Il sangue dei vinti

ITALIA - 2008
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Il sangue dei vinti
Storia di una famiglia lacerata dalle divisioni politiche verso la fine della II Guerra Mondiale. Il poliziotto Francesco Dogliani, confidente nello Stato e nella giustizia e fedele al Re, cerca di risolvere un caso di omicidio, avvenuto durante il bombardamento dello scalo di San Lorenzo, in cui ha trovato la morte una giovane prostituta, madre di una bambina. Nel frattempo il fratello di Dogliani, Ettore, si aggrega alle brigate partigiane mentre sua sorella, Lucia, entra a far parte della milizia della Repubblica di Salò. Le fasi concitate e sanguinose della Liberazione segneranno profondamente le esistenze di tutti i protagonisti.
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA, STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: libro omonimo di Giampaolo Pansa (ed. Sperling & Kupfer)
  • Produzione: ALESSANDRO FRACASSI PER MEDIA ONE ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON RAI FICTION
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2009)
  • Data uscita 8 Maggio 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone


Italia, 19 luglio 1943. Mentre gli alleati bombardano lo scalo ferroviario di San Lorenzo facendo migliaia di vittime, il commissario Franco Dogliani (Michele Placido) indaga sulla morte di una prostituta, Costantina (Barbara Bobulova), uccisa con un colpo d'arma da fuoco nel suo appartamento romano. Il delitto sembra interessare anche le autorità che fanno di tutto per ostacolare le ricerche del poliziotto. Nel frattempo il fratello di Dogliani, Ettore (Alessandro Preziosi), si lega ai partigiani mentre la sorella Lucia (Alina Nedelea) decide di arruolarsi nella X Mas. Costruito come un lungo flashback sui ricordi di un sopravvissuto alla guerra civile italiana l'adattamento del Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa è talmente (di)sgraziato da far dimenticare le polemiche che avevano preceduto il suo passaggio in sala. Il dibattito - che fino ad oggi aveva pregiudicato ogni discussione sul film - scivola in secondo piano, azzerato da un cinema fatto coi piedi, imbarazzante anche in previsione del suo riciclo televisivo. Troppo lungo l'elenco delle tare in quello che può essere considerato il peggior Soavi di sempre. A iniziare dalla sceneggiatura di Sebastiani e Sacchetti che, nel riarrangiare il romanzo-inchiesta, irridono ogni richiesta di plausibilità, caricando il racconto di episodi eclatanti e coincidenze oltre ogni legge statistica, dialoghi assurdi e sentenze pompose e fasulle ("Le bombe sono tutte uguali, ma gli uomini che le buttano sono diversi", dice Placido all'esterrefatta - e non è la sola! - Nedelea); per continuare con la recitazione, taroccata come una telenovela venezuelana, fastidiosamente enfatica, psicologicamente povera e farcita di sguardi smarriti; finendo con una messa in scena svaccata, banalmente fotografata in grigio, sommersa da uno score che invece di sottolineare il patema lo provoca. E alla fine di "scomodo" rimane solo la poltrona in sala, dalla quale ci si vorrebbe alzar presto. Ricordare che di atrocità, durante e dopo la resistenza, si macchiarono tanto i partigiani quanto i repubblichini è legittimo. Infierire sullo spettatore no.

NOTE

- EVENTO SPECIALE AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008).

CRITICA

"La storia del passato dove Placido ha i capelli neri e i suoi attuali 60 anni, si intreccia decenni dopo con lo stesso Placido sessantenne ma canuto, che ritrova l'orfanella diventata la professoressa universitaria Ana Caterina Murariu. Lui ha un solo desiderio, sapere dove è sepolta Alina, e Ana misteriosamente lo sa. E qui Soavi dà il colpo di grazia al sangue dei vinti suo e di Pansa: sopra la fossa comune infatti, tra l'erba, singhiozzando in cappotto cammello, Placido trova una commovente metafora, un nontiscordardime, il fiorellino tanto amato dalla sorella!" (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 27 ottobre 2008)

