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Andrea Occhipinti, fondatore di Lucky Red
Con un investimento di 26 milioni e 600 mila euro Vivendi, attraverso il suo braccio cinematografico StudioCanal, si è assicurata il 51% di Lucky Red, la società fondata nel 1987 da Andrea Occhipinti, uno dei marchi più riconoscibili della distribuzione e produzione cinematografica indipendente in Italia. Occhipinti resta al 49%, con continuità operativa garantita, e nei comunicati si parla di "partnership strategica", di "sinergie europee", di un futuro da costruire insieme. È un dato di fatto però che il baricentro si sia spostato dalle parti del colosso transalpino di Vincent Bolloré.
Nel dettaglio Occhipinti, che controllava l'89% tramite la holding Keyek, cede il 40% delle proprie quote incassando 20,8 milioni di euro e conservando un robusto 49%. Contestualmente escono di scena i due soci di minoranza: Valerio Scarinci liquida il suo 10% per 5,2 milioni, Stefano Massenzi cede l'1% residuo per circa 521.000 euro.
Lucky Red aveva vissuto un anno di grazia nel 2024, con ricavi superiori a 50 milioni di euro e un utile netto di 3,7 milioni (grazie a film come Perfect Days, Past Lives e Il ragazzo e l'airone). Nel 2025 gli incassi si erano fermati a quasi 24 milioni, posizionandosi ottava tra i distributori (dietro Disney, Eagle, Warner, Universal, Medusa, 01, Vision).
M&A: perché l’Italia fa gola ai gruppi stranieri
Quella di Lucky Red è solo l’ultimo passaggio di mano di un’azienda audiovisiva italiana in un grande gruppo straniero. Il primo segnale arriva nel 2014, quando BIM Distribuzione, storico riferimento per il cinema d'autore europeo in Italia, entra nel perimetro di Wild Bunch, il gruppo tedesco con base operativa tra Berlino e Parigi. L'anno dopo è il turno di Wildside, che passa a Fremantle, costola audiovisiva del colosso RTL-Bertelsmann. Nel 2017, Cattleya viene acquisita da ITV Studios, il gigante britannico della televisione commerciale. Ma è il triennio 2019-2022 quello più intenso. Palomar, produttrice del Commissario Montalbano, finisce al 72% nelle mani di Mediawan, il gruppo francese fondato da Xavier Niel. Groenlandia entra nel perimetro di Banijay, il colosso che oggi controlla una quota significativa della produzione televisiva europea. Indiana Production viene acquisita dal Vuelta Group nel 2023. E Lux Vide, uno dei principali fornitori di fiction per Rai Uno, ha completato nel 2025 il percorso cominciato con l'ingresso di Fremantle.
Certo l'Italia era, e resta, un serbatoio di talenti, di storie, di competenze artigianali e di strutture produttive che solleticano gli appetiti di chi ha capitale da investire. Ma per capire davvero perché l'audiovisivo italiano finisce sistematicamente in mani straniere, bisogna guardare anche oltre il settore e considerare la trasformazione strutturale che, a partire dagli anni Novanta, riguarda l'intero capitalismo italiano. Mentre Francia, Germania e Gran Bretagna costruivano e proteggevano i propri "campioni nazionali" - grandi gruppi privati capaci di competere su scala europea e globale, spesso con il sostegno esplicito dei rispettivi governi - l'Italia percorreva una traiettoria diversa. La grande impresa privata italiana, già fragile rispetto ai competitor europei, si è progressivamente sgretolata: dismissioni, crisi familiari, mancanza di accesso al capitale di rischio, nanismo bancario, una cultura d'impresa che ha privilegiato per troppo tempo il consolidamento interno, rinunciando a usare fusioni e acquisizioni per scalare. Il risultato è un tessuto produttivo fatto in larghissima parte di imprese medie e piccole, spesso eccellenti sul piano qualitativo e creativo, ma strutturalmente sottodimensionate rispetto alle sfide di un mercato globale.
Un limite non più eludibile nell'era dello streaming, quando produrre e distribuire contenuti premium oggi richiede capitali e capacità di gestire IP su più finestre e più territori per anni. Difficile giocare una partita così con una struttura da cinquanta dipendenti e un fatturato a due cifre.
Non parliamo di colonizzazione
Sarebbe però sbagliato leggere queste operazioni come una svendita o una colonizzazione. Le ragioni che spingono un imprenditore italiano verso un grande gruppo estero sono razionali.
L'ingresso di investitori esteri porta capitali freschi, accesso a mercati internazionali che le strutture italiane difficilmente potrebbero presidiare da sole, e sinergie distributive concrete: un film prodotto o acquisito da Lucky Red può ora circolare più facilmente nel circuito StudioCanal, che copre l'Europa con una rete consolidata. È un modello in cui le aziende italiane mantengono il brand e un’identità creativa (è spesso il motivo per cui sono state acquistate), guadagnando in competitività e sostenibilità finanziaria. Sullo sfondo ci sono i rischi poi di un mercato cinematografico sempre più volatile, segnato dalla compressione ulteriore delle finestre di uscita.
Il panorama comunque è meno uniforme di quanto si pensi. Esistono ancora realtà a pieno controllo italiano che hanno peso, identità e, in alcuni casi, ambizioni globali.
La Rai e il suo ecosistema (Rai Cinema, 01 Distribution) restano il pilastro pubblico del sistema. Medusa Film (perimetro MFE/Mediaset) è il secondo polo di rilievo, storicamente forte sia sugli investimenti in produzione sia sulla distribuzione commerciale.
Tra gli indipendenti, Leone Film Group - quotato in Borsa, controllo familiare Leone - è forse il soggetto con la struttura più solida per competere a livello internazionale, con Lotus Production come braccio operativo attivo su produzioni di grande scala. Fandango di Domenico Procacci mantiene un'identità culturale forte e una capacità produttiva riconoscibile.
Indigo Film, fondata (e guidata) da Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori, rappresenta l’altra via italiana alla crescita, con la costruzione di alleanze e partner globali, capaci di portare IP e talenti italiani dentro circuiti internazionali.
Eagle Pictures, guidata da Tarak Ben Ammar, è cresciuta fino a diventare un player significativo nella distribuzione e nell'home entertainment, con accordi rilevanti per portare in Italia i listini di major internazionali.
I Wonder Pictures ha costruito una posizione interessante nella distribuzione arthouse, perseguendo al contempo un modello ibrido che guarda anche alle piattaforme (IWonderfull). Infine, Lucisano Media Group resta un polo nazionale importante, spesso al centro di alleanze industriali.
Sono realtà diverse per scala e vocazione, ma tutte a controllo italiano. Il nodo del nanismo strutturale non si risolve ad ogni modo con la buona volontà imprenditoriale. Richiederebbe una politica industriale che in Italia è mancata sistematicamente proprio nei decenni in cui altrove si costruivano i campioni nazionali.



