Questi giorni

ITALIA - 2016
2,5/5
Questi giorni
Una città di provincia. Tra le vecchie mura, nelle scorribande notturne sul lungomare, nell'incanto di un temporaneo sconfinamento nella natura, si consumano i riti quotidiani e le aspettative di quattro ragazze la cui amicizia non nasce da passioni travolgenti, interessi comuni o grandi ideali. Ad unirle non sono le affinità ma le abitudini, gli entusiasmi occasionali, i contrasti inoffensivi, i sentimenti coltivati in segreto. Il loro legame è tuttavia unico e irripetibile come possono essere unici e irripetibili i pochi giorni del viaggio che compiono insieme per accompagnare una di loro a Belgrado, dove l'attendono una misteriosa amica e un'improbabile occasione di lavoro.
  • Altri titoli:
    These Days
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: HD
  • Tratto da: liberamente ispirato al romanzo "Color betulla giovane" di Marta Bertini
  • Produzione: MATTEO LEVI, VERDIANA BIXIO PER 11 MARZO FILM, PUBLISPEI, RAI CINEMA
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 15 Settembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Quattro ragazze in cerca di se stesse. Quattro 20enni normali, che stanno e viaggiano insieme non si sa perché. Amicizia? Forse, ma non è sicuro, di certo non è scontato. Maria Roveran eccelle all’università, dove prepara una tesi sul Paradiso perduto e si fa apprezzare dal prof. Filippo Timi. A casa ha un rapporto non conflittuale, ma forse superficiale con la madre, Margherita Buy, di professione parrucchiera. Le altre tre sono Marta Gastini, in procinto di trasferirsi a Belgrado per un modesto impiego da cameriera; Laura Adriani, un padre padrone (Sergio Rubini), ma apparentemente sicura di sé e financo sprezzante; Caterina Le Caselle, violinista e incinta. Tutte e quattro partono per Belgrado: non succederà nulla, ma accadrà qualcosa, anche e non solo perché una di loro ha un cancro e anziché viaggiare dovrebbe curarsi…

In Concorso a Venezia 73, è Questi giorni, diretto da Giuseppe Piccioni, che ha un merito indubbio: declinare la precarietà in forma amicale.
Appoggiandosi sul teen movie quale genere di riferimento, più che altro per ragioni anagrafiche (dei personaggi), Piccioni non adopera però la drammaturgia e pure la poetica del romanzo di formazione: poco succede, e l’avvio in medias res non subisce, malattia a parte, particolari scossoni.

Sono ragazze di oggi – anche se le connotazioni temporali sono in difetto – e se non i pensieri i legami, palpiti, aneliti, destinazioni paiono deboli, poco profondi, soprattutto poco interessanti: mala tempora currunt o il film ha qualche problema? Al netto dello status quo, la seconda: Questi giorni non riesce mai a interessarci di queste ragazze, a farci sovrapporre il nostro vissuto - o il nostro presente - a quel che vediamo: apatia, abulia, indecisione dalle ragazze, ovvero la storia, contagiano il racconto, palesando un’irresolutezza di fondo dietro la macchina da presa e, ancor prima, in scrittura.

Ci sono parentesi a fuoco, su tutti quella con il giovane prete, ma i cammei – Timi, Rubini – sono incongrui, se non deleteri; le musiche, un mugolio a cappella reiterato, fanno poco e male coro greco; la regia – nel finale al parchetto dell’ospedale la Roveran entra nella sua stessa soggettiva!!! - non brilla per inventiva, ma si adagia su ritmi e giorni, questi giorni, incolori, insapori, vecchi come solo i (non) giovani sanno essere.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA.

- PREMIO SORRISO DIVERSO VENEZIA 2016-ASS UCL COME MIGLIOR FILM ITALIANO (EX AEQUO CON "IL PIÙ GRANDE SOGNO" DI MICHELE VANNUCCI) ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016).

- MARGHERITA BUY E' STATA CANDIDATA AL NASTRO D'ARGENTO 2017 COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANCHE PER "COME DIVENTARE GRANDI NONOSTANTE I GENITORI" DI LUCA LUCINI).