"Il lavoro tratto (si fa per dire) dall'omonimo libro di Giampaolo Pansa sul periodo 1943-45 in Italia, non è riuscito. Ogni indignazione pro e contro i partigiani, ogni aspirazione alla revisione storica o al cinema-verità, ogni aspettativa di attuale bomba politica affoga in un oceano di mélo: sorelle gemelle con scambio di identità, il poliziotto Michele Placido fratello di un partigiano e di una ausiliaria di Salò, bambina piccola e cavallo bianco emergenti dalle polveri del bombardamento di San Lorenzo a Roma, l'Italia divisa e semplificata da un colpo di fucile che strappa in due la carta geografica, un fascista che si spara in testa gridando: 'a noi!'. Retorica, metafore grevi e andirivieni della trama fra il '48 e i giorni nostri che cancellano l'emozione. Gli infami della vicenda sono, come è giusto, i nazisti massacratori. Alcuni partigiani ragazzi assaltano la casa dell'ausiliaria di Salò inducendo al suicidio i vecchi genitori di lei e Michele Placido. Altri partigiani tagliano i capelli, mettono alla berlina e uccidono l'ausiliaria, mentre i fascisti ne fanno d'ogni genere. (...) Un'altra occasione perduta dalla tv per raccontare un periodo sanguinoso e spinoso di storia italiana." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 27 ottobre 2008)

"Di fratelli che scelgono strade opposte è pieno il cinema, ma invece di indagare le ragioni delle loro scelte diverse, 'Il sangue dei vinti' finisce solo per sottolineare gli sguardi truci e le mascelle digrignanti. E usa uno spaesato terzo fratello (Michele Placido) per indicare un'ipotetica terza via, né coi partigiani né con i fascisti ma solo con il proprio dovere (è un commissario che vuole indagare sulla misteriosa morte di una prostituta, interpretata dalla Bobulova). Finendo per fare un pessimo servizio anche alle tanto sbandierate ambizioni 'revisioniste'. Girato persino con sciatteria (in una panoramica si vede anche un riflettore), con qualche salto di logica e molte incongruenze, l'opera di Soavi avrebbe potuto a fatica trovare un posto nel
festival della fiction fatto a Roma quest'estate, ma in un 'Festival Internazionale del Film' è una
contraddizione in termini che grida vendetta al cielo." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 27 ottobre 2008)

"Che un film come quello di Soavi abbia buone intenzioni non lo rende perfetto. Di solito è il contrario. 'Il sangue dei vinti' ha un primo problema: manca dei quaranta minuti che invece avrà la sua versione tv. (...) Anche la recitazione risente dell'impostazione tv. Decenni di fiction tirata via hanno alterato il buon gusto dello spettatore, ma anche di registi e attori. 'Il sangue dei vinti' soffre solo a tratti, oltre che la spasmodica enfasi, per la paura di un silenzio che superi i due secondi: morale, il film ridonda di battute ovvie, messe lì solo perché il telespettatore non s'addormenti, complice il silenzio. (...) A tener su il film per quasi due ore sono dunque gli attori. Non tanto Michele Placido, che ogni tanto va sopra le righe. La bella sorpresa è Alina Nedelea nel ruolo della ventenne ausiliaria della Repubblica sociale, che si arruola in antagonismo col fratello maggiore (Alessandro Preziosi), partigiano. Romena, la Nedelea ha una dizione che non tradisce l'origine, mentre dalla dizione media di italiane e italiani da film (non in questo però) filtra il dialetto." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 ottobre 2008)

"Ispirandosi al libro omonimo di Giampaolo Pansa, il regista Michele Soavi ha confezionato un mélo delirante, basato su simbologie e simmetrie che alla fine partoriscono il consueto tormentone: i morti italiani, dall'8 settembre del '43 all'estate del '45, sono tutti uguali. Per dimostrarlo, Pansa e Soavi inventano il personaggio di un ex poliziotto (Michele Placido) che, negli anni 70, tenta ancora di risolvere il mistero della morte di una donna ufficialmente perita nel bombardamento alleato di San Lorenzo a Roma, in realtà assassinata. Vi basti sapere una cosa: una partigiana che di mestiere fa la puttana uccide a sangue freddo la propria gemella fascista e prende il suo posto, mentre una fanatica repubblichina uccide il fratello partigiano, ma inconsapevolmente 'Il sangue dei vinti - che, dopo il Festival, uscirà nelle sale tra gennaio e febbraio e che tra un anno - andrà in tv su Raiuno in due puntate - è un pessimo film e una pessima operazione pseudo-storica. Che l'abbia prodotto la Rai, è quasi uno scandalo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 ottobre 2008)

