Harry a pezzi

Deconstructing Harry

USA - 1997
Harry a pezzi
A New York Harry Block è uno scrittore che, arrivato ad un'età matura, vorrebbe mettere ordine nella propria vita, ma più ci prova più ricade nelle caotiche situazioni di sempre. I suoi romanzi hanno sempre una forte componente autobiografica e perciò alla sua crisi personale fa seguito anche una crisi di ispirazione creativa. Tra sogno e realtà, prendono corpo alcune situazioni, nelle quali lui riversa fatti accadutigli tempo prima: la prima moglie, una psicanalista che lui ha tradito con una paziente, che si vendica facendogli incontrare il meno possibile il figlio di nove anni; la seconda moglie Jane, che lui ha tradito con la sorella di lei e che poi ha lasciato per Fay, giovane ammiratrice, che ora gli fa sapere di volerlo lasciare per sposare un loro comune amico. In questo girotondo di coppie, Harry cerca rifugio ora dallo psicanalista, ora da alcune prostitute con le quali soddisfa la propria passione per il sesso orale. Quando la sua vecchia università lo invita per conferirgli la laurea ad honorem, lui chiede a Cookie, prostituta di colore, di accompagnarlo alla cerimonia. A loro si uniscono un amico, incontrato casualmente dal cardiologo, e il figlio sottratto di forza al controllo della madre. Durante il viaggio, Harry si ferma a casa della sorella, sposata ad un ebreo fanatico, e ha con lei una forte discussione. Quando arriva, Cookie viene trovata in possesso di marjuana, e la polizia interviene per riprendere il bambino rapito. Tutto sembra andare a rotoli, quando il rettore dell'università invita Harry in una stanza, dove i personaggi della sua fantasia lo accolgono con un applauso. Harry capisce che solo con loro può sperare di salvarsi.
  • Altri titoli:
    The Meanest Man in the World
    Woody Allen Fall Project 1996
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM, PANAFLEX, TECHNICOLOR
  • Produzione: SWEETLAND FILMS, JEAN DOUMANIAN PRODUCTIONS
  • Distribuzione: CECCHI GORI - CECCHI GORI HOME VIDEO.

NOTE

- REVISIONE MINISTERO GENNAIO 1998.

- PER LE MOLTE SIMILITUDINI CHE SI RIFERISCONO A EPISODI DELLA VITA DEL REGISTA LEGATI ALLA FINE DEL RAPPORTO CON MIA FARROW, LA PELLICOLA E' STATA RIBATTEZZATA "SELF DESTRUCTING WOODY", ANCHE SE LUI HA DICHIARATO CHE NON CI SONO RIFERIMENTI REALI.

CRITICA

"Il film è una variazione sui temi abituali dell'autore, ma più segreta e dolorosa, strutturata a tagli secchi e montaggio nervoso. Stavolta Woody Harry Block forse perché oppresso dai 'blocco dello scrittore', è l'omologo letterario del Mastroianni-Fellini di '8 e ½' in quanto soffre della stessa sindrone: il timore di aver esaurito la propria creatività. Ovvio pensare che l'autore-attore trasferisca nel film una problematica personale, ma non si pensi a una confessione nuda e cruda. Niente affatto: qui drammaturgia e stile si rivelano strumenti elaboratissimi di un cineasta pervenuto al culmine della maturità anche come interprete. Dalla realtà il film trabocca di continuo nella sceneggiata della memoria e dei racconti che Harry va scrivendo, con effetti di sovrapposizione e straniamento. (...) Tra i godibili interpreti figurano una virtuosistica Judy Davis con svenimento a vista, Robin Williams nel ruolo di un attore cinematografico che risulta sempre sfocato, l'ineffabile Billy Cristal in figura di vincente che si aggiudica contro Harry il cuore della bella Elizabeth Shine. Nutrito di allusioni alle recenti traversie dell'autore, 'Harry a pezzi' è l'autoritratto burlesco e spietato di un ossesso, erotomane e malato immaginario che masochisticamente se la gode a presentarsi come figlio ingrato, cattivo ebreo, marito inaffidabile e sfortunato". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 7 febbraio 1998)

"Al ventottesimo film, Woody Allen cambia tutto. Come in un regolamento di conti, affronta direttamente le accuse mossegli dal perbenismo americano, crea un protagonista sessuomane e lascivo modellato su quanto molti americani pensano di lui; ed esprime tutte le critiche (non l'ironia, la critica dura) che lui rivolge alla bigotteria anche ebraica. Con decisione ed energia, adotta uno stile che traduce visualmente lo stato d'animo del personaggio, fa del film stesso un momento di crisi; sceglie una narrazione composita, frammentaria, trasversale che mescola realtà, immaginazione, romanzo e memoria a un ritmo febbrile, sussultorio; costruisce con un montaggio secco, collerico, una storia non priva di oscenità né d'autobiografia. È meno carino del solito, meno piacevole, ma più forte: e resta molto divertente". (Alessandra Levantesi, 'L'Espresso', 5 febbraio 1998)

"Per la prima volta nella Storia del cinema una star che costa miliardi, Robin Williams, recita tutta la sua parte fuori fuoco. Per la prima volta un film 'ruba' il titolo al filosofo francese Jacques Derrida, padre del decostruzionismo e idolo dei campus Usa. Per la prima volta il vecchio Woody fa un film senile, nel senso buono del termine: e cioè attraversato dall'ossessione del tempo che passa, del bilancio esistenziale, del sesso e della gioventù, contrappunto straziante a quella maturità che è insieme il feticcio e lo spauracchio di ogni artista. Si naviga come sempre fra Bergman e Fellini ma al ritmo di dieci battute al minuto, sicché alla fine non sappiamo se Allen si è messo davvero a nudo o se ci ha incantati ancora una volta dietro una delle sue proiezioni di sé". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 febbraio 1998)

"Azzardiamo un paragone: 'Harry a pezzi' è la risposta americana a 'La vita è bella', anche se è precedente e anche se probabilmente Woody Allen non conosce il film di Roberto Benigni. Ma questo non importa, perché è giusto e bello che i film si parlino anche al di là delle intenzioni degli autori. (...) Ma la trovata più bella, e più cinematografica, è quella dei personaggi che all'improvviso diventano "sfocati" quando la loro identità è in pericolo. È la più divertente metafora che Allen poteva trovare per quella perdita dell'lo di cui il film, stringi stringi, parla. Perché Harry a pezzi, in ultima analisi, racconta una sconfitta: la complessità del mondo rifiuta i confini dell'intelletto, le regole del gioco non vengono mai rispettate. Il piccolo ebreo di Benigni muore nel lager e il piccolo ebreo di Woody Allen finisce all'inferno per colpa del proprio Ego ipertrofico. Ma lungo questa battaglia perdente fra noi e il mondo c'è una tappa intermedia che si chiama arte: e sia 'La vita è bella', sia 'Harry a pezzi' sono - diciamolo senza paura - opere d'arte". (Alberto Crespi, 'l'Unità', 6 febbraio 1998)
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