Mel Brooks (nato Melvin Kaminsky da genitori ebrei, a Brooklyn il 28 giugno 1926) compie cento anni.

Per festeggiare questo traguardo tanto straordinario quanto simbolico, proviamo a ripercorrere le tappe di una carriera (da regista) che a ben vedere conta molti meno titoli (solamente 11) di quelli che sarebbero potuti/dovuti essere, soprattutto considerando la fama ottenuta e una tale longevità.

Dal 1968 (The Producers, da noi Per favore non toccate le vecchiette, che gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, poi trasformato in musical nel 2001 dallo stesso Brooks, diretto da Susan Strotman e riportato al cinema nel 2005 come The Producers – Una gaia commedia neonazista) al 1995 (il dimenticabile Dracula morto e contento), con il top di gamma e il picco creativo del 1974 (i suoi due capolavori), curiose e quanto mai suggestive illuminazioni produttive (il caso di The Elephant Man di David Lynch, 1980, sei anni più tardi La mosca di David Cronenberg), Mel Brooks non ci ha semplicemente fatto ridere (custodisco ricordi molto belli legati a visioni d’infanzia con mio padre, in tv, in vhs, a ripetizione e con inevitabili successive citazioni, con podio naturalmente formato da Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Frankenstein Jr. e La pazza storia del mondo), piuttosto ci ha dimostrato, e insegnato, che alto e basso possono coesistere senza patemi, che la sua comicità – come ben ricorda anche la Cineteca di Milano che proprio in questo mese ha ospitato una rassegna su di lui per festeggiarne il centenario – sa(peva) “muoversi con naturalezza in due direzioni opposte e complementari: da un lato un gusto raffinato e colto, dall’altro la gioia di affondare senza filtri nella stupidità più sfrenata”.

Sabotatore dei generi, “Brooks ha fatto dell’esagerazione – clamorosa, irriverente, sgangherata – la cifra della propria arte. Nel suo cinema il cattivo gusto si fa stile, la parodia diventa linguaggio e il caos si organizza in una perfetta macchina comica. Dal western alla fantascienza, dall’horror gotico al musical, ha attraversato l’immaginario popolare americano smontandone miti e convenzioni con una comicità anarchica e lucidissima, sempre sospesa tra dissacrazione e autentico amore per il cinema”.

E ha contribuito in maniera decisiva – ricambiato, certo – a far brillare la stella di attori straordinari come Gene Wilder (in 3 film), Madeline Kahn (in 4 film), Marty Feldman (2 film), Dom DeLuise (in 6 film), Harvey Corman (in 4 film), Cloris Leachman (in 3 film), l’amata moglie Anne Bancroft (in 3 film), Sid Caesar (in 2 film). Di seguito, gli 11 film diretti da Mel Brooks ordinati dal meno riuscito al più bello.


11. Dracula morto e contento (1995)

L’ultimo film (finora) diretto da Mel Brooks – che all’epoca in fondo aveva solo 69 anni – è il fiacco canto del cigno di un filone, quello della parodia slapstick, lontana dalla brillantezza dei tempi d’oro: più stanca ripetizione dei cliché del genere horror che satira graffiante. E non basta la presenza vampiresca dell’allora asso della comicità demenziale (Leslie Nielsen) né quella dello stesso Brooks nei panni di Van Helsing. Ah sì, c’è anche Ezio Greggio cocchiere: l’anno precedente il suo temibile Il silenzio dei prosciutti vantava a sua volta un cameo dell’amico Mel.


10. Robin Hood - Un uomo in calzamaglia (1993)

Diciamo che la posizione è intercambiabile con quella del sopracitato Dracula… Sorta di instant-parody del kolossal diretto e interpretato da Kevin Costner due anni prima, il film ha qualche momentino divertente (l’incontro con Little John, quello con Bellosguardo…), ma soffre di una comicità troppo legata all'epoca e un po' infantile rispetto ai primi lavori di Brooks. La cosa migliore? Aver lanciato l’allora giovanissimo (ventenne) Dave Chappelle. Il regista si ritaglia il ruolo del Rabbino Tuckman, specializzato in circoncisioni. “Cos’è una circoncisione?” – “Una cosa all’ultimo grido”.


9. Il mistero delle dodici sedie (1970)

È il secondo film diretto da Mel Brooks, basato su un celebre romanzo satirico russo del 1928, che anni dopo ispirerà anche La sedia della felicità (2014) del nostro Mazzacurati. È un’opera sottovalutata, forse tra le meno conosciute del regista, che vanta un'ottima chimica tra Ron Moody (mi ha sempre incuriosito la vaga somiglianza con Roy Scheider), Frank Langella (al suo primo ruolo) e lo stesso Brooks (nei panni del servo devoto e alcolizzato Tikon). Una commedia più “classica” rispetto ai suoi standard (girata interamente nell’allora Jugoslavia), con i momenti di “caos visionario” più tipici del suo cinema affidati alla performance di Dom DeLuise (padre Fyodor), alla prima collaborazione con Brooks, che lo dirigerà poi altre cinque volte. Altra chicca, la canzone Hope for the Best (Expect the Worst) sui notevoli titoli di testa.


