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Jaafar Jackson in Michael di Antoine Fuqua - Courtesy of Lionsgate
A Berlino c’è il freddo dei giorni migliori. A scaldare l’atmosfera ci pensa Michael, l’atteso biopic sul re del pop diretto da Antoine Fuqua che proprio nella capitale tedesca ha avuto ieri sera la sua premiere mondiale, nel contesto della Global Fan Celebration organizzata nella Uber Eats Music Hall, che ospita dal 10 al 12 aprile un allestimento su 4 piani dove poter ammirare gli iconici costumi e immergersi nello spirito di quegli anni che hanno portato la stella di Jackson a brillare a livello planetario.
La scelta non è casuale, visto che proprio qui a Berlino – nel lontano 1988 – Michael Jackson faceva tappa (il 19 giugno) con il suo primo tour mondiale da solista, il “Bad Tour”, e fu un evento di portata enorme, con circa 60.000 spettatori, considerato uno dei momenti più minacciosi per la sicurezza della Germania orientale da parte del governo della DDR: la città era ancora divisa dal Muro, il concerto venne organizzato nel parco di fronte al palazzo del Reichstag, accanto al confine del Muro, dietro il quale – nella parte Est della città – si erano assiepate altre migliaia di persone, che vennero fatte disperdere dalla polizia per timore di azioni antigovernative.
Altri tempi, certo, come sicuramente erano altri tempi quelli in cui il fenomeno Michael Jackson divampò a livello mondiale.
Previsto nelle sale italiane dal 22 aprile, distribuito da Universal, Michael è prodotto da Graham King (già artefice del successo di Bohemian Rhapsody) e basato su una sceneggiatura del tre volte candidato all’Oscar John Logan.
“L’idea di raccontare questa storia sembrava bella, ma più si avvicinava il momento di farlo più la pressione aumentava: soprattutto come potevamo trovare qualcuno veramente in grado di interpretare Michael Jackson?”, spiega King. Che insieme a Fuqua ha scelto di affidare il ruolo principale a Jaafar Jackson, figlio di Jermaine, fratello maggiore di Michael, al debutto assoluto sul grande schermo: “Non esiste un artista più grande di Michael, la responsabilità di raccontare la storia nel modo giusto era enorme. Quello che volevo più di ogni cosa era provare a portare nei nostri giorni la sua essenza, la sua anima. Da bambino ero ossessionato, guardavo e studiavo i tour di Michael: ora, 20 anni dopo, è come se avessi sentito una ‘chiamata’ e ho dato tutto me stesso per convincere i realizzatori del film che potevo farcela”.


Classe 1996 (aveva solo 13 anni quando lo zio morì nel 2009), il cantante, ballerino e ora attore statunitense canta con la sua voce nelle scene a cappella e viene supportato da un blending nelle scene dei concerti, non si è limitato a studiare le coreografie, si è sottoposto a un allenamento estenuante con i coreografi storici di Michael, Rich + Tone Talauega, arrivando a provare fino a far sanguinare i piedi.
Katherine Jackson, madre di Michael (nel film la interpreta Nia Long), ha dichiarato che Jaafar “incarna suo figlio in un modo che nessun altro attore avrebbe potuto fare”. Sul set, i fratelli di Michael sarebbero scoppiati in lacrime vedendo il nipote riproporre le movenze dello zio con un’accuratezza quasi soprannaturale: “Jaafar ha impersonato Michael in un modo che nessun altro attore sarebbe stato in grado di replicare, si è calato profondamente nel personaggio e non è più uscito da lì”, dice ancora Graham King.
Non si tratta solo di un film sulla vita del "Re del Pop", ma di un evento cinematografico (Lionsgate punta ad un incasso worldwide di almeno 700 milioni di dollari) che cerca l'equilibrio tra la celebrazione del genio creativo e l'indagine sull'uomo dietro il mito: il regista di Training Day e The Equalizer ha descritto il progetto “come un tentativo di umanizzare una figura che il mondo ha spesso visto come un’icona bidimensionale: Michael ha creato musica con l'intenzione genuina di cambiare il mondo. È lì che risiede la magia del film”.
La narrazione copre un arco temporale ben definito: dai successi infantili con i Jackson 5 (ad interpretare il Michael bambino è Juliano Krue Valdi) all'ascesa solista globale con Off the Wall, Thriller e Bad: è una scelta, questa, che lascia aperta più di una porta per un ipotetico sequel, considerando appunto che “la sua storia continua” e, come sappiamo, dal 1988 in poi sarà costellata di altri successi (il tour di Dangerous del 1992, soprattutto) ma anche di momenti dolorosi e controversi (le accuse di pedofilia, i processi).
Michael – che ha coinvolto parte della famiglia Jackson nella lavorazione e altrettanto sta facendo per la promozione – non ha avuto però la benedizione di una delle sorelle del cantante, Janet, che non a caso non “esiste” nel film, a differenza dell’altra sorella La Toya, interpretata da Jessica Tula.


