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Per quanto abbia più volte sostenuto che dal successo non si impara assolutamente nulla, George Clooney è l’emblema di chi “ce l’ha fatta”. Oggi nessuno si stupisce che, nel suo palmarès, il Leone d’oro alla carriera vada ad aggiungersi a una già ricca lista di premi, che include due Oscar (uno come interprete per Syriana, 2005, e uno come produttore per Argo, 2012), quattro Golden Globe, quattro SAG Awards, un BAFTA, due Critics’ Choice Awards, un Emmy e quattro National Board of Review Awards, senza contare l’AFI Life Achievement Award, il massimo premio dell’American Film Institute, ricevuto nel 2018 insieme alle congratulazioni dell’amico ed ex Presidente Barak Obama, che ha definito l’attore e regista “un buon uomo, un bravo cittadino e un eccezionale realizzatore di film”.
Il nome, l’aspetto e la fama di George Clooney (nato a Lexington il 6 maggio 1961) hanno ormai travalicato il proprio portatore, divenendo, da un lato sinonimi di eleganza, raffinatezza, stile, charme e savoir-faire (qualità astutamente temperate da una sorniona ironia e da un carisma rilassato, che lo ha salvato dallo stereotipo del divo seduttore, facendogli guadagnare la simpatia del pubblico virile) e, dall’altro, inglobando i film, i personaggi e le produzioni a cui ha lavorato. Eppure, negli anni Novanta, nessuno avrebbe scommesso che il figlio del giornalista e conduttore televisivo Nick Clooney sarebbe mai riuscito a emanciparsi dal piccolo schermo. Del resto, perché avrebbe dovuto?


Dopo aver esordito in B-movie a dir poco dimenticabili (tipo La scuola degli orrori, 1987, o Il ritorno dei pomodori assassini, 1988) e aver partecipato a decine di serie tv (incluse Hunter e La signora in giallo), aveva finalmente pescato l’asso nel 1994, entrando nel cast principale del medical E.R. – Medici in prima linea. Il mondo lo identificava con Doug Ross, il pediatra rubacuori del County General Hospital di Chicago, anche quando combatteva vampiri in Dal tramonto all’alba (1996) o faceva innamorare Michelle Pfeiffer in Un giorno... per caso (1996). Il cinecomic che avrebbe dovuto lanciarlo come nuova star di Hollywood (Batman & Robin, 1997) si era rivelato un flop disastroso, uno di quelli che avrebbe affossato l’autostima di parecchi colleghi.
Clooney però non si era fatto scoraggiare e aveva ostinatamente continuato, riconquistando prima il pubblico (con l’action The Peacemaker, 1997) e poi convincendo la critica, complici i fortunati incontri con Steven Soderbergh (Out of Sight, 1998), Terrence Malick (La sottile linea rossa, 1998), David O. Russell (Three Kings, 1999), Stephen Frears (A prova di errore, 2000) e i fratelli Coen (Fratello, dove sei?, 2000). Con l’avvento del nuovo millennio e l’addio al camice del dottor Ross, l’ascesa di Clooney era diventata una certezza. Mentre la stampa si interrogava se fosse o meno lui il moderno erede di Cary Grant, Soderbergh gli ricuciva addosso il ruolo del ladro gentiluomo Danny Ocean (inaugurato da Frank Sinatra nel 1960) in Ocean’s Eleven (2001, più due sequel) e i Coen lo sfidavano a prendersi in giro da solo con le commedie al vetriolo Prima ti sposo poi ti rovino (2003), Burn After Reading (2008) e Ave, Cesare! (2016).


Se torniamo al presente, in cui Clooney viene percepito come epitome della star progressista e autorevole paladino delle cause democratiche (insieme alla moglie Amal Alamuddin, avvocatessa e giurista specializzata in diritto internazionale), sembra quasi scontato il suo passaggio alla regia e il voler produrre e interpretare gli esordi di Tony Gilroy (Michael Clayton, 2007) e Grant Heslov (L’uomo che fissa le capre, 2009), o le collaborazioni con Jason Reitman (Tra le nuvole, 2009), Wes Anderson (Fantastic Mr. Fox, 2009), Alexander Payne (Paradiso amaro, 2011), Alfonso Cuarón (Gravity, 2013) e Noah Baumbach (Jay Kelly, 2025).
Ma, come ricorda Alberto Barbera, “quello di Clooney è un carisma costruito sulla credibilità, non sull’immagine, perché il suo lato seduttivo non è mai stato solo estetico” e, anche se quella perfetta combinazione di glamour d’altri tempi e sensibilità moderna, ironia e malinconia, leggerezza e profondità gli ha permesso di essere particolarmente versatile, non va scordato che sono state proprio la lunga gavetta e l’assenza di scorciatoie a plasmare “un attore capace di abitare lo schermo con una naturalezza disarmante, conferendogli il dono di far sembrare i suoi personaggi non solo credibili ma desiderabili, vicini e umani, grazie anche ad un fascino innegabile”.


Paradiso amaro
Se da attore non ha mai tradito se stesso, da regista di ben nove film (di cui quattro co-sceneggiati) ha fatto altrettanto, se non di più, rimanendo fedele a un’idea di cinema poco propensa a dialogare con le mere logiche di mercato. Citando ancora il direttore della Mostra di Venezia, Confessioni di una mente pericolosa (2002), Good Night and Good Luck (2005), Le idi di marzo (2011), Monuments Men (2014) e Suburbicon (2017) “sono esempi di film ricercati, ambiziosi, fuori dalle regole e dalle convenzioni del cinema hollywoodiano, nei quali si riflette l’altra sua vocazione, quella per l’impegno sociale e umanitario, che contribuisce a farne una figura di assoluto rilievo nell’universo dello spettacolo contemporaneo”. A questo punto, come affermerebbe lo stesso Clooney negli spot del celebre brand di cui è testimonial da vent’anni, “what else?”.


