Il fondamentalista riluttante

The Reluctant Fundamentalist

USA - 2012
3/5
Il fondamentalista riluttante
Changez Khan, giovane e brillante analista finanziario pakistano che lavorava a Wall Street, in seguito all'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 ha visto completamente stravolto il suo promettente futuro negli Stati Uniti accanto al suo mentore Jim Cross e alla bellissima e sofisticata compagna Erica. Tornato in patria, grazie al suo carisma e alla sua intelligenza, Changez, ora insegnate, è diventato un leader per gli studenti pachistani destando allo stesso tempo il sospetto del governo USA. Sullo sfondo di una crisi internazionale e delle manifestazioni studentesche a Lahore, il giornalista americano Bobby Lincoln incontra Changez per un'intervista in cui emergerà il conflitto tra il suo personale "sogno americano" e il richiamo perenne della patria e della famiglia...
  • Durata: 128'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, SXS PRO, 2K/PRORES 4:4:4 (1080/24P)
  • Tratto da: romanzo "The Reluctant Fondamentalist" di Mohsin Hamid
  • Produzione: MIRA NAIR , LYDIA DEAN PILCHER, AMI BOGHANI, ANADIL HOSSAIN PER DOHA FILM INSTITUTE, MIRABAI FILMS, CINE MOSAIC, CORNICHE PICTURES
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES (2013)
  • Data uscita 13 Giugno 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Changez (Riz Ahmed) si racconta a un giornalista americano, Bobby (Liev Schreiber), a Lahore, Pakistan. E si racconta 10 anni dopo l’11 settembre, il punto di rottura tra il suo sogno americano e il richiamo del Pakistan, tra famiglia e tradizioni. Tratto dal bestseller omonimo (Einaudi) di Mohsin Hamid, The Reluctant Fundamentalist è diretto dall’indiana Mira Nair, chiamata l’anno scorso ad aprire fuori concorso la 69. Mostra di Venezia.
A grandi linee, un thriller politico-sentimentale, appoggiato sulle spalle dell’ottimo Ahmed, rapper e attore anglo-pachistano: giovane e brillante, il suo Changez brilla a Princeton, poi splende a Wall Street, infine, si innamora della bella e facoltosa Erica (Kate Hudson). Davvero un sogno, finché gli aerei che entrano nelle Torri Gemelle – visti alla tv mentre si trova nelle Filippine per lavoro – non lo trasformano in incubo, denso di interrogativi esistenziali: da che parte sto e, ancora, chi sono? E’ la sopraggiunta fobia anti-islamica a scegliere per lui: Changez è costretto a ritornare in Pakistan, dove abbraccia la carriera universitaria e – parrebbe – simpatizza con i fondamentalisti. Un professore americano viene rapito, forse Changez ne sa qualcosa, comunque, davanti al registratore di Bobby si racconta, chiedendo ascolto “dall’inizio alla fine, senza interruzioni”.
Nelle nostre sale con Eagle, The Reluctant Fundamentalist è fedele espressione del cinema di Mira Nair, già Leone d’Oro nel 2001 con Monsoon Wedding: cinema solido, votato a uno spettacolo pensante, senza picchi di regia, ma ben strutturato e confezionato, con particolare attenzione alla direzione degli attori – bravi tutti, da Ahmed al suo capo a WS Kiefer Sutherland – e gusto musicale (melodie pachistane vecchie e nuove, soundtrack di Michael Andrews). E solido è anche l’appiglio, filtrato ovviamente dalle pagine di Hamid, allo scenario geopolitico attuale, quello di un post 9/11 senza fine: il dilemma e la dialettica interiore di Changez, capaci di interrogare un pubblico globale, già a partire dalle location a Lahore, Dehli, Istanbul, New York a Atlanta. Soprattutto, la regista non ha fretta, dipana i rovelli di Changez con calma e ampiezza, affidandone il decisivo controcanto a Erica, vera cartina di tornasole emotiva e emozionale del film. E’ il feminine touch, pregevole, idiosincratico trademark della Nair. Non si può chiederle di più, anzi, proprio il titolo Il fondamentalista riluttante dice bene della sua poetica: non una contraddizione, in realtà, ma la “giusta” via di mezzo tra autorialità e consumo. Forse, nelle parole di Changez, “il sogno pachistano”.

