Kung Fu Panda 3

Interessante l'impianto sociologico e familiare (al di là delle polemiche strumentali), ma episodio non memorabile della saga animata di Po

17 marzo 2016
2,5/5
Kung Fu Panda 3
Kung Fu Panda 3

“Ha bisogno di tutti e due i suoi papà”. Questa frase potrebbe sembrare estrapolata da un manifesto a favore delle adozioni per le famiglie omosessuali (e c’è anche qualcuno che non ha perso tempo per cavalvare la polemica, ndr). In realtà è uno dei momenti più toccanti di Kung Fu Panda 3, nuovo film animato DreamWorks diretto da Alessandro Carloni e Jennifer Yuh che dimostra una volta di più la capacità del cinema popolare di penetrare le questioni sociali con più acume e naturalezza di ogni saggio o personaggio politico.

In questo terzo episodio, Po deve affrontare Kai, un guerriero tornato dal regno degli spiriti che ha tolto l’energia spirituale (Chi) di tutti i maestri guerrieri ed è intenzionato a eliminare anche l’ultimo rimasto per dominare il mondo. Per sconfiggerlo, Po dovrà imparare a dominare il suo Chi riscoprendo l’essenza dell’essere panda, grazie al ritorno del suo vero padre. Scritto da Yuh con John Stevenson, Jonathan Aibel, Glenn Berger, Ethan Reiff e Cyrus Voris, Kung Fu Panda 3 mescola come al solito il fantasy d’azione debitore dell’estremo oriente e la comicità tipicamente americana, ma in questo caso aggiunge un elemento familiare tutt’altro che banale rispetto alla media del cinema d’animazione mainstream.

Perché oltre al tipico, e ripetuto, percorso di formazione di Po, gran parte del percorso dei personaggi è basato sull’accettazione e la creazione di una famiglia composta da due padri, uno biologico e uno adottivo, che devono mettere da parte le loro gelosie reciproche per aiutare il figlio e soprattutto per mostrare alle società di appartenenza di essere una cosa sola. Sembrerebbe un’aperta dichiarazione a favore della “stepchild adoption”, ma in realtà è la prova di una civiltà – quella statunitense – che sa far passare attraverso i suoi mezzi di comunicazione messaggi ben più sottili, sfumati e umani rispetto a quelli delle fazioni politiche.

Peccato che questo interessante impianto “sociologico” non rende Kung Fu Panda un film memorabile: sia chiaro, Yuh e Carloni sanno perfettamente come divertire i piccoli e come creare personaggi che riescano a non annoiare i grandi e il gioco del kolossal hollywoodiano gli riesce senza sbavature. Ma l’animazione e la regia sembrano più interessate alla grandeur spettacolare, all’orizzonte estetico di videogiochi e cinema blockbuster, relegando la creatività, il gusto del disegno e del dettaglio grafico ai flashback o a momenti di contorno. Non è un peccato mortale, tutt’altro, e lo si può perdonare tranquillamente visto cosa Kung Fu Panda 3 riesce a fare al di là dei limiti del cinema per bambini.

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