Falchi

ITALIA - 2016
3/5
Falchi
Duri, spregiudicati, spietati. Peppe e Francesco sono così, due falchi, agenti della sezione speciale della Squadra Mobile di Napoli, una sezione preposta per affiancare le indagini sulla criminalità organizzata. A bordo della loro moto e sotto la guida dell'efficiente capo della squadra Mobile, il dottor Marino, con il quale hanno un rapporto quasi paterno, pattugliano la città incuneandosi nei sobborghi più loschi e criminali. Efficientissimi e dediti a 360 gradi alla loro missione, i due amici pagano però lo scotto di una vita sempre in tensione. Francesco è afflitto da una grave depressione e soffre di un'acuta e inconfessata claustrofobia, che riesce ad alleviare attraverso l'abuso di psicofarmaci e droghe. Peppe invece conduce una vita estremamente solitaria: vive sulla costa napoletana degradata e abbandonata, e quando non è in servizio si dedica alla sua unica altra passione: l'addestramento di cani da combattimento. Tra vertiginosi inseguimenti, arresti temerari, solitudini private, in una città dove si mischiano l'Italia, l'Africa, la Cina, i Balcani, il Sud America, la vita di Francesco e Peppe scivola via sincopata come un ruvido rap metropolitano finché, all'improvviso, un giorno tutto cambia. Definitivamente. Per entrambi. Quando Marino viene indagato per concussione mafiosa e si toglie la vita, i due cani sciolti, decisi a vendicarlo a tutti i costi, si trovano da soli di fronte a un nemico spietato e senza scrupoli: una terribile organizzazione criminale cinese, che prospera nei quartieri più degradati attraverso lo spaccio, i combattimenti clandestini e la prostituzione. Lo scontro è definitivo, la lotta è ormai all'ultimo sangue. In una Napoli sotterranea dalle tinte fosche e sanguigne, Peppe e Francesco potranno far leva solamente sul proprio coraggio, e sulla forza pura di due figure femminili di intensa e delicata umanità.
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLIZIESCO
  • Produzione: GAETANO DI VAIO, GIANLUCA CURTI PER MINERVA PICTURES, FIGLI DEL BRONX PRODUZIONI, CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: KOCH MEDIA (2017)
  • Data uscita 2 Marzo 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Peppe (Fortunato Cerlino) e Francesco (Michele Riondino) sono due agenti della sezione speciale della Squadra Mobile di Napoli, i Falchi.
Girano in moto per i vicoli della città, brandendo paletta e pistola, pronti a intervenire là dove l'occasione lo richiede. Scippi, taglieggiamenti, crimini di piccolo cabotaggio, le tipiche sortite con richiamo - quando va bene - in cronaca locale. Che per loro però vogliono dire tanto. Vogliono dire contatto continuo, fisico, con l'anima deviata della città, rischiare ogni volta di venirne risucchiarli, sprofondando in quella stessa palude che in teoria ci si danna di prosciugare. Chi può chiamarsi fuori? Lo stesso capo della polizia (Pippo Delbono), tirato in ballo da un pentito di camorra, finisce per essere travolto dagli scandali e si suicida. Peppe ne erediterà il mastino, Francesco la colpa...e per entrambi le cose si incasineranno definitivamente.

Presentato come una sorta di Gomorra dalla parte della polizia – vuoi perché ambientato a Napoli, vuoi per la presenza, stavolta "tra i buoni", di Fortunato Cerlino - Falchi è in realtà un noir metropolitano che poco ha da spartire con gli intenti e il registro neorealista della serie di Sollima.
Toni D'Angelo guarda piuttosto al cinema di Hong Kong anni ’90, ai John Woo e ai Jhonnie To, al punto da inglobare l'elemento asiatico nel racconto, spostando l'asse narrativo dalla camorra alla mafia cinese, da Le Vele ai centri massaggio e ai combattimenti clandestini tra cani. Una scelta, condivisa con gli altri due sceneggiatori (Giorgio Caruso e Marcello Olivieri), che gli consente di mettere fuori fuoco Napoli, restituendone un'immagine cinematografica non stereotipata.
Una Napoli meno vernacolare, pienamente investita dai fenomeni socio-economici della globalizzazione, alterata dal punto di vista umano e culturale, ineluttabilmente opaca, scivolosa, infida, ma anche bellissima come certi scorci notturni lasciano vedere.  Una città poco riconoscibile e perciò moderna, dove però sono ancora pulsioni ancestrali e calcoli primitivi a smuovere le acque. In questa terra di nessuno, dove la Legge non è quella riportata sui manuali di giurisprudenza ma nelle strade e nelle menti di uomini-animali, Peppe e Francesco si perdono, galleggiano, cercano il modo di mettersi tutto alle spalle, inseguendo l'eco pura del loro cuore, non sapendo se è canto di sirena o il treno giusto da prendere.