"Diventato film, sotto la direzione di Michele Soavi, dalla sceneggiatura di Massimo Sebastiani e Dardano Sacchetti, il libro di Giampaolo Pansa 'Il sangue dei vinti' si stringe per forza in una storia esemplare, indebolita da eccesso di schematismo, e continua la sua vita, a denunciare crimini, a sollecitare verità negate, a sollevare polemiche storiche. (...) Le tre vie, i tre fratelli, questa radiografia della guerra di Liberazione con i raggi della "guerra civile", puntano a una visione complessiva inedita al cinema (con qualche eccezione). Purtroppo, è la forma che riduce la portata della sostanza, una fiducia malriposta nella dimensione allegorica della famiglia lacerata come la nazione. Diventata cecchina da un campanile, in uno scontro a fuoco con i partigiani Lucia becca al cuore proprio il fratello, mentre l'altro, che assiste, corre disperato per evitare l'esecuzione della sorella, che nel frattempo viene violentata dai partigiani. Durante un combattimento, una raffica del fratello partigiano strappa perfettamente a metà la grande cartina d'Italia del Comune. Si cita Sofocle in dialoghi fuori contesto e fuori carattere dei personaggi. Si può continuare. Comunque, cercando la giusta denuncia nell'affresco tragico, si sente a volte un certamente involontario didascalismo da realismo sovietico (il fiorellino di Lucia ritrovato dal commissario tra l'erba della fossa comune)." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 27 ottobre 2008)

"Dibattiti, discussioni, accuse di revisionismo. Eppure criticare 'Il sangue dei vinti' del pur bravo Michele Soavi, è quasi come sparare sulla croce rossa. Anzi nera. E già perché tra l'umorismo involontario e lo stile dozzinale (il prodotto nasce per la tv, e si vede) il film tratto dal libro di Giampaolo Pansa è chiaramente fazioso e revisionista. La scena in cui un mitra partigiano colpisce la cartina dall'Italia, dividendola a metà è solo una delle tante che inclina la bilancia del film a favore di repubblichini e affini. La Storia già parziale di Pansa, fatta almeno di dati e di fatti, diventa una squilibrata storia di famiglia." (Boris Sollazzo, 'D News', 27 ottobre 2008)

"'Il passato è una terra straniera', ammonisce Vicari nel bel noir tratto dal romanzo di Carofiglio. Ma rischia di restare straniero a lungo se per revisionare la nostra storia ci affidiamo a film, o meglio a fiction, men che grossolane come quella diretta da Michele Soavi e ispirata al discusso bestseller di Giampaolo Pansa 'Il sangue dei vinti'. La Resistenza non fu guerra di Liberazione, come per troppi anni si è detto sull'onda di una certa vulgata di sinistra? Ma certo, a imporre il concetto di guerra civile sono stati storici di provata fede progressista come Claudio Pavone, sugli eccessi e le nefandezze compiute durante e dopo la Liberazione sono stati versati fiumi d'inchiostro. Il dibattito sui 'ragazzi di Salò' e il loro diritto alla memoria ha tenuto banco per anni. Sulla necessità di trovare mediazioni sono d'accordo più o meno tutti. Ma operazioni così rozze e manipolatorie gettano benzina sul fuoco. (...) Quanto al nocciolo del problema, le rese dei conti a guerra finita, se ne accenna nell'ultimo quarto d'ora e stop. Il resto lo fanno lo stile iper-retorico e dialoghi da fotoromanzo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2008)

