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Liza Minnelli in Nina
È solo una questione di tempo – come dice il titolo originale, A Matter of Time – il cinema di Vincente Minnelli, che ci lasciava il 25 luglio 1986, giusto quarant’anni fa. Dieci anni dopo la sua ultima regia, da noi Nina, uscita nell’ottobre 1976 senza successo. Giunto al tramonto di una carriera mai troppo celebrata, forse addirittura trascurata da qualche osservatore contemporaneo (ma l’Ente dello Spettacolo ha pubblicato una preziosa monografia, firmata da Daniele Turco), il regista chiude i conti col cinema nel modo che meglio si adatta al suo sguardo: rievocando atmosfere ed umori del cinema classico, ne celebra la sua impossibile resurrezione.
Nel momento in cui la New Hollywood lo ripensa attraverso una nostalgia intesa come elemento fondativo dello spirito, Minnelli agisce in parallelo con il coevo Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, anch’egli all’ultimo fuoco: entrambi raccontano un mondo che non esiste più, riportando in vita un personaggio emblematico per destrutturare quel mito che loro stessi avevano contribuito a costruire.
Sempre in quel 1976, Martin Scorsese gira New York New York, uscito l’anno dopo, dove reinterpreta la lezione di Minnelli immaginando il primo degli ultimi musical possibili, capendo, come in Spettacolo di varietà, che è il genere meglio disponibile a riflettere sul proprio statuto di “last show”, con una coscienza della fine davvero inesauribile nel suo riproporsi all’infinito ed oltre. Pensiamo solo a quanto il Damien Chazelle di La La Land debba a Scorsese almeno quanto lui stesso debba a Minnelli, con quel meraviglioso finale a testimoniare evidentemente il debito con Un americano a Parigi.


Vincente Minnelli e Liza Minnelli
E proprio Scorsese sceglie come eroina Liza Minnelli, figlia di Vincente e Judy Garland (prematuramente scomparsa nel 1969), capace di far rivivere lo strazio della madre negli occhi allagati dal dolore di dover accettare un mondo non corrispondente alle sue aspettative. Anche per il suo ultimo spettacolo il padre chiama la figlia: in quel momento, il cognome Minnelli è legato essenzialmente Liza, la diva di Cabaret che ha raccolto l’eredità culturale, artistica e spirituale della mamma Judy, arrivato nelle sale due anni dopo L’amica delle 5 ½ con Barbra Streisand, la penultima regia di Vincente.
Già messa così Nina è una questione di famiglia. Ed è anche una questione di spazi. Nina è ambientato in una Roma che non esiste se non nel filtro di Geoffrey Unsworth, il geniale direttore della fotografia di 2001: Odissea nello Spazio, ma anche dello stesso Cabaret, di Zardoz, di Superman, tutti film che reinventano mondi e immaginari.
A metà tra l’immagine patinata delle riviste rétro e la passeggiata onirica in un passato solo ipotetico (siamo negli anni Cinquanta, ma più che Vacanze romane c’è un ripensamento critico delle cartoline turistiche di Tre soldi nella fontana), si alimenta di una decadenza esaltata dalla prospettiva sofisticata dello straniero, come la Parigi di Un americano a Parigi e Gigi, perfino immaginando l’inesistente Brigadoon. Nella coscienza dell’impossibile ritorno al cinema classico, tanto vale mettere in scena tutto ciò che può rievocarne i fasti irripetibili: lussureggiante décor alla Gigi, musiche avvolgenti come nelle commedie degli anni cinquanta, momenti musical diretti da uno dei re del genere, la riesumazione di antichi latin lover esotici (il francese Charles Boyer e Amedeo Nazzari).


Ingrid Bergman in Nina
(Webphoto)Crepuscolo autoriflessivo, Nina racconta di un’attrice cresciuta con gli insegnamenti di una contessa decaduta ovvero l’inarrivabile Ingrid Bergman, invecchiata con un trucco quasi teatrale e sopra le righe, al primo incontro con Minnelli e all’ultimo film hollywoodiano (se funerale dev’essere, che lo sia completamente). Il suo personaggio si svela in una metafora autoevidente: benché perda progressivamente la memoria, l’elegante e evanescente nobildonna non smarrisce mai la capacità di trasmettere la grandeur perduta ad una giovane apprendista (Minnelli, appunto, una che incarna i fantasmi della golden age hollywoodiana) chiamata ad adattarla ad un tempo nuovo. Non a caso è il primo film in cui appare Isabella Rossellini: un commiato, un omaggio, un passaggio.
Tutto quel che accade Nina si riflette nel privato dell’autore e provoca una struggente vertigine, giacché Minnelli stava accusando i primi sintomi del morbo di Alzheimer. Prima che la memoria sparisca, un ultimo spettacolo per dire quelle due o tre cose sul cinema e dunque sulla vita. Racconto di formazione fuori tempo e fuori moda, un canto del cigno di un’intera epoca ma anche una commedia melodrammatica zoppicante e dal sapore incompiuto.
Tagliato senza pietà dalla produzione, disconosciuto dall’autore che fu sostenuto da molti di quei giovani colleghi che finalmente si videro riconosciuti il potere del final cut, con tutta la bellezza malata dei film non riusciti. Da vedere allo specchio di Fedora, il capolavoro tossico di Billy Wilder: altro testamento, altra “last dance”, altra resa dei conti con il passato.