D'Angelo cuce addosso a queste due anime fragili, perse, un film lunare, ondivago, abitato dallo stesso male di vivere. Non tutto gira a dovere (il finale è un po' buttato via e anche l'empatia con i personaggi è più supposta che sentita), ma la confezione c'è (bella la fotografia di Rocco Marra e le musiche di papà Nino) e il tentativo di accostamento alla realtà non per mimesis, ma attraverso la sua ri-costruzione scenica allegorica - come da tradizione di Hong Kong, da cui D'Angelo riprende anche la mescolanza di temi e motivi: il crime con il melò - è da incoraggiare.
Come e più che nei due precedenti film di finzione - Una notte (2007) e L’innocenza di Clara (2011), rispettivamente una rivisitazione di Jarmusch e Chabrol - Falchi certifica l'estraneità del regista partenopeo a certi schemi e logiche del cinema italiano. E scusate se è poco.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DEL MIBACT IN ASSOCIAZIONE CON ALIANTE E IN ASSOCIAZIONE CON ST AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT.

- NINO D'ANGELO È STATO CANDIDATO AL GLOBO D'ORO 2017 PER LA MIGLIORE MUSICA.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2017 PER: MIGLIOR PRODUTTORE E COLONNA SONORA.

CRITICA

"Si parla tanto di genere in Italia, soprattutto da una prospettiva nostalgico-funeraria, come di un qualcosa che il nostro cinema sembra destinato a non ritrovare più. E invece tutte le manifestazioni più interessanti del cinema italiano degli ultimi anni, vanno nella direzione del «genere». Basti pensare ai risultati ottenuti da registi come Stefano Sollima, Gabriele Mainetti, Edoardo De Angelis, Sidney Sibilia, Matteo Rovere e Cosimo Alemà. Ed è interessante osservare come proprio il documentario e il «genere» siano in realtà le forze che maggiormente dialogano fra loro, incuranti della presunta distanza che i tutori dei rispettivi ambiti banalmente rivendicano. Di questa prossimità, 'Falchi' di Toni D'Angelo offre una lettura privilegiata. Nato come omaggio dichiarato al noir melodrammatico del cinema di Hong Kong degli anni Ottanta, 'Falchi' è un riuscito esempio di racconto metropolitano in grado di mettere in relazione il centro della città con le sue cinture periferiche. Lo sguardo di D'Angelo, per esempio, è molto lontano da quello potentemente iper-realistico di Stefano Sollima, preferendo un approccio in minore, «documentario», appunto, fatto di dettagli e progressive rivelazioni ambientali. (...) «Falchi», che vanta le magnifiche musiche di Nino D'Angelo, è un esempio di narrazione che dal basso tenta di rendere conto delle complessità che attraversano il cinema italiano contemporaneo. L'approccio a-nostalgico di D'Angelo è la chiave politica di tutta l'operazione che evita sia i feticismi camorristici che quelli banalmente «legge e ordine». C'è un'altra umanità al mondo, e 'Falchi' è il racconto di chi dai margini chiede dignità e diritti. Cinema urbano e popolare, 'Falchi', del tipo che ti entra in testa e ci rimane come una magnifica canzone di tre minuti. Insomma: quasi un miracolo." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 2 marzo 2017)

"Ha dato tutto se stesso Toni D'Angelo nell'impresa di fare un cinema verosimile ma ad alto tasso di spettacolarità inclusiva di tragedia arcaica, sulle dichiarate tracce della criminal Hong Kong anni 90, e si 'sente' oltre che vedersi. La regia incide nervosa sugli sguardi dei rapaci della Mobile senza lasciare mezze misure, ma la narrazione stenta a diventare armoniosa al ritmo delle loro vite, perennemente in tensione: il rischio è una traccia di noia in contrasto con l'action circostante. Notevole il commento musicale firmato da papà Nino." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 2 marzo 2017)

"Spiacerà a chi s'aspettava un bel poliziesco «di genere» come sembra stia tornando a farli il cinema italiano. Però Toni D'Angelo (un regista di cui da tempo speriamo il decollo) salta per tutti i novanta minuti dal noir alla commedia senza mai decidersi tranne che nella «noirissima» chiusa (che ci sta a fare Stefania Sandrelli, signora amica degli animali?)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 marzo 2017)

