Quando tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si affaccia sullo schermo nessuno scommetterebbe su di lei. Nonostante le lezioni di canto, gli studi di recitazione, le esperienze teatrali, Meryl Streep – nasce il 22 giugno 1949 a Summit nel New Jersey - non è ancora la beniamina del pubblico che sarà di lì a poco.

La prima prova importante è Kramer contro Kramer (1979) di Robert Benton dove la dolorosa intensità della moglie separata che si batte in tribunale per l’affidamento del figlio coincide con la puntigliosa efficacia della performance (premiata con l’Oscar da non protagonista). L’improvvisa popolarità le apre la strada al ruolo più prestigioso dell’inizio decennio che ne fa subito una star.

Quello di Sara Woodruff in La donna del tenente francese (1981) di Karel Reisz in cui la tormentata storia dell’amour fou ottocentesco si alterna alla relazione tra i due attori che la impersonano sul set inaugurando la galleria di donne inquiete e passionali che coniugano le ragioni del cuore con la libertà individuale. S’immedesima totalmente nel personaggio difficile e problematico della profuga polacca di La scelta di Sophie (1982) di Alan J. Pakula che, scampata al lager nazista, nella Brooklyn del dopoguerra si dibatte tra gli assilli del presente e i fantasmi del passato.

Quando la Academy Award le attribuisce il primo Oscar come protagonista – il secondo l’otterrà per The Iron Lady (2011) di Phyllida Lloyd, dopo sedici nomination e una pioggia di altri premi – i magazine fanno a gara nel raccontare il dietro le quinte della migliore attrice americana, impegnata durante la lavorazione a ingrassare e dimagrire secondo copione.

Accanto ai riti maniacali della professionista, affiorano le immagini della sua vita privata, dall’adolescenza in una famiglia benestante al matrimonio con lo scultore Donald Gummer con cui avrà quattro figli, scegliendo di vivere l’assoluta normalità di una vita da diva antidiva nella sua grande casa nel Connecticut.

La mia Africa (1985) di Sidney Pollack rappresenta una delle sfide più alte della carriera, quella di annullarsi in Karen Blixen, la grande scrittrice danese che trascorre quasi vent’anni nel Kenya. Il suo virtuosismo fa del ruolo uno dei più amati dal pubblico. Solenne come un blues, I ponti di Madison County (1995) le offre l’occasione di disegnare con vibrante emotività il personaggio di Francesca Johnson, la casalinga di origine italiana che, sola nella sperduta fattoria dell’Iowa mentre marito e figli sono lontani, incontra il fotografo Clint Eastwood, jeans con bretellone, Nikon a tracolla, Camel senza filtro in tasca, il sorriso che spunta tra le rughe.

Ormai può fare di tutto. Sfoderare la grinta della ex hippie che canta e balla sui ritmi degli Abba (Mamma mia!), impersonare l’editor virginiawoolfiana che organizza la festa di addio per l’amico ammalato di aids (The Hours), indossare i panni e i vezzi di Julie Child per scoprire i segreti della cucina francese (Julie & Julia).

Nella commedia il successo arriva con Il diavolo veste Prada (2006) di David Frankel. La dispotica Miranda Priestly direttrice di “Runaway”, modellata sull’Anna Wintour di “Vogue”, spadroneggia con grande classe nell’universo della moda in cui dominano il glamour e la tentazione mefistofelica di giocarsi l’anima in una fantasmagoria di vestiti, giacche, borse, scarpe, stivali, cappelli che fanno status.