I demoni di San Pietroburgo

ITALIA - 2007
I demoni di San Pietroburgo
1860. La città di Pietroburgo viene sconvolta da un attentato in cui muore un componente della famiglia imperiale. Pochi giorni dopo lo scrittore Fedor Dostoevskij conosce casualmente Gusiev, un giovane ricoverato in un ospedale psichiatrico che, in evidente stato confusionale, gli rivela di far parte di un gruppo terroristico che sta organizzando un piano per eliminare un altro componente della famiglia imperiale. A sua volta, anche lo scrittore attraversa un periodo terribile, è inseguito dai creditori, pressato dal suo editore per la consegna di un nuovo libro, ed è anche preda di attacchi di epilessia. Quando si ritrova tra le mani delle informazioni sul capo dei terroristi, Aleksandra, capisce che deve fare di tutto per trovarla e, mentre di giorno detta alla giovane Anna il suo nuovo libro, "Il giocatore", di notte cerca senza sosta Aleksandra per convincerla a fermarsi prima che sia troppo tardi. Ma, senza accorgersene, il suo libro acquista toni rivoluzionari...
  • Altri titoli:
    San Pietroburgo
    I demoni e dio
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: un'idea originale di Andrei Konchalovsky
  • Produzione: ELDA FERRI PER JEAN VIGO ITALIA, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2008)
  • Data uscita 24 Aprile 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Sofferente a ogni forma d' intolleranza, come sempre nel suo cinema, Giuliano Montaldo torna a girare dopo diciotto anni di astinenza e affronta nuovi demoni, che scorazzano per una storia ancora oggi non liberata dalla loro presenza. Eppure, questa lunga assenza non ha creato frattura nei confronti di opere chiamate "trilogia del potere", e che lui preferisce denominare "trilogia dell'intolleranza": sociale con Sacco e Vanzetti (1971), religiosa e culturale con Giordano Bruno (1974), morale e politica con Gli occhiali d'oro (1987). Ora un'algida San Pietroburgo viene ricreata nei palazzi piemontesi (fotografati da Catinari), perché Montaldo si lascia possedere da un racconto di Andrei Konchalovsky scritto da Paolo Serbandini, incentrato sulla figura di Dostoevskij. Pensare a un film sul grande scrittore russo potrebbe spaventare, ma in questo caso rivivere passioni, paure e malattie di Fjodor, nella sua epoca tormentata e inquieta come la nostra, ha una sua ragione. Nel film sono le contrapposizioni ad intessere una ragnatela di sospetti e ribellioni. Narra le intimità spirituali e le frizioni sociali Giuliano, con alcuni picchi emotivi.   Per la recensione completa leggi il numero di maggio della Rivista del Cinematografo

NOTE

- LA VOCE DI DOSTOJEVSKIJ E' DI SERGIO DI STEFANO.

- LUOGHI DELLE RIPRESE: TORINO E SAN PIETROBURGO.

- FILM DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, CON IL SOSTEGNO DELLA FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE E DELLA REGIONE PIEMONTE.

- NASTRO D'ARGENTO 2008 AD ARNALDO CATINARI (PREMIATO ANCHE PER "PARLAMI D'AMORE) PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA E A FRANCESCO FRIGERI PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR PRODUTTORE, ATTRICE PROTAGONISTA, FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, COSTUMI E COLONNA SONORA.

- DAVID DI DONATELLO 2009 PER: SCENOGRAFIA E COSTUMI. ERA CANDIDATO ANCHE PER FOTOGRAFIA, TRUCCO, ACCONCIATURE, EFFETTI SPECIALI VISIVI.

CRITICA

"Siamo nella Russia del 1860, ma il nostro convulso presente pulsa in ogni fotogramma dei 'Demoni di San Pietroburgo', il progetto che Montaldo covava dagli anni 70 (anni di estremismo e poi di terrorismo, naturalmente). Fossimo a teatro i personaggi magari vestirebbero panni moderni, per chiarire la valenza metaforica e profetica della Russia del 1860. Le convenzioni del film in costume esigono il contrario: massimo scrupolo esteriore (anche se tutto, miracoli del cinema, è stato girato fra la Russia e il Piemonte), e insieme completa aderenza alle lacerazioni del nostro presente. Così Dostoevskij diventa il padre di tutti i cattivi maestri a venire, con un'aggravante che rende la sua figura ancora più tragica: il dubbio. (...) Il taglio illustrativo del film, con i suoi dialoghi ben calibrati e alcune evitabili scene madri (l'aquila ferita, il prigioniero salvato dai ghiacci) resta forse più adatto alla tv che al cinema." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 aprile 2008)

