Siamo già immersi nel doppio sogno di Elizabeth Holmes – la falsa profetessa della Silicon Valley che, con Theranos, prometteva di rilevare centinaia di patologie con una sola goccia di sangue prelevata da un pungidito – quando Lance Oppenheim, regista trentenne di Primetime, e il comico Nathan Fielder, maestro del disagio, le mostrano Chi gioca in prima base? (Who’s on First?), lo sketch in cui Gianni e Pinotto girano a vuoto in un labirinto di equivoci. Bud Abbott presenta una squadra di baseball i cui giocatori hanno nomi assurdi: in prima base gioca un certo “Chi”, in seconda “Cosa”, in terza “Non lo so”. Così, quando Lou Costello chiede “Chi c’è in prima base?”, Abbott risponde “Esatto, ‘Chi’”, e ogni risposta suona come una nuova domanda. Costello si avvita nella frustrazione finché urla, esasperato, “Non me ne importa!”, e Abbott, serafico: “Ah, quello è il nostro interbase”. Quando il numero finisce, Fielder si rivolge a Liz: “Capisci perché fa ridere?”. Holmes ammette di non aver colto il gioco di parole – di non aver capito che il giocatore si chiamava letteralmente ‘Chi’ – ma riconosce che i due comici “si stavano solo parlando sopra”.

È in quello scarto finto-Kabuki che You Can See Everything trova la sua pietra angolare. Quando Fielder le fa notare che, dieci anni prima, lo spregiudicato slogan commerciale – secondo cui il macchinario Theranos potesse eseguire “qualsiasi test diagnostico” – suonava al mondo proprio come un’assurdità alla Gianni e Pinotto, Holmes non si scompone, continuando a sostenere che la sua frase fosse tecnicamente vera, fattuale. È il momento in cui il documentario di Fielder/Oppenheim smette di essere la cronaca (domestica) del declino della “Steve Jobs al femminile” per trasformarsi in un supergiocattolo dove “nessuno sa cosa significa veramente reale”.

Elizabeth Holmes in You Can See Everything
Elizabeth Holmes in You Can See Everything

Elizabeth Holmes in You Can See Everything

Il look di Elizabeth Holmes – i capelli lunghi sempre un pizzico in disordine di chi è “troppo occupato a innovare per pettinarsi” – e quel non sbattere mai le palpebre, studiato, si diceva, per incantare gli investitori come una sirena tech dagli occhi vitrei, qui sono la riserva segreta del suo tempo prima di entrare in prigione. Nel settembre 2013, Holmes annuncia la partnership con Walgreens e apre il primo Theranos Wellness Center all’interno del punto vendita Walgreens di Palo Alto, prima dell’inchiesta del Wall Street Journal a fine 2015. La condanna è a 11 anni per aver raggirato gli investitori, mentre nel board sedevano politici come Henry Kissinger e George Shultz, arruolati per blindare una credibilità di facciata. Con una sfumatura: la “più giovane miliardaria self-made” sarà assolta dai capi d’imputazione ai danni di pazienti e consumatori.

A trentaquattro giorni dall’ingresso nel carcere federale femminile FPC, a Bryan, in Texas, Holmes invita Fielder e Oppenheim in un cottage anni Quaranta all’interno di una gated community sulla spiaggia di Del Mar, in California: due stanze nella casa principale e una guesthouse nel cortile. Missione: “vedere tutto”. Vediamo il suo rapporto con il compagno Billy Evans, erede del gruppo di hotel di lusso Evans Hotels a San Diego, lei che allatta e culla la neonata (dondolandola con un piede, come dopo aver visto un tutorial di La teta y la luna di Bigas Luna) e si prende cura del bambino più grande, la visita e i colloqui con i genitori, la visione in famiglia della serie Hulu, The Dropout, in cui Amanda Seyfried interpreta la Holmes. Ai nostri occhi, Liz qui si sdoppia: truffatrice corrotta o visionaria caduta in errore, linciata e raggirata dagli uomini? Per inciso, non ha mai incassato né venduto le sue azioni Theranos: il patrimonio da 4,5 miliardi di dollari esisteva solo sulla carta ed è andato azzerato con il crollo della società.

You Can See Everything - Courtesy of A24
You Can See Everything - Courtesy of A24

You Can See Everything - Courtesy of A24

Fielder suggerisce un’ipotesi ancora più inquietante: quella di una donna imbrigliata in un proprio linguaggio alieno, incapace di registrare il modo in cui le sue parole risuonano nella realtà degli altri. La fede cieca nella propria “trasparenza radicale” trova un appiglio nel commento del compagno: “Lei non sta mentendo; semplicemente pensa in modo diverso”. Holmes è una “vera credente” la cui concezione della verità basata sulla fede è impermeabile alla ragione. Con l’entrata in scena della stessa Seyfried (memorabili alcuni reenactment) e degli stessi produttori di A24, l’interrogatorio di Fielder diventa un rompicapo.

Holmes ha trovato pane per i suoi denti: un comico che, come scrive Richard Brody del New Yorker, congegna un dramma che fa pensare a Diario di un ladro di Robert Bresson. “Dove Bresson proiettava l’esaltazione cristiana, You Can See Everything (64,7 milioni di dollari tra Stati Uniti e Canada, al momento in cui scriviamo) raggiunge qualcosa di ancora più sorprendente: una sublimità razionale, un intreccio di bellezza concettuale, come un’equazione che dimostra l’esistenza dell’amore”. Holmes è cinema. Lo sa bene Errol Morris, premio Oscar per The Fog of War, che nel 2015, quando Holmes era sulla copertina di Forbes, diresse gli spot di Theranos: lei immobile, gli occhi sgranati in macchina. In quell’occasione la intervistò per due ore con il suo Interrotron, un girato mai mostrato che oggi, a 78 anni, vorrebbe pubblicare integrale, senza montaggio, come ritratto di Elizabeth prima della caduta. Dopo averlo rivisto, il suo verdetto coincide con quello del film: la businesswoman era “a true believer”.

Nathan Fielder in You Can See Everything
Nathan Fielder in You Can See Everything

Nathan Fielder in You Can See Everything

E se Nathan Fielder fosse l’unico ad aver capito davvero Elizabeth Holmes, persino più di quanto non riesca a fare Billy – verosimilmente interessato solo al power of attorney, all’account X di Elizabeth, che gestisce in modo acrobatico, e a Haemanthus, la sua start-up che ufficialmente “non è Theranos 2.0” ma che nel film lui stesso accetta di chiamare così: una macchina da bancone che, con un laser, promette di analizzare sangue, urina e saliva, prima degli animali e poi degli esseri umani? In un ultimo totale, durante il colloquio con la famiglia nel cortile del penitenziario, vediamo Liz, fisico scolpito, immergere con naturalezza le dita in una busta di turkey jerky, un guilty pleasure che Nathan ha scovato prima di Billy. Prima di tutti. In quel gesto di desiderio e conforto c’è lo sguardo, furbissimo, di chi ha saputo vedere Elizabeth Holmes attraverso il vetro rigato di un distributore di snack. Oltre le palpebre immobili della sirena.