"Non basta parlare di fratelli che uccidono i fratelli - e il riferimento esplicito nel film è all''Antigone', alla scena in cui la protagonista chiede la sepoltura del fratello ucciso in battaglia - per cancellare una "legge" millenaria: malgrado ci si sforzi di far prevalere la pietas, esiste sempre e comunque una differenza tra il vincitore e il vinto; e spesso il primo diventa eroe più facilmente del secondo, soprattutto se quest'ultimo ha scelto la parte sbagliata. Così, mentre le spoglie del fratello, decorato, riposano in un cimitero, Dogliani si muove per trovare e dare degna sepoltura ai resti della sorella. Alla fine li trova. Ma neppure quella scena finale - che racchiude il senso del film - riesce a riscattare un racconto che non osa mai, al contrario del libro di Pansa. Soavi, antifascista, come si definisce egli stesso, vuole solo interrogarsi su "quelle verità che abbiamo assunto come certe senza ombra di dubbio", ma l'aver puntato su "un film che vuole toccare corde emotive diverse e più profonde, con uno sguardo morale che vuole evitare polemiche", gli fa perdere un'occasione. Insomma, ha avuto coraggio, ma solo a metà. È vero che la festa della liberazione quest'anno ha avuto per la prima volta echi di reale condivisione, senza gli insensati scontri degli anni precedenti, ma il film di Soavi dimostra quanto sia difficile in Italia fare i conti con quel passato. Da una parte si fa fatica a dire che anche tra i partigiani c'erano mascalzoni, dall'altra non si riesce a riconoscere che quanto accadde dopo il 25 aprile fu diretta conseguenza di quanto era avvenuto prima in modo non meno atroce e brutale. Fu un orrore che proseguì nell'altro, una guerra che non trovò subito la sua pace. È su questo spazio temporale che non si riesce a vergare pagine condivise. Non si tratta di riscrivere la storia dalla parte dei vinti, anche se alcune opere recenti hanno avuto il merito di togliere dall'oblio vicende tragiche colpevolmente ignorate dalla storiografia scritta dalla parte della Resistenza e per decenni rimosse dalla coscienza collettiva, né di difendere le violenze gratuite dei vincitori. Il sangue dei vinti non trova giustificazione nel sangue dei vincitori, ma entrambi si spiegano nel tremendo intrecciarsi di violenze e di rancori che stritolò il Paese in quei terribili anni. Su chi fosse dalla parte sbagliata il giudizio l'ha già dato la storia." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 27-28 aprile 2009)

"Specchio del Paese che verrà, cui Michele Soavi dà giusta valenza horror, ma con tale conclamata retorica e falsità che ogni intento e commozione vengono sommerse dallo stile di un prodotto che forse politicamente scontenta tutti e cinematograficamente certo appartiene al terribile cattivo gusto omologato delle biografie tele romanzate, tutte uguali: si chiamano fiction non a caso, fingono di essere cinema." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera, 8 maggio 2009)

"Altro che film, questa è una fiction. Faziosa, grossolana, imbarazzante perfino a destra. Ispirato al bestseller di Giampaolo Pansa, diretto distrattamente da un professionista come Michele Soavi, stroncato a 360 gradi alla Festa di Roma, 'Il sangue dei vinti' voleva illustrare le ragioni di chi scelse Salò. Ma si limita a fare propaganda. (...) Le famiglie sono lacerate: qua il fratello partigiano, là la sorella repubblichina, in mezzo il primogenito poliziotto(Michele Placido), che non essendo "mai stato nero né rosso" dovrebbe garantire l'imparzialità (c'è anche un delitto naturalmente, l'assassinio della prostituta Barbora Bobulova). I partigiani però sono belve sanguinarie, tanto che pur di non cadere in mano loro il babbo eroe della Grande Guerra (nonché mutilato) si uccide con la moglie (Philippe Leroy e Giovanna Ralli), mentre i banditi (la parola ricorre) già sfondano le porte di casa loro... Eccetera. E sì che il primo a parlare di guerra civile fu lo storico progressista Claudio Pavone. Che tristezza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 maggio 2009)
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