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Vicky Krieps @Karen Di Paola
Vicky Krieps è una delle migliori. Incarna forza e fragilità, complessità e leggerezza. Si mostra gentile, pacata. Spesso sorride. È la protagonista di Love Me Tender di Anna Cazenave Cambet, nelle sale dal 23 aprile con Wanted Cinema. Presta il volto a Clémence, in un Kramer contro Kramer contemporaneo. Lei si separa dal marito, hanno un bambino di otto anni. All’inizio c’è un bel rapporto, lei vuole diventare una scrittrice. Scopre la sua indipendenza, e anche l’amore per lo stesso sesso. L’ex non la perdona, e non le permette di vedere il figlio. Inizia una battaglia legale in cui ci sono solo sconfitti. “Siamo partiti dall’omonimo libro di Constance Debrè. Lo abbiamo letto, analizzato. Ho aperto la mia mente, la mia sensibilità: mi sono avvicinata alla cultura LGBTQ+. Con rispetto, ho cercato di capire, di identificarmi. In ogni caso ho dei punti in comune con la protagonista: lei è una madre, un’artista, come me”, spiega Krieps.
Quali sono le differenze rispetto al personaggio letterario?
Questa è un’ottima domanda. Alla base di tutto c’è la fruizione, chi lo legge dice di fare fatica, perché è una storia molto dura. La protagonista risponde sempre con la gentilezza, in questo ci somigliamo. Ho cercato di mettere me stessa, di crescere insieme, non come due individui separati. Il mio istinto mi diceva che c’era qualcosa da scoprire all’interno di quella donna, qualcosa di tenero, come suggerisce il titolo. Il mio obiettivo è stato di portarlo alla luce. In quella situazione mi sarei comportata come Clémence, anche se non sono così aperta da un punto di vista sessuale. Servono comunicazione, dialogo ed empatia per capire la libertà degli altri.
Tra i veri nemici c’è il sistema che, invece di proteggere, stritola Clémence.
Purtroppo la burocrazia nella nostra società è kafkiana. Bisogna firmare cinque fogli prima di potersi parlare. Tutto questo non si adatta all’essere umano. In più le nostre leggi sono state redatte per la maggior parte da uomini. Ci sono meno tutele. Qualche riga su un codice non può racchiudere l’essere un genitore.
Lei ha recitato in uno dei capolavori dei nostri anni: Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, duettando con Daniel Day-Lewis.
È stato fantastico. È un film universale, che non appartiene a un periodo definito. Lavorare con Paul e Daniel significa pensare fuori dagli schemi. Paul, nella sua genialità, sa come accompagnarti, lasciandoti i tuoi spazi. Nessuno riesce a decifrare fino in fondo quello che vuole, però lui è molto pacato, come Jim Jarmusch. Daniel è un gigante, può inizialmente inibire per il suo uso del metodo all’interno della recitazione. Ma è trascinante, è come entrare in un flusso. Ha anche una profonda capacità di ascolto. Mi hanno fatto capire che l’arte non può essere solo creata, ma deve scaturire da un modo di porsi, da un invito. Bisogna lasciarla accadere.
Parlando di Jim Jarmusch, era nel cast di Father Mother Sister Brother che ha vinto alla Mostra del Cinema di Venezia.
Sia lui che Paul sono registi che si affidano alla musa e si fanno guidare. Conoscono l’umiltà, sanno che le storie non sono di loro proprietà, ma arrivano da un altro posto. Jim unisce musica e cinema, ha dentro lo spirito di una generazione, degli anni Settanta. Sa che è il custode di qualcosa che sta lentamente scomparendo. È un faro.
Lei sarà al Festival di Cannes con Diamond di Andy Garcia. Può anticiparci qualche dettaglio?
Sarà una gioia esserci. Evita le linee postmoderne, ha un impianto classico. È divertente, brillante. Sarà una sorpresa per tutti.
