Ruggine

ITALIA - 2010
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Ruggine
La difficile pre-adolescenza di una "banda" di ragazzini in desolato quartiere di periferia che segnerà inevitabilmente le vite di alcuni di loro: trent'anni dopo, infatti, Sandro, Carmine e Cinzia sono ancora marchiati da quell'esperienza incancellabile che ha traumaticamente segnato la fine dell'infanzia...
  • Durata: 109'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: dal romanzo omonimo di Stefano Massaron (ed. Stile Libero - Einaudi)
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO, GIANLUCA ARCOPINTO PER ZAROFF FILM, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: FANDANGO
  • Data uscita 2 Settembre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Ci sono film belli e importanti, brutti e sbagliati. E film come Ruggine. Che sarebbe meglio dimenticare. Tra le mani Gaglianone aveva un progetto interessante, una fiaba nera ambientata in una periferia del nord Italia negli anni '70, dove i piccoli figli di immigrati (meridionali e non) giocano come possono e spesso come non dovrebbero, organizzati in bande a simulare guerre. Che poi tanto innocenti non sono. Del resto la durezza è di casa, e il male altrove: arriva da chissà dove, intabarrato in abiti perbene, e dove può s'incista.
L'orco è un pericoloso pedofilo. Gira con la sua macchina elegante, sempre lucida, infilata spesso tra gli spazzoloni di un autolavaggio, perché fondamentale è "apparire" puliti (è una delle tante ricorrenze visivo/semantiche del film, e uno dei suoi vezzi più odiosi: metaforizzare di continuo il racconto). E' il nuovo pediatra del quartiere, un signore con la laurea in un mondo di operai. Viene rispettato da tutti, mentre lui si "prende cura" dei loro bambini. Grugnisce che pare un maiale, come Peter Lorre fischiava (M - Il Mostro di Dusseldorf) e Robert Mitchum cantava (La morte corre sul fiume). Peccato che orco Filippo Timi non abbia medesima efficacia. Esagertamente aberrante. Una brutta caricatura.
E poi ci sono i tre bambini che hanno la sventura d'incontrarlo e la fortuna di sopravvivergli. Un piccolo capobanda siciliano, Carmine. L'amico esile, figlio di immigrati pugliesi, Sandro. E la bella e dura del gruppo, Cinzia. Il film si sdoppia: tra un momento della loro infanzia già adulta e quello dopo, della maturità incatenata all'infanzia.
Gaglianone alterna senza soluzione di continuità passato e presente, e va bene, vista la loro forte compenetrazione; va bene anche scegliere modalità diversificate di messa in scena per esprimere le prospettive dell'età acerba - spazi aperti, carrelli e dolly di una stagione tutta proiettata in avanti - e quelle dell'età adulta - immobile, rigidamente chiusa tra spazi gretti e angusti. Non va affatto bene invece il rigido meccanismo di causa/effetto adottato dal regista, come se tra eventi separati da oltre 30 anni ci fosse una stretta consequenzialità. Si fatica a credere che gli esseri umani non abbiano evoluzioni psicologiche più complesse.
Sono personaggi, questi, senza sfumature. Non recano le tracce nascoste di un trauma come ci si aspetterebbe, ma ne esibiscono le stimmate, in un'esplicita rimessione di subconscio e di psicanalisi socializzata. Così Carmine (Valerio Mastandrea) tira fastidiose filippiche agli amici del bar; così Cinzia (Valeria Solarino) rigurgita disillusa profondità, rabbia e vecchie storie di violenza ai gretti e stereotipati colleghi del consiglio di classe.
Discutibile inoltre il perfetto bilanciamento tra le due parti, in termini di durata e d'importanza: avremmo desiderato seguire maggiormente la storia dei bambini - non particolarmente simpatici per la verità e nemmeno diretti benissimo - e invece dobbiamo interromperla di continuo, per sapere che da grandi non sono cresciuti granché e che passano il tempo in attività a basso intrattenimento: ad esempio, per dirci che tra i tre ragazzini l'unico ad avere superato brillantemente la prova di maturità è Accorsi/Sandro, Gaglianone c'impone interminabili sequenze di gioco col figlio (quel gioco che, quando Sandro era piccolo, il padre gli aveva negato e l'orco rubato: viva la retorica!), che sono uno strazio per lo spettatore. E che dire delle banalità profuse dai professori e dalla stessa Solarino? O della lezioncina sulla predestinazione sociale di Mastandrea, sempre sciatto e uguale a se stesso?
Peccato. La vicenda, tratta dal romanzo di Massaron, era roba incandescente. Ma Gaglianone - preoccupante la sua involuzione - sceglie un modo tutto italiano per trattarla: preferisce cioè esibire una patente autoriale piuttosto che mettersi al servizio della storia e dei personaggi. Confonde la tecnica con lo stile, rimane prigioniero della carta per quanto riguarda i dialoghi, si rivela poco agile nel costruire le situazioni. Non trova nemmeno una forma convincente (né orrorifica né onirica né drammatica: quale allora?) per esprimere ciò che una narrazione, forse meno ambiziosa ma più aderente al soggetto, avrebbe saputo fare.
Abbiamo citato prima due capolavori del genere come M e La morte corre sul fiume non a caso: sono film realizzati oltre 50 anni fa, costruiti secondo regole classiche, attenti alle psicologie e sensibili ai dettagli che sanno comunicare sotto la superficie delle cose. Erano film in apparenza più facili ma di fatto profondamente ambigui, inquietanti, sinistri. E il bello è che sono ancora nuovi. Non "nuovi per forza", come tanto nostro cinema pretende di essere. Quando di originale invece continua ad avere solo il peccato (di superbia).