8. Che vita da cani! (1991)

Prima curiosità: è l'unico film di Mel Brooks che non è una parodia o un film in costume. Commedia sociale a sfondo satirico sui senzatetto e il capitalismo, che prende il via (proprio come due celebri antesignani: Una poltrona per due di John Landis e Un povero ricco di Pasquale Festa Campanile) da una scommessa/esperimento. Il regista è il protagonista Goddard Bolt, miliardario senza scrupoli chiamato a “sperimentare” per un mese la vita dell’homeless. L’intento è nobile, il tono oscilla tra il drammatico e il farsesco, non tiene molto la distanza ma regala un paio di situazioni di culto, in primis la scena in cui Brooks tenta di emulare il balletto del bimbo per racimolare qualche moneta. Ovviamente senza fortuna. “Ha Tu! Ha Tu! Ziggity Bing Bam Boom Ha Tu! Ha Tu!”...


7. Alta tensione (1977)

Già dai titoli di testa è pacifico il rimando all’universo cinematografico di Alfred Hitchock (che non solo approvò lo script, addirittura fece mandare a Mel Brooks una cassa di vino pregiato dopo aver visto il film finito). Da La donna che visse due volte a Gli uccelli, passando ovviamente per Psyco (con tanto di citazione della celebre scena della doccia, solamente che qui è il fattorino dell’albergo a colpire il protagonista con un quotidiano arrotolato…), Alta tensione è parodia paradossalmente troppo “alta” (c’è un lavoro raffinatissimo per “emulare” lo sguardo del maestro britannico, oltre naturalmente a quello sulle musiche, curate come sempre dal sodale John Morris) per raggiungere la pancia di spettatori meno smaliziati.


6. Per favore, non toccate le vecchiette! (1968)

È il film (l’unico) che gli valse un Oscar (il successivo lo ritirò nel 2024, onorario, dicendo che il precedente lo aveva venduto…), per la migliore sceneggiatura originale. The Producers (che inizialmente s’intitolava come l’immaginario musical all’interno del film, Springtime for Hitler, mentre la scelta del titolo italiano è legata al fatto che il protagonista seduceva le anziane signore per racimolare finanziamenti…) è un colpo di genio assoluto: un produttore teatrale fallito (Zero Mostel) e il suo timido contabile (Gene Wilder) scoprono che si guadagnano più soldi con un fiasco totale che con un successo. Decidono così di mettere in scena il peggior musical di sempre, Primavera per Hitler. Sorta di profezia sulla fioritura del trash involontario, non a caso il primo a comprendere la caratura di un’operazione simile fu un certo Peter Sellers: a quanto pare il ruolo di Gene Wilder era stato pensato per lui, ma non fece mai sapere nulla a Brooks. La cosa certa è che poi l’attore britannico vide il film in una proiezione privata e ne divenne il primo, entusiasta sponsor, al punto da pubblicizzarlo a tutta pagina su Variety e spendendosi per convincere il reticente produttore Joseph E. Levine (in realtà fortemente dubbioso sull’operazione e assolutamente contrario a farlo uscire con il primo titolo ipotizzato) a distribuirlo su larga scala.


5. Balle spaziali (1987)

Sì, lo so, mettere Balle spaziali “solamente” al quinto posto sarà per molti un’eresia. Ma hanno chiesto a me di fare questa cosa, quindi vi ha detto male. La parodia definitiva di Star Wars (e della fantascienza in generale, da 2001 a Solaris, passando per Alien e Il pianeta delle scimmie…), capace di creare una fanbase floridissima ancora oggi, a 40 anni di distanza, che attende con ansia l’arrivo dell’annunciato sequel (previsto nel 2027, diretto da Josh Greenbaum e scritto da Josh Gad, Benji Samit, Dan Hernandez): è l’apoteosi della parodia demenziale, del nonsense situazionale, abitato da personaggi entrati nell’immaginario collettivo tanto quanto gli originali dell’universo lucasiano: dal Casco Nero di Rick Moranis (entrata in scena mitologica, con il respiro affannoso come l’originale Darth Vader… “Manca l’aria qui dentro!”) al Rutto del mai troppo compianto John Candy (“Sono un canuomo, mezzo uomo e mezzo cane: sono il miglior amico di me stesso”), dalla Stella solitaria di Bill Pullman al “gigantesco” Yogurt di Mel Brooks, che per la rivisitazione del maestro Yoda (“Che lo Sforzo sia con te!”…) si produce in una stratosferica vendita promozionale di tutto il merchandising legato al film: “Spaceballs, il lanciafiamme! I bambini lo adorano”. La stoccata alla sconfinata gadgettistica di Star Wars è servita, ancor di più a George Lucas. Che a quanto pare aveva posto un’unica condizione a Mel Brooks, parafrasando: “Ok fai pure il film, ma non dovrà esserci nessun merchandising legato a Balle spaziali”. 