NOTE

- FILM DI APERTURA (FUORI CONCORSO) ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"Il titolo del film dell'indiana Mira Nair ricorda negli aggettivi la biografia della Valeri 'Bugiarda no, reticente' e nell'atmosfera 'Il matematico indiano' di David Leavitt. Tema attuale e non inedito, che parla di immigrazione, integrazione e del razzismo fiorito ovunque dopo l'11 settembre. (...) Il racconto in flashback è un equilibrato ragionamento sull'opposizione apparentemente inconciliabile tra due mondi, ma non tanto per la religione quanto per il credo economico. (...) La forza della storia, ispirata al best seller Einaudi di Mohsin Hamid, sta nel gioco doppio tra due uomini che s'intervistano a vicenda e in cui ciascuno lotta con la propria identità culturale. E' in nome della tolleranza di una civiltà in divenire, pur in osservanza a comandi emotivi previsti dalla cronaca, specie nel secondo tempo, che vive il film della Nair, autrice degli indimenticabili 'Salaam, Bombay' e 'Monsoon Wedding' e della 'Fiera delle vanità'. E' come se la Nair preparasse un dibattito in cui non manca nulla, specie il dubbio: in bella calligrafia i temi all'ordine del giorno, raccolti in un'elegante confezione ad incastri spazio temporali con un po' di paesaggi anche sentimentali. Al buon risultato che non offre sorprese né rivelazioni, contribuisce un cast scelto con cura (Riz Ahmed, Liev Schreiber, Kate Hudson) per un thriller psico-sociale che, iniziato l'11 settembre 2001, non si sa quando, come e con quante macerie finirà." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 giugno 2013)

"E' un film un po' appesantito dal didascalismo, e tuttavia possiede delle qualità. Non tanto di ordine estetico (la qualità della sceneggiatura lascia anzi a desiderare) quanto nel mettere sul tavolo complessità e ambiguità, coinvolgimenti emotivi e sfumature, che mobilitazione e propaganda dello 'scontro di civiltà' hanno messo in ombra in nome delle semplificazioni prioritarie." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 13 giugno 2013)

"Ispirato al romanzo di Mohsin Hamid (Einaudi), 'Il fondamentalista riluttante' affronta un nodo cruciale della guerra al terrore: quel fondamentalismo di ritorno che, anche nei musulmani più laici, può venir indotto dalle incomprensioni di un Occidente chiuso in difesa della propria incolumità. E' un terreno quanto mai ambiguo: dove iniziano ragioni e torti di entrambe le parti? (...) Comunque la regia di Mira Nair è solida, l'interpretazione di Riz Ahmed ottima e l'ambientazione (il Pakistan è girato in Turchia) risulta vivida e credibile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 giugno 2013)

"Qualche anno fa un gruppo composito di 11 registi di origini diverse era stato chiamato a dirigere un film collettivo sull'11 settembre. Tra loro Mira Nair che decise di raccontare la storia vera di Salmani, un giovane statunitense di origine pakistana scomparso proprio quella mattina. (...) Mira Nair torna quindi su quei tragici momenti questa volta però armata del romanzo di Mohsin Hamid, 'Il fondamentalista riluttante', stesso titolo del film. (...) Abbiamo visto tanti, troppi, film sulla guerra in Afghanistan e in Iraq come conseguenza dell'11 settembre che rischiamo di perdere di vista i dati reali: solo dei guerrafondai potevano lanciarsi in quell'avventura bugiarda e spudorata. Da qui l'esigenza di affrontare la questione delle conseguenze con un taglio diverso. Mira Nair non è musulmana, ma il denaro della produzione viene dal Doha film Institute, la distribuzione Eagle fa riferimento a Tarak Ben Ammar e Moshin Hamid voleva proprio aprire una diversa prospettiva per approcciare la questione del rapporto tra Stati Uniti e mondo occidentale con il mondo islamico. (...) Questi sono tutti motivi che spingono a considerare davvero interessante la vicenda del film (...). Ma sono tutti motivi che esulano dall'ambito cinematografico, siamo di fronte a una di quelle storie più intriganti per le intenzioni e i temi trattati piuttosto che per la loro messa in scena. Certo vedere la questione da Lahore è diverso che non guardarla da New York, la realtà pakistana suona eccentrica a tratti incomprensibile quasi quanto deve suonare stridente la concezione del mondo di Wall Street vista dal punto di vista del povero (...) musulmano. Purtroppo però ci sono schematismi e semplificazioni che non rendono un buon servizio alla comprensione del problema nella sua complessità. Certo è facile commuoversi per i morti dell'attentato così come è facile indignarsi per i soprusi di stato che sono seguiti con il pretesto della lotta al terrorismo. Forse siamo tutti ancora troppo scossi e coinvolti, le guerre d'invasione scatenate allora continuano tutt'ora, ma c'è qualcosa che rende scivoloso 'il Fondamentalista riluttante'. Questo nonostante il tentativo di reclutare attori di livello. Perché Changez è Riz Ahmed, la sua pupa made in Usa è Kate Hudson, il grande vecchio è Kiefer Sutherland e il giornalista-agente è Liev Schreiber. Nonostante questo il film ha sostanzialmente fallito uno dei suoi obiettivi primari: essere visto sul mercato statunitense. Uscito in una manciata di schermi e penalizzato quindi al box office, non è riuscito a raggranellare più di mezzo milione di dollari di incasso. Peccato perché pur con i suoi limiti il film merita comunque di essere visto." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 13 giugno 2013)

