Giulietta degli spiriti

ITALIA - 1964
Giulietta e Giorgio festeggiano l'anniversario di matrimonio con i loro amici, benché il loro legame non sia più saldo come in passato. Mentre Giorgio, asserragliato dietro una cortesia distratta, culla l'illusione di un nuovo amore, Giulietta vede dolorosamente il suo universo crollare. In piena crisi, Giulietta cerca una via di scampo partecipando a sedute spiritiche o nel conforto di un veggente indiano. Consigliata da sua madre, assume un investigatore privato perché segua Giorgio e le fornisca le prove del suo tradimento. Costernata, non le resta che l'ultima e più cocente umiliazione: quella di cercare inutilmente un confronto con l'amante di Giorgio. Solo allora, Giulietta troverà la forza di lasciar andare suo marito, scacciando finalmente gli spettri e le ossessioni della sua anima.

CAST

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO PER MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (SANDRA MILO), PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA E COSTUMI.

- PREMIO DAVID DI DONATELLO 1966 A GIULIETTA MASINA COME MIGLIORE ATTRICE.

CRITICA

"La vena del film è barocca, ridondante, perfino congestionata: in alcuni parti, come nella festa di Susy, ci induce addirittura un vago senso di nausea. E' facile ammirare la continua ricarica delle invenzioni, la capacità di creare un universo assurdo (...). E' altrettanto facile rilevare, a tratti, una certa opacità che prende sopravvento (...). Il sentimento di chi a metà di un viaggio perde fiducia nel raggiungimento della meta". (Tullio Kezich, "Panorama", 30 ottobre 1965).

"Una bellezza turgida e un po' ambigua, un sovrabbondare di immagini corposamente deliranti, un riverbero di manichini, spiriti, donne impennacchiate, bimbi; con le inquadrature mirabilmente affastellate di corpi e d'ombre. Fellini, liberato ormai dalle preoccupazioni ironico-realistiche degli esordi, si abbandona qui del tutto ai suoi istinti più profondi, che la maturità ha rivelato senza più inibizioni, così come gli spiriti rivelano a Giulietta 'liberata' le sue paure, i suoi fragili legami che un tempo le parevano così importanti, decisivi. Ecco il senso panico della natura in Fellini, la sua visione del mondo ironico-paganeggiante. Il suo amore per il gioco incontrollabile della memoria perduto verso le caligini magiche dell'infanzia, inteso tuttavia ad una religiosità disarmata e disponibile". (Claudio G. Fava, "Le camere di Lafayette" in "La Rassegna Editrice", Roma, 1974).

"Non c'è da stupirsi se la povertà e il manicheismo di questa mitologia si gonfiano e dilatano in turgore liberty, dissipazione floreale, contaminazione viziosa di immagini oniriche, gusto incontrollato della deformazione che neutralizza e annulla la cattiveria dell'osservazione critica della società e del costume. Così, questo compiacimento (del resto così educato e accattivante!) dell'abnorme e del mostruoso (che, malgrado i tanti discorsi su un colore che ha ben poco d'inconsueto e di peregrino, non aggiunge nulla a quanto Fellini aveva già detto ne 'La dolce vita' e in '8 ½') si compone, è vero, come qualcuno ha scritto, in una sorta di 'catalogo illustrato dell'universo felliniano', ma un catalogo, si deve aggiungere, tirato a lucido con gelida impeccabilità, dove la stessa immaginazione del regista, in altre occasioni fluida e mobilissima sembra raggrumarsi e ristagnare. Per tale via, comunque, nessuna liberazione è possibile. Quando nel finale Giulietta disubbidisce per la prima volta alla madre e apre quella porta dietro la quale c'è la bambina di sempre, legata sulla graticola delle suore o schiacciata dalle ossessioni e dagli inganni del matriarcato, del matrimonio e del sesso, e si attua per una via tutta irriflessa e stupefatta la «rimozione» dei complessi, lo spettatore avverte che il regista declama una liberazione che non è stata sofferta e non cresciuta nel personaggio, ma sempre al di fuori, in un universo astratto e mitizzato". (Adelio Ferrero, "Mondo Nuovo", 14 novembre 1965).

"Un film importante, soprattutto per il fatto che, anche figurativamente, è tutto visto dall'occhio deformante della sua protagonista, un film in cui il colore, studiato in ogni sfumatura e in ogni significato, ci ha proposto quanto di meglio il cinema ci aveva forse mai dato in questo campo, ma un film con troppi simboli, con troppa psicanalisi e, soprattutto da un punto di vista stilistico, troppo sopraffatto in più momenti dai temi e dai vizi che intendeva criticare. E la vera Giulietta? Incaricata di dare al suo personaggio la sola misura 'reale' del film, Giulietta Masina si è tenuta ad una recitazione sobria e interiore, quieta e tranquilla, volutamente lontana da ogni 'effetto'; Mario Pisu è stato, con la dovuta fatuità, il marito tutto bugie e sotterfugi, Sandra Milo ha colorito, con sensuale malizia, tutte le raffigurazioni della voluttà che è stata chiamata a incarnare. Caterina Boratto è la madre bella e smaltata, Sylva Koscina la sorella frivola e vaporosa, Luisa Della Noce quella autoritaria; Valentina Cortese è l'intellettuale sofisticata: tutta sapienti miagolii e vezzosi sdilinquimenti. Le musiche sono di Nino Rota: orecchiabili e dolci solo per i ricordi del circo, per il resto intenzionalmente aspre e distorte". (Gian Luigi Rondi, "Il Tempo", 24 ottobre 1965).