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI: MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E APULIA FILM COMMISSION.

- IN CONCORSO ALL'8. EDIZIONE DELLE 'GIORNATE DEGLI AUTORI/VENICE DAYS' (VENEZIA 2011).

CRITICA

"II male c'è e lascia tracce indelebili. Come un'ombra, una macchia, una malessere, un graffio che non va più via. E' una 'Ruggine' con la quale si impara a convivere. Così la pensa Daniele Gaglianone che apre le Giornate degli Autori con 'Ruggine', una storia torbida che vede coinvolti un gruppo di bambini di periferia immigrati dal meridione in un Piemonte ostile che hanno fatto della babele linguistica il loro codice." (Michela Taburrino, 'La Stampa', 1 settembre 2011)

"'Ruggine' è un film spietato su un tema ostico, la pedofilia." (Franco Montini, 'La Repubblica Roma', 1 settembre 2011)

"Daniele Gaglianone (...) si è già fatto conoscere e anche apprezzare con alcuni film di serio impegno, da 'I nostri anni' a 'Nemmeno il destino' a 'Pietro'. Il suo tema, questa volta, è quanto mai duro e tutto spigoli, perché è addirittura la pedofilia, affrontata però con molto rigore e senza nessuna concessione al facile. L'azione, nella periferia di una città del nord, forse Torino. (...) Un primo merito. Senza ritorni all'indietro e senza rievocazioni, in primo piano, oggi, ci sono due adulti e una ragazza che sono stati testimoni anni prima di quegli orridi eventi. Non ne parlano mai, ma via via che procede la vicenda in tempo presente possiamo verificare da vicino quanto duramente li abbiamo segnati. Secondo merito: quegli eventi, riproposti come se fossero al presente. Però, pur dando spazi ai drammi, privilegiando note fugaci o addirittura taciute. Con un linguaggio che non solo allusivamente accetta pause e momenti di buio, ma poi accoglie, nel testo, approfondimenti diretti a livello della psicologia del pedofilo. Gli dà volto, con strazi segreti, Filippo Timi. I tre adulti sono Valeria Solarino, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea. Con facce giuste." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2011)

