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Sara Camardella
«Molti tabù sulla salute mentale cadranno, ma il rapporto che stiamo costruendo con le piattaforme non è del tutto sano. I social ci liberano, ma allo stesso tempo ci intrappolano: sono macchine progettate per trattenerci al loro interno e catturare ogni istante della nostra attenzione.»
Sara Camardella è la regista vincitrice della terza edizione di Nuovi Talenti Lab, un percorso professionalizzante completamente gratuito per registe e registi under 35 che desiderano realizzare il loro primo lungometraggio, realizzato all’interno del Lecco Film Fest dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, in collaborazione con il MIC e la SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.
Dopo due mesi di laboratori, lezioni e perfezionamenti collettivo dei testi, i sei giovani registi selezionati hanno partecipato all’evento di pitching con i produttori del 5 luglio all’interno del Lecco Film Fest. Gli autori che hanno presentato le loro proposte, sia di documentario che di finzione, sono Cristian Patanè, Giorgia Ciraolo e Gaia Merolla, Soroor Mehdibeigi, Letizia Zatti, Andrea Pomarico e Daniele Pellecchia.
La giuria di produttori, guidata da Alessandro Borrelli, composta da Davor Marinković (Jolefilm), Gaia Longobardi (Kino Produzioni), Andrea Lucietti (La Sarraz Pictures), Serena Alfieri (Volos Film Italia) e Bruno Cristaldi (Eutropia Film), ha scelto la proposta di doc dal titolo The Mind is a Battlefield di Sara Camardella come Miglior Progetto dell’edizione.
L’autrice lo presenterà l’8 settembre 2026 alle ore 11:30 presso le Procuratie del Lido il progetto, nell’ambito degli incontri che la Fondazione Ente dello Spettacolo promuove durante l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
The Mind Is a Battlefield nasce da una ricerca sulle immagini d'archivio e dal desiderio di metterle in dialogo con uno degli archivi più significativi del presente: i social media. Attraverso le storie di creator, psicoterapeuti e studiosi, il documentario intreccia la memoria dei manicomi italiani con la cultura digitale contemporanea, interrogando le nuove forme di rappresentazione della salute mentale e il confine, sempre più sottile, tra esposizione, cura e stigma.
Nel 2023 la regista ha diretto con Adriano Natale Tre minuti – La storia di Silvia Ruotolo, un documentario prodotto da Libera contro le Mafie in collaborazione con Rai Teche. L'opera, premiata in festival nazionali e internazionali, fa parte della mostra permanente del Museo di Libera a Roma.
Sara, come nasce la tua passione per il cinema?
«Sono cresciuta nelle sale cinematografiche. Mia madre era appassionata di horror e mi portava sin da piccola. Per cui non riesco a indicare un momento preciso di inizio: ho passato gli anni delle scuole elementari e medie a vedere film presi a noleggio da Blockbuster. A 18 anni sono andata a Londra: suonavo la batteria e studiavo marketing, ma passavo sempre molto tempo al cinema. Dai 15 anni giravo video in Super 8, scattavo fotografie e disegnavo illustrazioni».
E non la vedevi come la tua strada?
«Non avevo modelli da seguire. Dieci anni fa non vedevo molte donne registe, non consideravo la regia una professione accessibile. Poi sono tornata in Italia, ho frequentato un corso di sceneggiatura alla Scuola Griffith, ho scritto dei cortometraggi, ho iniziato a girare e lì ho capito che volevo fare questo mestiere per il resto della mia vita».
Il primo tuo doc è, appunto, Tre minuti.
«È stata una prima esperienza produttiva di alto livello. Avevamo un budget adeguato. Sapevamo che l'opera sarebbe stata esposta in un museo. Il lavoro era diviso in tre parti ed era pensato per le diverse fruizioni del museo. Prima di quello, però, ho girato un thriller e ho scritto molti progetti horror».
Passando a The Mind is a Battlefield, mi pare che tutto il lavoro sia sorretto da una domanda: come raccontiamo oggi il tema della salute mentale?
«Mi chiedo quanto sia cambiata la percezione del tema. Le nuove generazioni hanno molta più libertà espressiva oggi. Allo stesso tempo qualcosa che non funziona. Bisogna capire se parlarne risolva davvero il problema. Il progetto nasce per indagare un cambiamento sociale enorme: di questo fenomeno non ci rendiamo conto appieno».
