La casa di Jack è una casa particolarmente scomoda che dovrebbe esserci familiare. Non perché siamo tutti potenziali serial killer e generalizzazioni simili, prive di senso anche nella psicologia a gettone frequentata dalla endemica inconsistenza contemporanea. Piuttosto per la sua architettura paradossale e profondamente umana che pedagogie rigidamente ipocrite ci insegnano a rinnegare, tracciando il solco di una scissione falsa e insanabile. Inorridire è lecito e potenzialmente salutare solo se accompagnato alla consapevolezza che, almeno in parte, inorridiamo di noi stessi.

La cronaca recente reclama tutta l'attualità feroce di Lars von Trier, indagatore controverso dei più sgradevoli recessi dell'animo umano. Fuor di metafora e ben oltre un crime in versione pulp umanistica, il viaggio dell'ingegnere Jack nei meandri intermittenti della perversione congelata a tratti nella banalità delle prassi quotidiane è una sinfonia sfasata di frequenze anomale al punto da indurre un fastidio che trascende il semplice sconcerto per i delitti, i loro modi e la assoluta mancanza di empatia del protagonista. Un fastidio di prossimità che si avverte filtrare dallo schermo, non del tutto estraneo, crinale di disumanizzazione cui non servono crimini efferati per agire.

La casa di Jack
La casa di Jack

La casa di Jack

Non è Jack a contaminare la nostra limpida certificazione di giusti a priori. Siamo noi a riconoscere controvoglia un luogo alieno e intimo che ci siamo esercitati a negare, sommersi da un côté di dettami religiosi e civili imposti come regole del gioco. Un crinale che proprio oggi, sotto i nostri occhi, ha preso la forma della storia attraverso l'assenso acquiescente e colpevole di interi popoli proni al delirio del catalizzatore di turno. Masse che improvvisamente rifiutano di riconoscere l'altro come pari dai diritti inalienabili. Altro declassato da scelte infami alla entropia sacrificabile di un macinato indistinto grondante biologie e storie, scarto da eliminare cui riservare trattamenti che fanno apparire le esplosioni omicidiarie di Jack un divertissement televisivo da prima serata.

Ci ho messo del tempo a realizzare quanto fosse geniale il film di Trier, verso cui provo una certa antipatia di pelle, a garanzia che l'apprezzamento nei riguardi del suo lavoro è lucidamente e strettamente filologico. Il regista incide una tacca profonda nella corazza delle nostre finzioni perennemente in fuga. Non mi convince la lettura secondo cui il suo film utilizza la violenza come tramite per un discorso programmatico sull’arte, sublimazione estetica del male costellata di citazionismi visivi logici e analogici, talvolta decomposti, catarsi rarefatta e psichedelica che abita la mente claustrofobica di Jack.

La sua casa è la nostra casa, dissezionata in livelli di trasparenza così efficaci che ci mettono a disagio. Il mentore Verge, a mio modo di vedere doppio schizofrenico del protagonista, amplifica una distonia che fa del procedere inesorabile la prognosi infausta di una malattia terminale cronicizzata da tempo. Da cosa trae origine la china fatale della distruzione i cui infiniti alibi non risolvono il debito che maturiamo verso il mondo dalla nascita? La narrazione non dà, e non potrebbe dare, risposta.

La casa di Jack
La casa di Jack

La casa di Jack

Freddo come la lama di un rasoio appena estratto dalla confezione monouso, il tormento-estasi di Jack tenta lo sguardo franco e impietoso su un baratro di gran lunga più temibile dei quell'inferno oleografico che il regista inserisce in chiusura. Un pentimento catechetico obsoleto e tardivo che prova a riscattare attraverso le citazioni taumaturgiche di un umanesimo alla frutta il peccato originale di essersi inoltrato in aree d'ombra proibite.

Finale didascalico e confusamente moralistico con cui si tenta inutilmente di riportare la storia nei canoni consueti della divisione netta tra bene e male, menzogna secolare, rendiconto che dovrebbe sanare gli insanabili, enormi debiti della storia. Jack incarna perfettamente l'artificio dei rituali con cui gestiamo le relazioni, codici di comportamento che nel patto instabile di non belligeranza del vivere civile nascondono una costante manipolazione contrabbandata per empatia.

Il fine è unicamente coinvolgere la vittima in una danza macabra che amiamo considerare legittima, persino umana. Poi il corto circuito dei fatti, il delirio omicida, lo scopo prosaicamente rivelato. Abominio che tentiamo inutilmente di tenere fuori dalla porta. Si ripresenta in forma di spettacolo nella nostra, nella sua, personale, confortevole, un po' mostruosa, casa di Jack.