"Solido, sfaccettato, persuasivo, indimenticabile, come abbiamo scritto più sopra, questo ritratto di Giulietta che Federico Fellini (con l'aiuto di Tullio Pinelli, di Brunello Rondi e di Ennio Flaiano, i suoi collaboratori abituali, cioè) è riuscito a plasmare, facendone il più ispirato punto di forza del film. Tanto più psicologicamente complesso com'è il personaggio, seppure meno nuovo, di quello del regista cinematografico in crisi di 'Otto e mezzo'. E ci siamo. Il paragone con il precedente film di Federico Fellini è, a questo punto, indispensabile. Diremo subito che 'Otto e mezzo' resta qualche gradino più su di 'Giulietta degli spiriti'. Così felice ed intenso in ogni sua parte, il primo, mentre in Giulietta sono le parti condotte sul piano realistico a raggiungere la maggiore efficacia, la più sintetica, poetica tensione drammatica". (Aldo Scagnetti, "Paese Sera", 24 ottobre 1965).

"Più facile di 'Otto e mezzo', più difficile della 'Dolce vita', della 'Strada', de' Le notti di Cabiria', anche se siano su piani diversi. Gli ultimi film con Giulietta Masina erano forse più semplici, più rozzi, ma più sinceri; questo è un film pensato, cerebrale, raffinato, dove l'intelligenza di Federico si accoppia alla fredda, calibrata bravura di sua moglie, una donna semplice come la Gelsomina della 'Strada', che però ha camminato; ha fatto fortuna, ha vissuto nell'agiatezza, ha una bella casa, frequenta gente ricca, si è raffinata, è uscita dai giochi clowneschi: ma è ancora sentimentale, è rimasta pura nell'animo, è riuscita a dare un nome, una ragione, un'origine ai suoi vagabondaggi onirici". (Italo Dragosei, "Momento Sera", 25/26 ottobre 1965).

"Con 'Giulietta degli Spiriti', grazie a un colore che accentua la ricerca simbolica e antinaturalistica, Fellini non pone più alcun freno ai suoi istinti immaginativi. Tra tutti i viaggi nella memoria effettuati nel corso della sua attività questo è l'unico che cerca di esplorare il mondo della controparte femminile vedendolo animato e coabitato da una folla di presenze uscite direttamente dall'iconografia della religione cattolica e da figure di sacerdotesse del sesso, che invitano alla liberazione del corpo e alla trasgressione dei comandamenti e dei tabù. Giulietta... mette in scena riti e comportamenti in via di sparizione, quasi frammenti residuali di civiltà che stanno scomparendo, stabilisce un ulteriore punto d'orientamento per l'opera del regista". (Gian Piero Brunetta, "Cent'anni di cinema italiano", Laterza, 1991).

"Si sa che la fantasia di Fellini, negli ultimi anni, è sfrenata da un gusto convenzionalmente chiamato barocco: il delirio ornamentale, la beatitudine decorativa. Quando, come qui, essa si esercita sulle trasparenze di un reale sentito come tripudio di linee e colori in stile liberty, l'equilibrio narrativo fra
introspezione e rappresentazione si spezza; allora quell'equivoco tra fantasia e realtà oggettiva è il pretesto d'un grande spettacolo d'illusionismo, il giocoliere ci succhia in un universo dal quale torniamo storditi ma non scalfiti. La crisi coniugale di Giulietta viene così soffocata dal lusso scenografico, lo strepito o la tenerezza dei colori, lo sfarzo bizzarro dei costumi; seppure talvolta non manchi un autentico palpito di umanità: quei momenti, di asciutto realismo (l'ultima seduta col detective, la visita alla casa di Gabriella, l'addio al marito), in cui l'emozione è raggiunta senza lenocini. Più spesso, però, una girandola di frange e di nastri, lo schiamazzo della messa in scena ci confondono e distraggono dal dramma della protagonista, il timbro ironico finisce col sovrastare i toni dolenti.Con tutto ciò, le forme di questa fantasmagoria hanno del miracoloso, e pongono Giulietta ai primi posti nella storia del cinema fantastico. Mai visto un simile scialo di metafore, una immaginazione a così largo spettro (dalle cianfrusaglie alle illuminazioni più ardite), un'alleanza tanto stretta tra Fellini e lo scenografo e costumista Piero Gherardi, cui danno un apporto prezioso la fotografia di Di Venanzo e la musica di Rota, impiegata per sottolineare la struggente irrealtà - con tanti echi di 'Otto e mezzo' - dell'insieme. Fellini ha davvero obbedito al precetto di D'Annunzio: 'Il cinema deve dare agli spettatori le visioni fantastiche, le catastrofi liriche le più ardite meraviglie, risuscitare il
meravigliosissimo dei tempi moderni e degli spiriti di domani'". (Giovanni Grazzini, "Corriere della
Sera", 23 ottobre 1965).

"Non so se tutti gli spettatori saranno del mio parere, ma io non soltanto ho trovato questa Giulietta pittoricamente spettacolosa e coreograficamente e-saltante, ma mi ha divertito moltissimo per la sua festosa insolenza, il suo magico illusionismo, la sua carnevalesca pazzia, il suo modo sfrontato e imperioso di imporre l'assurdo. Riserve? Naturalmente. Principale tra tutte una certa massiccia insistenza, quasi direi una obesità nella fantasia avvertibile nei due blocchi di sequenze che descrivono il sacrario del santone orientale e la sua rituale fumisteria, e la festa postribolesca nel palazzo incantato di Susy. Eccesso di personaggi assurdi, eccesso di pittoresco, eccesso di grottesco finiscono per attutire nei due episodi l'assurdo, il pittoresco e il grottesco. E' vero che più tardi, tutto questo caravanserraglio gli doveva servire per la sfilata finale dei fantasmi sulla passerella dell'ossessione e dell'angoscia. Bastava forse una piccolezza: il freno dell'arte". (Filippo Sacchi, "Epoca", ottobre 1965).
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