IL PRANZO DELLA DOMENICA

ITALIA - 2002
La vita di Franca Malorni, esponente della buona borghesia della Capitale, cambia di colpo quando il marito (un affermato avvocato matrimonialista) muore. Le sue attenzioni si riversano, così, sulle tre figlie Barbara, Sofia e Susanna, tutte sposate, obbligate ogni domenica a recarsi a pranzo da lei con le rispettive famiglie. Nel corso di una di queste riunioni, un giorno, Franca ha un incidente domestico e si rompe un femore. Nel corso della sua degenza, lunga e faticosa, emergono i piccoli dissidi ed i problemi che si celano dietro la facciata di famiglia perfetta.

CAST

CRITICA

"Nonostante il pullulare di omaggi disseminati lungo tutto il film, 'Il pranzo della domenica' è il capolavoro di Carlo Vanzina. E di suo fratello Enrico, che da un quarto di secolo gli sta accanto come sceneggiatore e co-produttore. (...) 'Il pranzo della domenica' si abbandona alla suggestione evocatrice di pezzi di storia della commedia all'italiana, da 'Una vita difficile' a 'C'eravamo tanto amati', da 'Speriamo che sia femmina' a 'La famiglia', ma secondo un 'impasto' di oggi e originale. (...) Tutto a meraviglia? No. Vanzina ha paura di prendersi interi responsabilità e meriti. Sfiora la pienezza del risultato ma, per timidezza e autocensura, non lo afferra stretto. Il bicchiere è insomma mezzo pieno (o mezzo vuoto)". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 3 maggio 2003)

"Piacevole, col gusto dell'appunto social-modaiolo, il film ricama con un sospetto di autobiografia collettiva e di classe sulle nostre contraddizioni affettive, anche se il gusto della battuta aggiornatissima registra sì usi e costumi dell'italiano medio, ma blocca un po' la partitura. Anche perché l'equidistanza conclamata degli autori, una battuta sul Berlusca e una su Bertinotti, impedisce che si faccia vera satira e si alzi il tiro poetico su fattori umani. Che sono però ben individuati, anche se con una ricerca da stereotipo tv da domenica sera: (...) Cast eccellente, la De Rossi e la Sofia Ricci non sono più interscambiabili, Galatea Ranzi è brava e elegante, Ghini se la spassa amaramente". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 maggio 2003)

"Orgogliosi eredi del 'cinema di papà', i fratelli Vanzina hanno trovato una loro chiave narrativa nella pacata ironia con cui raccontano i piccoli misfatti della vita contemporanea. Siparietti più o meno simpatici di una romanità diventata quasi 'categoria dello spirito'. Eppure, ogni volta si resta sempre delusi, come se la loro ricerca della qualità venisse vanificata. Ma da che cosa? (…) Senza la 'furbizia' del Cuccino di 'Ricordati di me', ma anche senza l'intensità della Comencini di 'Il più bel giorno della mia vita', questo tipo di commedia di costume rischia di scivolare via senza lasciare tracce. Trenta, quarant'anni fa il cinema degli Steno e degli Emmer riceveva senso da un panorama cinematografico meno compromesso. Oggi - piaccia o no - la fiction tivù ha fagocitato quegli spazi, lasciando al cinema poche alternative, che sicuramente non passano per questa strada. Anche perché se una qualsiasi puntata del 'Processo di Biscardi' è più becera, urlata e sguaiata della parodia che si vede nel film, allora davvero ti chiedi che senso abbia rifarla (edulcorata) in un film". (Paolo Mereghetti, 'Io Donna', 10 maggio 2003)

"Nulla di nuovo sull'italico fronte gastro/fobico; ci si acquatta quieti in scia ai classici parenti/serpenti della celluloide nostrana affogandoli in una brodaglia di stereotipi ormai indigeribili: la mogliettina borghese, l'alternativa sinistroide, il rampante, il reazionario cafone, l'intellettuale fallito, il femore che cede quanto occorre alla sceneggiatura, Massimo Ghini, barbara De Rossi, la commedia degli equivoci che si immola a quella degli insulti, sputacchi di satira sociale. Ci trema la mano nello scrivere che ormai, senza Boldi /De Sica, ogni sghignazzo tace ed ogni schiamazzo si spegne in noia". (Alessio Guzzano, 'City', 22 maggio 2003)
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