Dalla genesi travagliata, originariamente previsto per il 2025, il film è stato rimandato in primo luogo per la necessità di girare riprese aggiuntive (inizialmente si sarebbe dovuto aprire e chiudere circolarmente con la star che nel 1993 vede arrivare la polizia in seguito alle prime accuse di pedofilia, scena poi eliminata per questioni legali relative ad una clausola nell’accordo di patteggiamento fatto con la famiglia di Jordan Chandler) e per permettere una post-produzione meticolosa per perfezionare gli effetti visivi: con un budget di oltre 150 milioni di dollari punta a essere un’esperienza sensoriale totale, con i numeri musicali ricostruiti maniacalmente (impressionante la fedeltà anche scenografica dell’esibizione al Motown 25 del 1983, dove per la prima volta Michael effettuò il Moonwalk sulle note di Billie Jean: “Ci abbiamo lavorato un mese sulla coreografia, ogni sfumatura, ogni battito di ciglia, ogni piccolissimo dettaglio curato alla perfezione, e Jafaar l’ha portato a casa alla perfezione”, dice Rich Talauega) e un lavoro incredibile per quello che riguarda i costumi, le scenografie e addirittura le luci originali dei tour mondiali.
Al centro del racconto, naturalmente, il percorso umano e artistico di Jacskon, dal rapporto con il padre-padrone Joe (Colman Domingo), uomo severo, portatore di un’educazione rigida (a suon di cinghiate) al punto di causare traumi che il cantante si è portato appresso per tutto il resto della sua vita, passando anche per l’aspetto legato maggiormente ai processi creativi dietro la realizzazione di album storici (fondamentale la figura di Quincy Jones, il leggendario produttore interpretato da Kendrick Sampson), svelando come Michael concepisse i suoni e le idee anche per quei videoclip rivoluzionari (basti pensare a Thriller, diretto da John Landis), “creazione” determinante anche per lo stratosferico successo che ebbe l’album, ad oggi il più venduto nella storia della musica con oltre 70 milioni di copie.


Dal 1966 a Gary, in Indiana, in quel salotto dove a otto anni si “allenava” con i fratelli sotto la rigida guida del padre-impresario, passando per l’enorme notorietà e conseguente agiatezza della nuova vita californiana, l’amore per gli animali (nella grande villa losangelina arriveranno una giraffa, un serpente, uno scimpanzé), il sogno di Neverland (che nel film esiste solo sulle pagine di Peter Pan), il pericolosissimo incidente del 1984 durante la realizzazione dello spot per la Pepsi (con la testa che gli prese fuoco), il rapporto fraterno con la guardia del corpo Bill Bray (KeiLyn Durrel Jones), l’amore per la figura materna (“La sfida più grande per Michael è stata quella di crescere, di trasformarsi da ragazzo a uomo, di fronte al mondo”, dice Nia Long) e la lotta dolorosa per emanciparsi definitivamente dalla gabbia paterna: Michael celebra la nascita e l’affermazione del mito, ne accompagna il percorso di “autodeterminazione” (decisivo in tal senso anche l’incontro con il nuovo manager e rappresentante legale, John Branca, interpretato da Miles Teller) e lo “libera” nel suo momento di massimo splendore (chissà se arriverà mai sullo schermo la parte successiva della sua vita), sul palco di Wembley, per quelli che poi saranno 7 sold out consecutivi: “Who’s Bad”?…