"Fin dal suo esordio nel 2001, con 'I nostri anni', Daniele Gaglianone è - tra i registi italiani - uno di quelli più capaci di far vedere il tempo. Di farcelo sentire, annusare, percepire. (...) 'Ruggine', tratto dall'omonimo romanzo di Stefano Massaron e presentato nei giorni scorsi a Venezia nelle 'Giornate degli autori', è invece un racconto orchestrato su due piani temporali differenti (la fine degli anni Settanta e oggi), ma senza mai ricorrere a quegli espedienti sintattici (tipo il flashback) che in genere il cinema usa per far slittare il racconto da un piano temporale all'altro. (...) Girato con grande pudore, e con una sensibilità non comune nella messinscena degli spazi e degli ambienti della periferia metropolitana, 'Ruggine' ha un limite che non è solo suo, ma prima ancora del romanzo da cui è tratto e, forse, di tutta la cultura progressista italiana: quello di non riuscire ad affrontare un tema sgradevole come quello della pedofilia se non facendo del pedofilo un mostro, una deviazione aberrante e patologica dell'umano. Filippo Timi è bravissimo nel rendere con lo sguardo e con i gesti la divorante patologia del suo orco. Ma quando la sceneggiatura gli fa pronunciare battute come quella che gli sfugge con la madre del bambino che ha appena visitato (...), o gli fa bofonchiare e rantolare un refrain delirante (...), noi non abbiamo più dubbi: è un mostro, non ci riguarda. È diverso da noi. È il pharmakos - il capro espiatorio - di cui abbiamo bisogno per scaricare su di lui anche tutta la nostra malvagità (il nostro senso di colpa?) e sentirci in qualche modo assolti. Da questo punto di vista, 'Ruggine' è un'occasione perduta. Si è limitato a mostrarci una perversione, mentre poteva aiutarci a mettere a fuoco la terrificante e quotidianissima banalità del male." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano - Saturno', 2 settembre 2011)

"II paragone con 'Mystic River' di Clint Eastwood sembra azzardato ma corriamo il rischio. Trattasi di pedofili, in entrambe le storie, e trattasi di ragazzini che dovranno diventare grandi facendo i conti con la brutta esperienza. Da una parte c'è un romanzo di Dennis Lehane intitolato 'La morte non dimentica'. Dall'altra c'è il romanzo 'Ruggine' di Stefano Massaron, uscito da Einaudi. (...) Malinconia, crepuscolarismo, tristezza, traumi interiori: questo scelgono di raccontare gli italiani. (...) Il cinema nostrano ha sempre un sovrappiù di timidezza e una mancanza di grinta, perfino quando in scena mette un pedofilo. (...) Siccome siamo italiani, e anche autori, il regista Daniele Gaglianone mette insieme i tasselli con ritardo. Prima vediamo tre personaggi - il padre Stefano Accorsi, la maestra Valeria Solarino, lo sbandato Valerio Mastandrea - che si aggirano nelle rispettive scene senza indizi su quel che li lega. Anzi, pensiamo proprio che non abbiano in comune nulla se non la piattezza di personaggi poco sviluppati in sceneggiatura, dove si tolgono informazioni per creare interesse. In realtà si ottiene l'effetto contrario: se non abbiamo qualcosa da masticare, noi spettatori dopo un po' ci agitiamo furiosi nella poltrona e andiamo a caccia di altre prede." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 3 settembre 2011)

"Con il suo 'Ruggine' il regista Daniele Gaglianone ha inteso raccontare una favola nera, buia, tenebrosa. Più precisamente, forse, ha cercato di rappresentare con i suoi occhi e la sua sensibilità di adulto, oggi, quel marcio, quel lugubre, quel mostruoso che gli occhi e la sensibilità del bambino, e probabilmente di lui stesso bambino, non hanno potuto e non possono cogliere per intero pur trattenendo la percezione di qualcosa di oscuro, di brutto e pauroso. Questa almeno sembrerebbe la base del racconto. Fintanto che l'Orco resta ben protetto dalla sua esteriorità rispettabile,e fintanto che i bambini non ci si rivelano coscienti del Male e suoi giustizieri. Proviamo a dare conto di ciò che accade nel film adottando però una linearità che è totalmente smentita dalle immagini, dal loro ritmo e dal montaggio che segue invece un non-filo, un andamento che qualche spettatore potrà perfino trovare capriccioso. (...) Gaglianone (autore nel 2000 di uno splendido debutto: 'I nostri anni') ha stile, personalità, punto di vista. Il suo film costringe a un'esperienza pesante e faticosa che non produce il risultato che poteva produrre. Timi, senza discussioni un talento di prima fila, che dopo Bentivoglio e Servillo si colloca decisamente nel solco del perfezionismo alla Volonté, indebolisce il suo personaggio demoniaco facendogli fare il matto." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 3 settembre 2011)
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