Salvatore Giuliano

ITALIA - 1961
Subito dopo la liberazione della Sicilia, Salvatore Giuliano, già fuorilegge per aver ucciso un carabiniere, costituisce una banda ed entra a far parte dell'esercito separatista, sostenendo conflitti a fuoco con soldati e carabinieri. Quando questo esercito viene sciolto, Giuliano rimane isolato con la sua banda ed è costretto a riprendere la sua attività di fuorilegge. Uno dei fatti più gravi di questa attività è costituito dall'episodio di Portella della Ginestra, nel quale numerosi uomini, donne e bambini furono uccisi dalla banda. A questo punto viene decisa dalle autorità una guerra senza quartiere contro Giuliano. Uno dopo l'altro cedono i capisaldi della sua difesa e la mattina del 5 luglio 1950 il suo corpo inanimato viene ritrovato nel cortile di una casa di Castel Vetrano. Ma la storia non è conclusa. Gaspare Pisciotta viene avvelenato in carcere e altri mafiosi che hanno compiuto con lui i misfatti sono colpiti da mani misteriose.

CAST

NOTE

- I TITOLI DI TESTA SONO CHIUSI DALLA SEGUENTE DIDASCALIA: "QUESTO FILM E' STATO GIRATO IN SICILIA. A MONTELEPRE, DOVE SALVATORE GIULIANO E' NATO. NELLE CASE, NELLE STRADE, NELLE MONTAGNE DOVE REGNO' PER SETTE ANNI. A CASTELVETRANO DOVE IL BANDITO TRASCORSE GLI ULTIMI MESI DELLA SUA ESISTENZA E NEL CORTILE DOVE UNA MATTINA FU VISTO IL SUO CORPO SENZA VITA".

- PREMI: ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA AL XII FESTIVAL DI BERLINO (1962); NASTRO D'ARGENTO 1963 PER LA MIGLIOR REGIA (EX AEQUO CON "LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI"), MUSICA E FOTOGRAFIA IN BIANCO E NERO; GROLLA D'ORO 1962 PER LA MIGLIOR REGIA; PREMIO STAMPA ESTERA PER IL MIGLIOR FILM ITALIANO (1962).

CRITICA

"(Il film) rappresenta in realtà un brano di storia italiana che pone al centro del suo discorso il fenomeno della mafia, fenomeno del quale il bandito è uno degli episodi più o meno oscuri, forse neppure il più importante anche se il più vistoso. A Rosi Giuliano serve esclusivamente (...) come punto di riferimento. La logicità storica e la funzionalità espressiva del linguaggio anticronologico dell'opera non si capiscono a fondo se non si tien conto che quel cadavere che nella prima scena appare dall'alto, schiacciato nell'assolato cortile di Castelvetrano (...) è uno dei tanti di una catena da spiegare." (G. Ferrara, 'Francesco Rosi', Canesi Editore, 1965)
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