"(...) una storia lineare e concisa del tutto disinteressata a promulgare un punto divista etico-sociologico bellicoso. (...) La brutale contiguità con la malavita di strada, ovviamente, rischia a più riprese di assimilare le guardie ai ladri e viceversa, ma per fortuna il giovane cineasta non si rassegnerà neppure nel finale a imboccare la comoda scappatoia di proporre morali consolatorie o didascalie reboanti. Il peggiore servizio che si possa rendere al film, peraltro, è quello di pomparlo, per così dire, contro i suoi intenti e le sue motivazione di attribuirgli spropositate ambizioni. A parte il fatto che non lo sminuisce l'innegabile legame con il poliziottesco anni Settanta dei «Napoli violenta» e «Napoli spara», anche perché allora come oggi non si può dare la patente di «fascisti» ai film di genere che polemizzano contro la scarsa libertà d'azione concessa alle forze dell' ordine impegnate su un fronte sociale durissimo, è chiaro che D 'Angelo ricorre anche a numerosi stereotipi e tanto più va apprezzato quanto più gli si riconosce la capacità di governarli per il piacere di un pubblico non sofisticato. Il segno dell'autore va cercato, insomma, nella pertinenza delle atmosfere e degli sfondi, nell'efficace contrappunto delle musiche affidate all'inossidabile papà, nella vigorosità delle riprese (abbondano le sequenze parossistiche con il consueto corredo di sparatorie ed uccisioni) e nel tentativo spesso riuscito dimettere i personaggi in condizione d'esprimere sentimenti lacerati e non solo gesti acrobatici e atteggiamenti tosti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 marzo 2017)

"Falchi di Toni D'Angelo è un classico esempio di film ossimoro italiano che da una parte vorrebbe spaccare il mondo e dall'altra puzza di vecchio: infatti non si può dire che sia girato o interpretato male, ma, durante la visione, non si riesce neanche ad allontanare l'impressione di trovarsi di fronte ad una specie di grottesca fiction dark in cui gli schizzi di sangue si alternano a messaggi ultraconservatori degni dell'episodio più becero di Don Matteo. (...) ci troviamo davanti proprio a quegli stereotipi e a quelle pseudo-riflessioni che la peggior televisione ci sbatte in faccia, a caratteri cubitali, in prima serata i 'buoni' che picchiano duro e quindi non sono forse così buoni, la droga che non aiuta a risolvere i problemi e anzi peggiora le cose, i giudici che non capiscono che esistono anche le scale di grigio, le donne che non capiscono che se guardi l'oscurità anche l'oscurità guarda dentro di te ecc. Il tutto condito da un gusto per la provocazione che davvero sembra arrivare intatto dal 1972, ovvero l'anno in cui usciva quel capolavoro poliziottesco di 'Milano Calibro 9' che D'Angelo decide di omaggiare in una sequenza del suo 'Falchi', lasciandoci ascoltare Mario Adorf che tuona «Tu, quando vedi uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare». Però da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta, di film ne sono stati girati a milioni e forse la sola idea di mostrare la violenza in quanto tale non può più essere considerata particolarmente incisiva ed anzi l'idea stessa di considerare a priori la marijuana ed i cani che mordono come elementi sconvolgenti, spinge lo spettatore dentro un universo fatto di giudizi banali che vengono cotti, mangiati, calati dall'alto e per giunta ripetuti a fino all'esasperazione; un universo, purtroppo, ben noto a decine di autori del nostro paese e che, francamente, risulta irritante proprio perché sembra generarsi da una considerazione davvero bassa dell'intelligenza di chi guarda. (...) Si potrebbe obiettare che i crimini di cui sopra non sono solo di Toni D'Angelo e che non è propriamente corretto dargli la croce addosso per convinzioni di fondo che avvelenano gli schermi italiani da generazioni: niente di più vero ed anzi si aggiunga che, alla fine della fiera, 'Falchi' si fa guardare per almeno tre quarti della sua durata. Come già detto l'intesa della coppia di attori Cerlino-Riondino funziona perfettamente e anzi riesce nel miracolo di mantenere attenzione ed empatia alte anche quando la sceneggiatura non aiuta; a ciò si aggiunga che sono particolarmente riusciti anche gli interventi di Pippo Delbono e Stefania Sandrelli, chiamati ad interpretare due personaggi minori che portano ossigeno in momenti cruciali per il godimento dello spettatore, ovvero l'inizio, che deve essere folgorante, e la fase precedente il finale, che deve riuscire a filare liscia senza l'aiuto di nessun tipo di fuoco d'artificio. A voler essere pignoli si potrebbe aggiungere che il vero problema specifico del film sta proprio nel suo finale, durante il quale una sparatoria folle manda a farsi benedire tutti i percorsi emotivi che avevamo pensato di conoscere nell'ora e mezza precedente, ma è inutile girarci intorno: secondo chi scrive il vero difetto di 'Falchi' di Toni D'Angelo sta tutto nella pretesa di volere stupire sottolineando senza alcun garbo idee (tanto formali quanto contenutistiche) trite e ritrite." (Gabriele Blandamura, 'L'Unità', 9 marzo 2017)
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