4. La pazza storia del mondo (1981)

Dall’Età della Pietra alla Rivoluzione francese (eh già, questa era solamente la Parte I, per anni abbiamo inutilmente atteso la seconda – anche se in realtà non era mai stata prevista, con tanto di ulteriore presa per i fondelli nei titoli di coda con allusioni a nuovi episodi come Hitler sul ghiaccio o Ebrei nello spazio… – che è poi arrivata recentemente sotto forma di serie tv, nel 2023, sempre prodotta da Brooks ma ormai purtroppo fuori tempo massimo) è una infinita sequela di gag talmente irresistibili che è quasi impossibile elencarle tutte. Tripudio di politically uncorrect, satira religiosa e numeri musicali irresistibili, il trionfo del guilty pleasure con trovate talmente bizzarre (gli uomini primitivi capeggiati da Sid Caesar e la scoperta della musica…, i 15 comandamenti che diventano 10 perché a Mosé cade una delle tavole, il Giulio Cesare di Dom DeLuise, l’erba spinella nell’Antica Roma, il cameriere/Mel Brooks durante l’Ultima Cena – “Gesù”… “Cosa?” – insomma un film che è l’epica della risata. E che non paga il passare degli anni, piuttosto un disequilibrio di verve tra la prima e la seconda parte. Curiosità: Gesù è interpretato da John Hurt, che l’anno prima era stato l’Elephant Man di Lynch. Per la parte di Josephus era inizialmente scritturato Richard Pryor, ruolo affidato poi a Gregory Hines, ma anche stavolta (la prima, vedremo più avanti, fu per Mezzogiorno e mezzo di fuoco) non se ne fece nulla: poco prima dell’inizio della lavorazione del film l’attore fu vittima di un incidente – si diede fuoco nella sua casa di Los Angeles in seguito ad una psicosi da abuso di cocaina – che gli causò ustioni di secondo e terzo grado.


3. L'ultima follia di Mel Brooks (1976)

Da dove cominciare? Intanto dal fatto che 35 anni dopo, nel 2011, The Artist di Michel Hazanavicious venne salutato come un capolavoro (con tanto di cinque Oscar): Silent Movie di Mel Brooks ne anticipò l’idea portante (realizzare un film muto, con tanto di cartelli per i dialoghi) ma senza tornare all’epoca del muto (quindi ancora più rivoluzionario). La storia è quella di un regista che per salvare uno studio cinematografico decide di produrre, appunto, un film senza sonoro. Il risultato è (comicamente, ma non solo) stupefacente: certo, l’omaggio dichiarato è a Charlie Chaplin e Buster Keaton, ma la resa è visivamente strepitosa, per non parlare dello straordinario lavoro sulle musiche (come sempre curate dal sodale John Morris, sempre al fianco di Brooks eccetto per gli ultimi due, deludenti film), sull’incredibile mimica dei vari Feldman e DeLuise (la scena del distributore di lattine viene poi ripresa integralmente quattro anni dopo in Fantozzi contro tutti, durante la famigerata Coppa Cobram…), e per il parterre di grandi star presenti – in brevi cammeo e nel ruolo di loro stessi – nella pellicola: da Liza Minnelli a Burt Reynolds, da Anne Bancroft a James Caan, dal celebre mimo francese Marcel Marceau (l’unico a proferire una parola ad alta voce, quel secco “NO” con cui risponde al regista/protagonista che gli chiede se vuole partecipare al film) a Paul Newman, che si presta per la straordinaria sequenza dell’inseguimento sulla sedia a rotelle. Iconico.


2. Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974)

È l’anno di grazia di Mel Brooks, quello in cui a distanza di pochi mesi realizzò i suoi due capolavori. Anche qui, in una sorta di ideale testacoda con i due meno riusciti, è quasi impossibile stabilire chi merita davvero il primo posto di questa classifica. Per evitare rimostranze da parte della massa, però, decidiamo di tenere Mezzogiorno e mezzo di fuoco (era ancora un’epoca in cui le edizioni italiane dei film avevano una discreta inventiva nella “traduzione” dei titoli originali, considerando che il letterale Selle fiammeggianti da Blazing Saddles avrebbe avuto di sicuro minore impatto) in seconda posizione. Una delle satire sociali più feroci, coraggiose e politicamente scorrette mai prodotte a Hollywood: Mel Brooks smantella il mito del West americano affrontando di petto il razzismo, con uno sceriffo nero (Cleavon Little, sarebbe dovuto essere Richard Pryor – anche cosceneggiatore del film – ma la Warner preferì non correre il rischio di assicurarlo a causa dalla sua nota dipendenza da sostanze e la rinomata imprevedibilità…) inviato dalle alte sfere in una città di bianchi bigotti con lo scopo di autoconvincerli ad abbandonare le loro abitazioni e costruire così i binari della ferrovia. Dopo le prime proiezioni-test, la Warner era terrorizzata dal film (con 110 milioni di dollari, è per distacco il più grande incasso mai ottenuto da Mel Brooks) al punto da chiedere al regista di eliminare varie cose, dalla scena con le flatulenze dei cowboy intorno al fuoco all’aggressione al cavallo da parte di Mongo, per non parlare della N-Word ripetuta in continuazione durante il film. Ma Brooks – che nel film si ritaglia tre ruoli differenti – aveva il final cut e non tolse nulla. Con buona probabilità, oggi come oggi, almeno ¾ di dialoghi e battute sarebbe impossibile inserirli in un film, specialmente la risposta della vecchietta al “Buongiorno signora, non trova che è una splendida giornata?”… 

Ma allora come oggi lo sforzo intellettivo è quello di comprendere che l’oggetto di scherno non era, non è lo sceriffo Bart, piuttosto la vecchia signora e tutti i suoi simili, ottusi e razzisti, che popolavano la cittadina di Rock Ridge.

Straordinario (come sempre del resto) Gene Wilder nel ruolo del pistolero alcolizzato Jim “Wako Kid”, immortale la colonna sonora e le canzoni diegetiche (Ballad of Rock Ridge con le innumerevoli variazioni di velocità) derivanti.

Il finale metacinematografico, in cui la rissa del film “sfonda” letteralmente le pareti dello studio cinematografico invadendo la Hollywood degli anni '70, con Dom DeLuise intento a coreografare un numero per un musical, è pura avanguardia comica. E l’ulteriore coda con i due protagonisti che lasciano andare i cavalli, liberi, per salire su un’auto di produzione con destinazione tramonto è pura poesia.


1. Frankenstein Junior (1974)

Il capolavoro insuperabile. Non è solo il miglior film di Mel Brooks, è una delle più grandi commedie della storia del cinema. Girato nello stesso identico bianco e nero dei film della Universal degli anni '30 (utilizzando perfino gli stessi oggetti di scena del Frankenstein originale del 1931), unisce una fotografia e una regia sublimi a una sceneggiatura perfetta, scritta a quattro mani da Brooks e Gene Wilder, che di fatto fu l’ideatore del film. E proprio per volontà di quest’ultimo – temeva che il suo folle istrionismo avrebbe in qualche modo rovinato l’atmosfera gotica che ammanta tutta l’operazione – Mel Brooks non compare neanche in un breve cammeo (l’unica volta che accadde nei suoi 11 film da regista). La vicenda è nota, il nipote del celeberrimo Victor Frankenstein, giovane professore universitario, non vuole in nessun modo essere collegato al “folle” nonno, al punto da pretendere che il suo cognome venga pronunciato “Frankenstin”. Peccato però che il barone gli ha lasciato in eredità un castello in Transilvania: ad attenderlo, Frederick troverà il nipote gobbo del vecchio assistente del nonno, Igor (o meglio, “Aigor”)… Sarà l’inizio di un’epopea che dal 1974 a oggi non ha più fatto prigionieri: ogni singola battuta, ogni singola smorfia di Marty Feldman (Igor) o Peter Boyle (La Creatura) sono entrate nella leggenda, è forse tra i film più citati della storia del cinema.

Nel nostro piccolo, poi, uno di quei rari casi in cui l’edizione italiana (curata da Roberto De Leonardis con la direzione del doppiaggio di Mario Maldesi) non solo non fa rimpiangere l’originale ma dona all’opera tutta una nuova, irripetibile unicità. Da “Si… può… fare!” a “Potrebbe piovere”, da “Quale gobba?” a “Ma questo è un malocchio!” – “E questo no?”, da “Taffetà” a “Rimetta a posto la candela!”, passando per i nitriti dei cavalli ogni volta che viene pronunciato il nome di Frau Blücher (Cloris Leachman) e per la memorabile sequenza della Creatura accolta dall’eremita cieco (un irriconoscibile, irraggiungibile Gene Hackman), non c’è un singolo momento che non sia entrato nell’immaginario collettivo mondiale. E quel violino, poi, ah quel violino della Transylvanian Lullaby