i video con il cellulare. Negli ultimi anni siamo diventati dei campioni in questo. Molti dei nostri programmi televisivi più seguiti sono morbosi e costruiscono intere settimane di programmi tv su questi contenuti. La gente non vuole vedere i film horror, però vuole accendere la tv e sentire parlare dell’omicidio di Meredith Kercher o del delitto di Cogne o di quello di Garlasco”.

Guarda il backstage di A Classic Horror Story

 

Entrambi pensano che per fare un buon horror l’elemento più importante è la credibilità. “Devi costruire un impatto visivo che riesca a reggere il paragone con il cinema al quale ci ispiriamo che è il cinema horror americano- spiegano-. Abbiamo perso settimane a capire se la casa doveva avere il tetto a punta o se doveva sembrare più un granaio. Per noi era fondamentale creare una scenografia che reggesse il confronto con altri film”.

E poi Roberto De Feo sottolinea: “È diffusa la voce che gli italiani non sappiano fare film horror. In parte hanno anche ragione perché per trent’anni hanno visto film prodotti con 100mila euro. Ci sono stati dei bei film horror italiani come Shadow di Federico Zampaglione o At the end of the day di Cosimo Alemà, che hanno dato nuova linfa vitale al genere. Ma servono horror che riescano ad andare oltre i confini nazionali. Le piattaforme ovviamente vogliono dei film che siano in grado di andare anche all’estero”.

Protagonista di A classic horror story è Matilda Lutz. “Con la sua anima duplice era perfetta per questo ruolo”, commentano i registi. E l’attrice dice: “C’è tanto pregiudizio sui film di genere e sulle attrici che fanno film di genere. Questo film dà un messaggio sociale in modo ironico e questo arriva in modo ancora più forte”.

Matilda Lutz

C’è qualcosa che non amate dell’horror di oggi? “Di solito guardo tutto- risponde De Feo-. Non mi piacciono i film piatti e poco originali come la classica famiglia perfetta che arriva nella casa inquietante e poi trova delle presenze. Storie viste e riviste che non mi interessano. Per esempio The Conjuring mi è piaciuto molto perché ha introdotto l’elemento investigativo, cosa che in questi film normalmente non c’è, oppure Hereditary è il classico film familiare horror, ma con trovate registiche fuori dalla norma”.

Infine Roberto De Feo e Paolo Strippoli concludono: “Oggi si può raccontare di tutto attraverso l’horror. The Nest (ndr. film del 2019 diretto da Roberto De Feo) era un film estremamente cupo. Questo è più ironico. D’altronde l’horror ha una vasta gamma di sfaccettature che ti permette di sperimentare tante cose. Bisogna sfruttare la ricchezza italiana: gli accenti, le location, le storie”.

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