C’è sempre un momento, ed accade ogni volta più velocemente, in cui un trend AI di TikTok o Instagram sconfina in quella che chiamiamo l’uncanny valley, il concetto coniato nel lontano 1970 da Masahiro Mori per cui le immagini generate in maniera computazionale che abbiamo di fronte ai nostri occhi assomigliano alla realtà ma c’è qualcosa che non torna, qualcosa che non riconosciamo, che ci fa sentire a disagio (dato che viviamo in tempi kinghiani, è la sensazione che spesso i protagonisti delle storie de La torre nera di Stephen King percepiscono di fronte ai tentativi degli emissari del crudele Crimson King di assumere sembianze “umane”).

I reel con il gruppo di amici che balla in un parcheggio o quello con il freestyle del rapper fermato da un fan, giusto per citarne due recenti, hanno attraversato le fasi oramai “classiche” della sostituzione con i volti delle star o dei personaggi del mondo dei franchise, cartoni, videogame, per poi sfociare ben presto nel nonsense di gattini, dinosauri, pesci giganti (ne ho visto uno con un kebab che rappava, ma è probabilmente colpa del mio algoritmo…). Per alcuni studiosi, è proprio l’istante in cui l’AI generativa incontra forme impossibili, combinazioni figlie di un inconscio collettivo oramai inevitabilmente deviato, quello in cui gli utenti “prigionieri” delle piattaforme e dei loro tecnomonopoli si liberano dal pericolo e dalla dittatura del verosimile, del dato vero/falso, ritrovando quella matrice “magica” della tecnologia figlia delle profezie dei neuromanti cyberpunk.

Non c’è nemmeno più bisogno di una narrazione, basta affacciarsi in una classe delle elementari (!) per scoprire dinamiche che superano gioiosamente questa impasse dello storytelling per costruire percorsi ludici intorno a quella che il filosofo Luciano Floridi chiama la dimensione dell’onlife, quel tipo di fenomeno online che riesce a “occupare lo spazio reale”.

Che i poemi omerici siano insomma oggi ridotti a delle aura battle tra Achille ed Erode? D’altronde a riportare in auge tutta questa storia dell’aura è stato proprio l’Agamennone dark knight di Nolan, ribattezzato per l’occasione Auramennone: gli apocalittici grideranno alla fine della civiltà e della cultura, proprio come ai tempi dei Micenei spazzati via dai “popoli del mare”, se dagli altissimi versi di Omero siamo finiti ai 7 minuti dell’Odyssey di Elon Musk realizzata con Grok Imagine da Dev Walker (è solo il primo episodio del progetto…) e pubblicata su X, il social di proprietà del miliardario sudafricano – ma se la metti da un altro punto di vista, potresti anche dire al contrario che un testo come l’Odissea è capace di sopravvivere anche se viene dato in pasto all’AI.

L’aspetto più interessante è infatti come la storia che ha contribuito, forse più di tante altre ugualmente ancestrali, a “fissare” per secoli i punti del viaggio dell’eroe (come gli eroi della Torre Nera!) che ci portiamo addosso fino ad oggi, dalla serialità tv ai videogiochi (pochi anni fa sono usciti un Assassin’s Creed Odyssey e un Super Mario Odyssey…), sia ancora quella su cui battibeccano i fan della versione considerata troppo woke firmata da Christopher Nolan, e quelli (quali?) della risposta proto-MAGA di Musk. Se è vero che l’intera Storia del Cinema (e della letteratura, della poesia e tutto il resto) è oggi interamente finita dentro un meme o una GIF, quantomeno è ancora qui, dispersa in mezzo a noi. Il vero problema dell’Odissea di Elon Musk è invece quello di ribadire, per tornare all’uncanny valley, che il fotorealismo artificiale generativo è ad appannaggio esclusivo di chi c’ha i soldi per poterselo permettere, ad di là dei contenuti da 30 secondi o di un minuto (la vera trincea rimane quella di questionare a chi appartengono i mezzi di produzione di queste “cose”, chi ha deciso che ci fossero solo concessi, chi detiene davvero la proprietà dei risultati, e chi ha posto le condizioni).

Le immagini di Dev Walker fanno di tutto per tenersi lontane dall’effetto sloppy dei video fatti con le AI mediamente gratuite a nostra disposizione, ed è proprio lì che finiscono per assomigliare invece a quei contenuti richiesti dagli utenti di certe pagine su Facebook che domandano la “rianimazione” di vecchie foto di avi defunti, o di istantanee conviviali con gli amici o la famiglia (“è possibile togliere la ragazza sulla destra?”) - è possibile togliere la pazzia ad Odisseo? Può anche essere probabile che, nei prossimi “episodi” (li vedremo mai davvero?), le creature fantastiche dell’operazione di Musk, Ciclopi e mostri marini, possano risultare più impressionanti di quelle del kolossal nolaniano, improntate com’erano quelle all’abituale coerenza interna delle opere del regista.

Il cinema, insomma, continua ancora questa sua disperata e secolare ("Tutto è artificio! Ecco come bisogna fare i film. Solo l'oceano è reale, e mi dispiace di non essere riuscito a ricreare anche l'acqua", lo diceva Joseph Von Sternberg negli anni ‘30) battaglia per il verosimile, mentre là fuori Giovanni Storti intona Bohemian Rhapsody a Wembley reincarnato in Freddie Mercury.