CRITICA

"(...) ennesima conferma della fragilità di un regista che sa usare il tratteggio per le psicologie dei suoi personaggi ma non sa mai spingerli verso i chiaroscuri cui il cinema ambirebbe. (...) l'entrata in scena della madre della malata (Margherita Buy) e dell'affascinante professore (Filippo Timi) invece di arricchire il film lo sfrangia ancora di più, in una sottotrama di cui non si sente la necessità. Anche perché non porta a niente. Piccioni gira intorno alle sue quattro ragazze, costringendole a non cambiare mai tono (specie l'aspirante cameriera. Eternamente ingrugnita), si concede qualche tocco «d'autore» ma alla fine resta prigioniero di un cinema esangue." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 9 settembre 2016)

"Ci sono film così inattuali e forse personali, così ostinatamente e teneramente fuori moda, che verrebbe voglia di difenderli per partito preso, ma è difficile trovare qualcosa a cui aggrapparsi in 'Questi giorni' di Giuseppe Piccioni. (...) il regista sceglie di lasciare l'ambientazione nel vago, rinunciando a quelle connotazioni regionali (o culturali) che avrebbero dato carattere a questi personaggi già così volutamente sfuggenti. (...) Il problema è che anche il film non imbocca mai davvero una strada con decisione, oscillando fra Emmer e il primo Antonioni, con guizzi addirittura bergmaniani che però non riescono mai a definire con nettezza né i caratteri né l'epoca fluida in cui viviamo, come forse era nel progetto. Di ragazze così sicuramente ne esistono a migliaia. Ma 'Questi giorni' non ci aiuta molto a conoscerle." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 settembre 2016)

"'Questi giorni' (...) non è (...) un film «teorico» nel senso che il regista, Giuseppe Piccioni, nei suoi film più che da un obiettivo parte sempre dalla storia che vuole raccontare, e a questa accorda messinscena, narrazione, un lavoro sempre magnifico con i suoi attori. Il che non vuol dire che non vi sia «teoria», anzi Piccioni tra i nostri registi è uno dei più raffinati, ma non utilizza un involucro imposto «a priori», una condizione a cui sottomettere il piacere di filmare. Esponente di quella generazione del cinema italiano apparsa negli anni Ottanta (...) Piccioni è un regista non etichettabile, perché sia nella leggerezza della commedia che in storie più dure e dolorose (...) appare libero da quella «tradizione» del cinema italiano (commedia in testa) a cui sembra per forza, e specie appunto nella sua generazione, si debba guardare. 'Questi giorni' è una storia d'amore e di amicizia, e insieme un romanzo di formazione (...) nel quale a crescere, o meglio a cambiare, sono però un po' tutti, gli adulti e i ragazzi, le madri e i figli. (...) Maria Roveran, un talento speciale (...) bravissima Margherita Buy (...) Piccioni (...) guida con delicatezza e pudore le sfide sempre importanti nella loro dimensione quotidiana che incontrano le sue protagoniste, ne sa guardare i momenti di spaesamento, le incertezze e insieme l'energia che si mischiano con naturalezza confondendosi come i loro sentimenti. È la vita che scorre nelle sue infinite sfumature, in una dimensione «ordinaria», quella di una relazione fatta di frammenti, di slanci e di fratture, che la macchina da presa cattura e rende storia senza utilizzare i contenitori «generazionali» anche se l'orizzonte delle protagoniste è quello di oggi, ne condivide le incertezze, gli entusiasmi, le parole. Le conosciamo lì, in quel momento, è il movimento che attraversano che il film segue, quel tempo breve in cui però si dispiegano molte possibilità, un orizzonte aperto, in divenire, un flusso impalpabile di delicata intensità. Il piacere di un cinema che sa ancora sorprendersi di sé stesso." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 9 settembre 2016)

"II film ha i toni ovattati caratteristici dell'autore, ma questo sguardo non riesce a rendere interessanti personaggi sempre tristi, poco simpatici, e senza evoluzione, in un road movie raccontato con numerose lungaggini e senza incontri davvero interessanti. I personaggi della madre di una delle ragazze (Buy) e del professore (Timi), che offrono i momenti più interessanti, sono lasciati in asso e ripresi alla fine, come se fossero un altro film." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 9 settembre 2016)

