Pulp Fiction

USA - 1994
Jules Winnfield, un nero, e Vincent Vega, un bianco, accoliti del boss Marsellus Wallace, dopo aver discusso sulla defenestrazione, ad opera di costui, di Antoine, reo di aver "massaggiato" i piedi di Mia, consorte del boss, si preparano per andare a giustiziare gli uomini di Antoine. Frattanto Vincent, dopo aver accompagnato Mia a cena e a ballare, è costretto a riaccompagnarla a casa: qui la donna, tossicodipendente, ha una crisi per overdose, e Vincent, terrorizzato, la trasporta in automobile nella casa del fornitore della droga insieme al quale riesce a salvarla dopo averle praticato un'iniezione intracardiaca. Poi Jules e Vincent penetrano nell'appartamento dove si trovano gli accoliti di Antoine: mentre stanno per recuperare una valigetta piena di soldi dopo aver ucciso due dei tre uomini presenti, un giovane, nascosto nella stanza accanto, irrompe improvvisamente e scarica il revolver contro i due, che restano miracolosamente illesi. Jules dopo averlo ucciso, parla di segnale dal cielo, e mentre si allontana in automobile con l'uomo superstite, Vincent lascia partire un colpo che a questi spappola il cervello. Rifugiatosi col cadavere da Jimmy, un amico di Jules, chiedono aiuto a Marsellus, che fa intervenire un tale, Wolf, il quale con professionalità organizza la sparizione del morto e dell'automobile, tramite una compiacente sfascia carrozze. In taxi, i due vanno al fast food dove due malavitosi, Pumpkin e Honey, stanno per iniziare una rapina. Jules blocca Pumpkin e lo disarma, ed infine lascia andare i due, deciso a restituire la valigetta col denaro a Marsellus e mettersi a fare il predicatore. Frattanto Butch Coolidge, un pugile che ha accettato di perdere un incontro di boxe per volere di Marsellus, vince a sorpresa il match, uccidendo l'avversario: per questo fugge in taxi raggiungendo l'amante Fabienne in un motel. Scoprendo che costei ha dimenticato di portar via di casa l'orologio che lui ha ereditato dal bisnonno, Coolidge torna nel suo appartamento per recuperarlo. Qui trova Vincent incaricato da Marsellus di eliminarlo, e lo uccide. Recuperato l'orologio, s'imbatte in Wallace e, nello speronarlo con l'automobile, ha un incidente. I due, entrambi feriti, si inseguono a piedi ma vengono catturati da un sadico negoziante che convoca un amico poliziotto. Commosso dalle grida di Marsellus brutalmente sodomizzato dai due, Butch, liberatosi, interviene e lo salva: in cambio ottiene il perdono, ma dovrà lasciare per sempre la città.

CAST

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE DANNY DE VITO.

- REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1994.

- PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES 1994.

- OSCAR 1994 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (JOHN TRAVOLTA) E NON PROTAGONISTA (SAMUEL L. JACKSON), ATTRICE NON PROTAGONISTA (UMA THURMAN) E MONTAGGIO.

- PREMIO DAVID 1995 PER MIGLIOR FILM STRANIERO (QUENTIN TARANTINO) E MIGLIOR ATTORE STRANIERO (JOHN TRAVOLTA). UMA THURMAN E' STATA CANDIDATA COME MIGLIOR ATTRICE STRANIERA.

- NEL 2014, PER IL VENTENNALE DEL FILM, E' STATA RIPROPOSTA IN SALA LA RIEDIZIONE DIGITALE.

CRITICA

"'Pulp Fiction' (153 minuti, ma la lunghezza non si sente) è un nonsense della malavita, un grande obitorio della risata attraversato da bulli e pupe incarnati da una dozzina di attori in stato di grazia. Nell'impegno di prendere in giro i luoghi comuni del genere, il regista sparge vernice rossa senza risparmio; e quel colore allude amaramente, tra uno sghignazzo e l'altro, alla macelleria della cronaca quotidiana." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 2 novembre 1994)

"Tarantino per un verso si è tenuto alle asprezze e alle durezze iperrealistiche de 'Le Iene', con note più alte per quello che riguardava la violenza, ispirate, appunto, alle esasperazioni quasi fumettistiche dei pulp, con il gusto qua e là della cultura pop, per un altro, però, non ha esitato ad immergere ogni situazione, anche la più torva, in climi parodistici che, pur sembrando derivati dalla black comedy, puntano in realtà soprattutto sul sarcasmo, con una ferocia che rasenta l'irrisione, con dei lazzi, specialmente verbali, che aspirano unicamente a graffiare. Qua e là eccedendo, ma in genere, proprio per quel continuo esibire il sangue e gli orrori come gioco, sia pur diabolico, riuscendo a far accettare quello che in cifre diverse sarebbe stato difficile sopportabile. Al pubblico, cosi, non mancano motivi addirittura di divertimento, il cinefilo apprezza le esibizioni di intelligenza, gli interpreti, quasi ad ogni angolo, hanno splendide occasioni per imporsi. Il migliore, John Travolta: il suo gangster piccolo piccolo è una rivelazione; altro che il latte e miele della sua serie con bambini e cani." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 Ottobre 1994)

"Il risultato satirico, esilarante e insieme terrificante, irride alla violenza esagerandola ed esasperandola, sghignazza sul crimine visto come la regola quotidiana che è nelle nostre società, e non come l'eccezione drammatica che dovrebbe essere. Lo stile insegue la frammentazione, il lampo, il clip, la gag, il blob, la strizzata d'occhio, trascurando tempo e spazio, narrazione e personaggi classici: con una logica postumanista che Jean-Michel Frodon definisce da bambino vorace o da avido parvenu, con la bravura spericolata che ha fatto di Quentin Tarantino, a trentun anni, il nuovo ragazzo prodigio di Hollywood." ('La Stampa', 28 Ottobre 1994)

"Rimanipolazione di vecchi racconti gialli pubblicati sul magazine "Black Mask", "Pulp Fiction" è un ambizioso coacervo dove si intersecano, sconvolgendo la normale dimensione temporale, tre storie. Opera seconda firmata da Quentin Tarantino dopo il cupo, ma più talentoso film "Le jene", il lavoro è malsano e violento (si veda l'episodio della sodomizzazione), di una verbosità per lo più insopportabile, oltre che macchinoso nel montaggio. Molte le forzature di tono certamente volute. Anche la satira (e "Pulp Fiction" è satira e offre venature di ironia a beffarsi dei film in stile gangsteristico) deve pur avere la sua misura. Tarantino esibisce tutto l'armamentario, divertendosi con i suoi personaggi: pistole, sevizie, sparatorie, sangue e morte, ma il film non può risultare che granguignolesco, sbandando persino in una sorta di delirio, quando il killer Jules, mescolando ambiguamente buoni e cattivi nel suo sproloquio, reclamizza la propria vocazione a ricoprire il ruolo del predicatore tra gli uni e gli altri. La regia si adegua alla tematica e all'ottica volute, qua e là con momenti senz'altro forti e riusciti, grazie anche all'apporto di un cast validissimo: John Travolta; il nero sparatore e predicatore Samuel L. Jackson; il sempre efficace Harvey Keitel; Tim Roth, il balordo rapinatore, e, soprattutto, Bruce Willis il boxeur." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 118, 1994)
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