"Rappresentare Dostoevskij in un dramma dostoevskiano, opponendo l'ex deportato in Siberia, tornato al Baltico e all'ordine, all'anarchismo bombarolo del 1860. Vasto programma quello dei 'Demoni di San Pietroburgo', dove Giuliano Montaldo s'ispira a un'idea di Konchalovskij. In gioventù comunista, poi solidale con 'Sacco e Vanzetti' nel suo film, ora Montaldo ha a sua volta un ritorno all'ordine: s'immedesima col Dostoevskij ormai reazionario e antiebraico, come dicono i Diari. Sceglie bene l'interprete nel serbo Miki Manoilovic, ma lo circonda d'italiani alla moda: la Crescentini, la Ceccarelli, Timi. Ne deriva un film di senescenza con attori da adolescenza: se ne apprezza il coraggio, anche se è sprecato." (Maurizio Cabona,
'Il Giornale', 25 aprile 2008)

"'I demoni di San Pietroburgo' amalgama con pregevole equilibrio e sufficiente fluidità storia e romanzo, ma finisce con il nuocergli il tradizionale impianto illustrativo, inadeguato a restituire l'ambiziosa filigrana metaforica del racconto in cui s'evidenziano i ricordi dello scrittore e il processo che da rivoltoso aristocratico (o radical chic) lo ha trasformato in equanime indagatore delle debolezze dell'animo umano. Se, per esempio, è limpido e convincente lo slancio non solo moralistico, ma soprattutto razionale col quale si condannano gli astratti deliri ideologici e i brutali ricorsi alla violenza dei giovani rivoluzionari, non altrettanto riuscita appare l'immersione nel vortice delle contraddizioni dostoevskiane, spietatamente incalzate dall'indigenza e dall'epilessia, dall'assedio dei creditori e dall'urgenza di pubblicare quel meraviglioso racconto che si chiama «Il giocatore». Bisogna, per la verità, aggiungere che Miki Manojlovic è un attore di carisma e non ha colpa della verbosità teatrale che affligge il suo ritratto; come del resto non possono lamentarsi della sapiente direzione di Montaldo l'emergente Timi e il fuoriclasse Herlitzka (il poliziotto Pavlovic). Manca forse uno scatto visionario che, nel corso dei cinque giorni in cui si sviluppa il dramma, trascenda la pure assai accurata ricostruzione di arredi e costumi d'epoca." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 aprile 2008)

"Mescolando la cronologia con una certa libertà e concentrando nei giorni in cui Dostoevskij scrisse 'Il giocatore' anche una serie di attentati contro i membri della famiglia zarista, il film di Montaldo 'I demoni di San Pietroburgo' rivela da subito le propri ambizioni: usare la Storia, anzi le storie - quella politica e quella letteraria, soprattutto - per riflettere sul ruolo dei 'maestri' e sulla influenza che le idee hanno nel formare la gioventù. (...) Montaldo affronta questa materia senza sottolinearne troppo il possibile lato ideologico e soprattutto senza arrivare a stabilire un vincitore certo tra le idee "revisioniste" dello scrittore e quelle
"rivoluzionarie" dei giovani, ma non sceglie nemmeno di scavare più a fondo nella psicologia di Dostoevskij e negli abissi di quell' anima umana che i suoi romanzi avrebbero saputo scandagliare in maniera così magistrale. Sceglie piuttosto una narrazione più tradizionale, antica verrebbe quasi da dire, che si ricollega direttamente allo stile delle sue regie anni Settanta e Ottanta e che sarebbe ingeneroso definire tout court televisiva (basterebbe il ricercato lavoro sull'illuminazione e la fotografia di Arnaldo Catinari per capire quanto poco il film sia debitore dell'estetica senza profondità in stile fiction), ma che non cancella l'impressione di un cinema fin troppo pedagogico, fin troppo equilibrato, più attento alle suggestioni del romanzesco che a quelle del visivo. Una regia che sceglie di non confrontarsi con le scommesse estetiche del cinema contemporaneo e che rivendica con orgoglio il diritto a uno stile classico, un po' intemporale, signorilmente pittorico. Ma che rischia di stemperare troppo la tensione che pure il tema vuole affrontare." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 aprile 2008)
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