"Bisogna (...) aspettare la partenza per Belgrado (...) per uscire da una risaputa commedia di situazione, con lo stonato papà Rubini chiamato a fare colore e una Buy standard, madre parrucchiera, per entrare nell'anima infelice, in un certo senso collettiva, di queste giovani donne in attesa, ciascuna, e questa è la cosa riuscita del film, parte di un labirinto di slanci e rifiuti, cupezze e ingenuità, desideri e paure, affidato a un cast centrato, dotato di variazioni e improvvisazioni (Marta Gaslini, Maria Roveran, Caterina Le Caselle, Laura Adriani). Le ali della giovinezza oggi hanno lo scotch, d'accordo. Però Piccioni infonde al passo del film una personale uniformità di umor uggioso, malinconico, forse più programmatica, diciamo di stile, che armonica ai personaggi." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 9 settembre 2016)

"In dirittura finale (...) Venezia spara il film italiano di maggiori pretese 'Questi giorni' di Giuseppe Piccioni. Spara per modo di dire, pretese per modo di dire. Piccioni (...) regista di lungometraggi da trent'anni, non è mai stato un autore di serie A. Probo, dignitoso, spesso interessante ('Luce dei miei occhi' del 2001, 'Fuori dal mondo') mai sotto la media. Il nostro appartiene alla purtroppo lunga schiera di registi nostrani che sanno il loro mestiere, ma che non fanno innamorare del cinema. Ogni tanto viene ospitato dai festival, non è mai stato un capofila. II fatto che il cartellone della Mostra lo mettesse in cima alla lista ci ha lasciato (all'annuncio del cartellone) sconcertati e perplessi. Delle due l'una. O il Piccioni a 60 e passa primavere ha fatto il gran salto qualitativo, oppure è il cinema italiano che non riesce a proporre di meglio (...). Bene. Dopo due ore di film, è la seconda (poco consolatoria) ipotesi a prevalere. "Il settimo film di Piccioni è come i sei precedenti. Lungo (perché 127 minuti per una storia che poteva prendere mezz'ora?), tutto lavorato in sottrazione (le emozioni sembrano non esplodere mai), poco originale e poco interessante nei quattro personaggi principali. (...) 'Questi giorni' non evita il pericolo maggiore dei film autostradali. Cioè la noia, la ripetitività. Fino a Belgrado è un dannato tirare il can per l'aia (gli incontri con qualche maschietto incrociato sulla via non sono entusiasmanti né perle ragazze né per il pubblico). (...) c'è qualcosa da far entrare nel proprio immaginario? Oh, sì, Maria Roveran (...). M'ha lasciato secco come oltre mezzo secolo fa Ida Galli-Evelyn Stewart nella 'Dolce Vita'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 settembre 2016).

"Le esordienti Le Caselle, Roveran, Adriani e Gastini risultano abbastanza credibili e si adattano senza forzature al ritmo rapsodico voluto dal regista, garbato nell'inanellare alcuni episodi da road movie giovanilistico, ma non altrettanto felice nel ritagliare sfondi ambientali inediti o sorprendenti, e soprattutto nell'introdurre i personaggi «forti » o che dovrebbero rappresentare un'alternativa all'itinerario iniziatico delle protagoniste e invece rischiano d'appiattirne i tenui sentimenti in fiore. La madre parrucchiera scombinata di Margherita Buy, il padre cialtronesco di Sergio Rubini e il professore fascinoso ma imbranato di Filippo Timi non è che siano stridenti sul piano professionale, ma obbediscono a motivazioni pretestuose in quanto di routine e viceversa «Questi giorni» che dovrebbero diventare nell'amara e certo sentita deriva finale un ricordo unico e irripetibile, sembrano invece attorcigliarsi nelle recidive paturnie di quattro graziose signorine (un po' troppo) senza qualità." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 settembre 2016)

"Piacerà perché le ragazze sono notevoli (Maria Roveran e Laura Adriani sono bellissime, la Gastini ha indubbio temperamento) e Margherita Buy pur avendo poche scene, riesce a lasciare il segno. La regia di Piccioni procede a corrente alternata (film troppo lungo) ma nelle scene belgradesi prende decisamente lena." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 settembre 2016)

"(...) il pianto di mamma Margherita Buy davanti all'attonito, malrasato Filippo Timi è l'unica scena da ricordare." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 15 settembre 2016)

"Il regista mette in scena i movimenti del tempo e quelli delle emozioni in un racconto dove silenzi e sguardi esprimono più delle parole." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 16 settembre 2016)
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