"A distanza di oltre un decennio, la regista indiana più nota in Occidente (e di fatto, ormai, una cineasta internazionale che non ha quasi più nulla di «etnico») torna sulla sindrome post-11 settembre ispirandosi a un romanzo del pakistano Mohsin Hamid sceneggiato da William Wheeler. La storia, molto complessa, è incastrata (con lunghi flash-back) in una situazione altamente simbolica: un americano e un pakistano parlano per ore in un bar di Lahore, Pakistan, mentre intorno a loro accade di tutto. (...) la morale del film è che non bisogna credere alle apparenze: il «fondamentalista riluttante» e l'uomo della Cia sembrano semplici pedine del Grande Gioco che si combatte in quell'area del mondo dal tempo degli Zar e della Regina Vittoria, ma forse non è davvero così... Mira Nair ha costruito un film di genere, anzi, «di confezione», con i pregi spettacolari e i difetti strutturali del kolossal senz'anima. Il difetto principale sta proprio nel presupposto ideologico: il protagonista è un uomo diviso fra due mondi esattamente come la regista, indiana figlia di un intellettuale nato proprio a Lahore (oggi Pakistan, un tempo India britannica) e ormai americana di fatto. Alla fine il film è ambiguo, cerchiobottista e molto banale in alcuni snodi narrativi. Una lussuosa delusione." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 13 giugno 2013)

"Piacerà a chi segue da almeno 15 anni le vicende del terrorismo islamico, e vorrebbe tanto capire. Capire perché spesso, atroci attentati vengono compiuti non da disperati fanatici, ma da persone apparentemente ben inserite nel sistema occidentale, «integrati» al di sopra di ogni sospetto nelle società anglosassoni. L'indiana Mira Nair (...) non è certo una politologa, inutile chiederle un'approfondita disanima dei perché del cozzo fra due culture. Però (per fortuna sua e nostra di spettatori) è una narratrice di razza, parla con cognizione di causa perché anche lei è da sempre sospesa tra due mondi (la sua carriera si divide tra India e Usa). Eppoi è decisamente uterina. I conflitti la lacerano più in profondità di quanto accada a un regista di «testa». Il cammino lento, ma probabilmente irreversibile, di Changez verso il fondamentalismo è raccontato in maniera chiara e netta in tutti i soprassalti emotivi. Il fatto di essere a metà tra i due mondi impedisce poi a Mira di cadere in molte frequenti trappole del melodramma. Come la demonizzazione di una delle sue parti in conflitto. Così la Cia non è la solita Cia fredda e ottusa. E il terrorismo ha molti volti e non solo quello schizzato e crudele dei filmati su Osama Bin Laden. Unico appunto, che ci sta a fare Kate Hudson? D'accordo, la ragazza è sempre un bel vedere (e ben rappresenta una fetta dell'american dream). Ma il suo antefatto psicotico non c'entra un tubo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 13 giugno 2013)

"Mira Nair riflette sullo scontro tra culture ma in modo equidistante, senza attribuire colpe o responsabilità. Didascalico sì, ma maledettamente bello." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 13 giugno 2013)
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