La D è muta e Django ci parla ancora, a chi l’ha visto e a chi non c’era, agli appassionati che ne celebrano il culto e a chi l’ha incontrato per strada un po’ per caso e un po’ per desiderio. E sessant’anni dopo – uscì nella primavera del 1966 – torna in sala da lunedì 15 giugno nella versione restaurata 4K, distribuito da CG Entertainment SRL in collaborazione con Lumiere&Co. e Cinemaundici, grazie a Surf Film.

Django è Franco Nero e Franco Nero è Django, uno che ha fatto di tutto – davvero: non c’è genere che non abbia presidiato – ed è stato chiunque – è uno degli attori più giramondo del mondo – ma, intelligente come solo un divo d’altri tempi, ha capito che il posto nell’immaginario se l’è conquistato con questo personaggio archetipico. Un uomo misterioso e vestito di nero che, trascinando una bara con chissà cosa dentro, cerca vendetta e arriva in un paese sulla frontiera con il Messico, dove si scontrano due fazioni armate, da una parte i razzisti e dall’altra i rivoluzionari.

Django di Sergio Corbucci
Django di Sergio Corbucci

Django di Sergio Corbucci

“Ford aveva John Wayne, Leone aveva Clint Eastwood, io ho Franco Nero” diceva sornione Sergio Corbucci, cinematografaro della vecchia scuola, una sessantina di regie in nemmeno quarant’anni, dagli strappacuore napoletani alle commedie con Totò passando per parodie, peplum, gialli, polizieschi e, appunto, western. Django è, forse, il suo film più leggendario – da queste parti crediamo che Il grande silenzio sia il suo capolavoro – nonché pietra miliare di un filone, lo spaghetti western, al suo apogeo dopo l’avvio di Sergio Leone. Per lui, appena quarantenne e già navigatissimo, fu una svolta.

Corbucci fu arruolato da Manolo Bolognini – fratello di Mauro, tanta gavetta e un ruolo cruciale nella produzione de Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini – per mettere su uno spaghetti western con l’obiettivo di recuperare le perdite di La donna del lago, bellissimo giallo all’italiana e prima produzione autonoma di Bolognini. Corbucci stava girando Johnny Oro – che, curiosamente, fu distribuito dopo Django – e colse al volo l’occasione: voleva realizzare una storia ispirata a La sfida del samurai di Akira Kurosawa, già fonte occulta di Per un pugno di dollari del suo amico Sergio Leone.

Alla sceneggiatura mise mano chiunque, dal fratello Bruno Corbucci a Piero Vivarelli ma anche Franco Rossetti e Fernando Di Leo (non accreditato), con ispirazioni di varia natura, da un fumetto a cui il regista rubò l’idea della bara all’onomastica dovuta a Django Reinhardt, il chitarrista jazz belga che suonava nonostante due dita paralizzate (un cinico e gustoso riferimento alle mani distrutte nel finale), con un suggestivo côté politico (si possono intravedere riferimenti a Gladio, al Ku Klux Klan, al terzomondismo). Al posto del desiderato ma impegnato Mark Damon, che aveva già diretto in Johnny Oro, Corbucci reclutò Franco Nero, al secolo Francesco Clemente Giuseppe Sparanero, ventiquattrenne nato nel parmense ma di origini pugliesi che nel 1965 era stato Abele nel kolossal La Bibbia di John Huston.

Django di Sergio Corbucci
Django di Sergio Corbucci

Django di Sergio Corbucci

Il casting di Franco Nero è fondamentale: giovane ma invecchiato a dovere per consegnarcelo più vissuto e malandato (il doppiaggio autorevole e profondo di Nando Gazzolo andava in questa direzione), vitreo sguardo carismatico e presenza scenica clamorosa, Nero fu talmente perfetto nel ruolo del pistolero solitario da diventare un’icona western senza strafare (Il mercenario e Vamos a matar compañeros sempre con Corbucci, ma anche Texas, addio  e L’uomo, l’orgoglio, la vendetta), capace di imporsi al di là del genere (Camelot, Il giorno della civettaUn tranquillo posto di campagnaIl delitto MatteottiQuerelle de Brest e mille altri film).

Nero plasma Django e viceversa. E Corbucci dimostra di essere qualcosa in più di un mestierante: Django è un film estremamente personale (Corbucci è uno dei grandi registi antifascisti del nostro cinema), crudo e cupo, ambientato in un West devastato, antiretorico e allegorico, pieno di fango e sangue, violento come mai prima in Italia (orecchie mozzate, mani trinciate) e politico nel suo spingersi contro le derive autoritarie (i nemici sono le milizie paramilitari e i razzisti, gli abusi di potere e i fanatismi ideologici), attraversato da un outsider ribelle e tormentato, malinconico e simbolico, che agisce in direzione ostinata e contraria e testimone di una morale in bilico tra tra vendetta personale e giustizia collettiva.

Django di Sergio Corbucci
Django di Sergio Corbucci

Django di Sergio Corbucci

Il successo ha generato una serie di sequel apocrifi, tra i quali Preparati la bara (1968) con l’astro nascente Terence Hill, e uno ufficiale nel 1987 (l’anacronistico Django 2 – Il grande ritorno). E non è un caso che il mito di Django continui ad affascinare e a interrogare le opere di autori contemporanei, dalle reinterpretazioni visionarie di Takashi Miike (Sukiyaki Western Django) e Quentin Tarantino (Django Unchained, con cammeo di Franco Nero) alla serie diretta da Francesca Comencini, David Evans ed Enrico Maria Artale e creata da Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli (ma lo omaggia anche Ken il guerriero). Merito anche dei contributi della colonna sonora di Luis Bacalov con la canzone originale firmata da Franco Migliacci ed eseguita da Rocky Roberts, della fotografia di Enzo Barboni, delle scene e dei costumi di Carlo Simi (già con Leone), del montaggio di Nino Baragli e Sergio Montanari.