Perché?
«Oggi abbiamo un linguaggio istituzionale molto freddo. Dalle istituzioni si parla sempre di emergenza e di casi di depressione in aumento. Sono solo numeri, ma la situazione riguarda tutti noi. Io sono stata spinta dal fatto che manca una narrazione sentita e autentica. A questo elemento ho unito la ricerca negli archivi. Un conto è il racconto orale, un altro conto è vedere le immagini. Le immagini del passato mantenevano una loro verità, ma un reel sui social no. Contiene sprazzi di verità, ma ci sono filtri, musiche di sottofondo e vere sceneggiature. Si tratta di un'immagine molto elaborata che percepiamo come reale. Nell'influencer marketing le persone raccontano un fatto personale per poi vendere un prodotto».
Come hai rielaborato questo materiale nel doc?
«Ho fatto emergere una forma di esposizione problematica. Tutto ciò che finisce online viene estremizzato. Anche i trend virali sugli psicofarmaci sono problematici. Dai tanti commenti si capisce però che le persone ne hanno bisogno: c’è stato un vuoto che gli utenti cercano di colmare in rete con risposte fai-da-te.»
I social come stanno cambiando la percezione sul tema, e soprattutto come la cambieranno tra dieci, venti, trent’anni?
«Da un lato sembra che si stiano aprendo nuovi mondi: tra dieci anni i social avranno rotto certi tabù sulla salute mentale. Temi come la depressione e l'ansia verranno del tutto sdoganati. Nonostante questo, ho la sensazione che in futuro le persone si allontaneranno dai social: capiranno che il social è legato al declino psicologico: passare 18 ore su TikTok non è salutare. Molti tabù cadranno. I social ci liberano, ma allo stesso tempo ci intrappolano: TikTok è una macchina progettata per catturare l'attenzione e vendere. Spero che tra dieci anni questi meccanismi saranno stati compresi da tutti.»
Perché il documentario e non la fiction?
«Perché è un formato ancora libero. Ti dà modo di fotografare il momento presente, di catturare il reale, che conserva sempre il suo fascino. Il documentario fotografa un presente estremamente vivo, nonostante si pensi il contrario. E poi non richiede lunghi tempi produttivi: possono bastare troupe ridotte e budget contenuti. E poi con le persone giuste, si creano bellissimi rapporti umani.»
Qual è la percezione che avevi tu del fenomeno prima di iniziare il lavoro? E quella che hai adesso?
«Prima percepivo una forte emergenza intorno a me, dentro di me, tra i miei amici, nelle persone della mia vita. Anche dopo, non è cambiata. Ho capito, però, che le nuove generazioni stanno facendo un grande lavoro. Esiste una romanticizzazione del fenomeno con diagnosi auto-attribuite che sdoganano termini specialistici che non si conoscono molto bene. Nonostante ciò, i giovani stanno rompendo una barriera, non subiscono il problema passivamente. Milioni di persone parlano di salute mentale sui social, sia in Italia sia all’estero, ma la rete è uno strumento usato contro di noi con strategie di marketing, ma allo stesso tempo è il luogo in cui si discutono certi temi. Questo vale soprattutto per noi italiani, che in passato ci siamo ribellati di rado.»
E la pandemia come ha cambiato la percezione?
«Prima eravamo tutti un po’ dormienti. Dopo c’è stata un'esplosione di momenti di attivismo. La pandemia ha reso l’emergenza ancora più impellente. La mia speranza è di uscire dalla dimensione online. Spero che la rete sia un trampolino di lancio per incontrarsi nel mondo reale.»


Cerimonia di premiazione Nuovi Talenti Lab 2026
Foto di Monica Fagioli
Ci racconti la tua esperienza a Nuovi Talenti Lab?
«È stata bellissima. Lavoro a questo documentario da un anno, ma non avevo ancora avuto momenti di confronto così mirati e diretti. Sento che questo percorso mi ha fatto focalizzare sulle problematiche del progetto e sulle cose da migliorare. Il film si è evoluto molto. Adesso ho chiare molte più cose su come realizzarlo.»
