Questo articolo è pubblicato sul numero di gennaio della Rivista del Cinematografo. Per abbonarti, clicca qui.


Toni Servillo, ha portato La grazia di Sorrentino, dal 15 gennaio nelle nostre sale, a Londra, Sofia e in America: accoglienza?
È stato amato moltissimo, perché ho l'impressione che questo film che Paolo (Sorrentino, NdR) ha scritto tre anni fa, molto prima di Parthenope, involontariamente - non credo che immaginasse tutto quello che da tre anni e mezzo a questa parte sta accadendo nel mondo - abbia intercettato oggi un sentimento comune a molti paesi in cui i presidenti non tutti, ma molti mostrano i muscoli, quando non l'arroganza bella e buona, oppure sono dei politici situazionisti. Vedere invece un presidente della Repubblica che è un intellettuale del diritto, di specchiatissima moralità, alla fine del semestre bianco farsi guidare dalla grazia, che lui definisce la bellezza del dubbio, alla vigilia di due decisioni così importanti come quella di concedere la grazia e di firmare la legge sul fine vita, credo che sia una cosa che impressiona anche il pubblico internazionale, anzi, fa cadere immediatamente una barriera. Un film italiano, italianissimo, che come pochi altri è capace di parlare a un pubblico internazionale.

Per lei la grazia cos’è?
Non è facile, è una parola sulla quale credo Sant'Agostino si sia con molta più autorevolezza di me fermato per parecchie ore della sua vita. Io credo che, facendo mia la definizione di Mariano De Santis, la grazia è il contrario del temporeggiare astutamente, ovvero aspettare che ti vengano incontro tanti voti, tanti argomenti, anche dialetticamente in scontro, per poi prendere una decisione che ti sembra la più ponderata possibile. Anziché amministrare in maniera arrogante delle certezze, Mariano De Santis cerca una verità facendosi alimentare dal dubbio: è una bella definizione della grazia, che faccio anche io mia.

Lei si fa alimentare dal dubbio nelle sue scelte artistiche?
Certamente, sono più i no che ho detto e che benedico che i sì, nel senso che avendo cominciato a fare cinema intorno ai quarant’anni e avendo già alle spalle un percorso solido teatralmente, io ho potuto scegliere con chi fare cinema. Ho cominciato con Mario Martone in casa, perché con i Teatri Uniti ce lo siamo prodotto in maniera indipendente, come abbiamo fatto il teatro sempre, e da lì sono germinate una serie di realtà: Sorrentino che arriva con l’opera prima L'uomo in più a Teatri Uniti per farsela produrre; Nicola Giuliano, che oggi è uno dei pochi grandi produttori indipendenti cui puoi portare un progetto e parlagli vis-à-vis - e lui ti ascolta. E poi tutta una serie di attori, scenografi, costumisti, insomma, è stata un'avventura che ha il suo germe, per quello che mi riguarda, nell'indipendenza del teatro e in un'officina che è quella del teatro.

In questo beneficio del dubbio che ha così tanto coltivato anche artisticamente, com'è che è riuscito invece a dire sette volte sì alla stessa persona, ovvero a Sorrentino?
(ride) Perché ogni volta Sorrentino ha la capacità di sorprendermi. L'ho detto anche a Venezia, non immaginavo che alla settima collaborazione insieme Paolo mi regalasse, e chiedesse a me di testimoniare al pubblico, un personaggio di tale complessità.

La Grazia - Toni Servillo e Paolo Sorrentino - foto © Andrea Pirrello
La Grazia - Toni Servillo e Paolo Sorrentino - foto © Andrea Pirrello

La Grazia - Toni Servillo e Paolo Sorrentino - foto © Andrea Pirrello

Stiamo parlando di un Presidente della Repubblica.
E quindi non un personaggio semplice, che andava restituito in tutta la sua austerità istituzionale, ma anche tutta la sua autorevolezza intellettuale. Al tempo stesso, però, raccontare tutta la fragilità con cui quest'uomo nel semestre bianco si trova a dover fare i conti. Paolo in questo settimo film con me dice attraverso questo Presidente delle cose che mi hanno subito affascinato: si relaziona con il presente in maniera intelligente, prova a capirlo attraverso gli occhi di chi riesce a comprenderlo più di lui, la figlia. Un momento dal punto di vista drammaturgico molto interessante. La relazione, che è governata ovviamente dall'amore che un padre ha per la figlia e la figlia ha per il padre, è anche intellettuale: sono tutte e due dei giuristi, e quindi il monito che ci arriva è quello che bisogna crescere senza cadere nella tentazione di dire che il passato era meraviglioso e il presente orribile. Come fai a resistere alla tentazione di raccontare un personaggio così? Il ricordo di una moglie morta in un film che sembra quasi un'elegia dell'amore coniugale per certi aspetti, di questa moglie che lo ha tradito, si intreccia con le domande sui grandi nodi della vita, il diritto alla vita e alla morte, la concessione della grazia.

A partire dal finale, allorché il suo Mariano guarda di sottecchi Coco Valori, come fa a trovare queste espressioni pazzesche dentro di sé - perché non sono solo un campionario dell'attore, ma dell'uomo?
Lo strumento dell'attore è sé stesso e questo strumento che è se stesso è moltiplicato dall'osservazione degli altri. Un attore va a pescare nella capacità di osservare chi lo circonda, nell'alimentare la curiosità di chi lo circonda, tipi, modi, comportamenti, atteggiamenti che poi al momento opportuno tira fuori e li utilizza. Io ho visto tante volte gettare degli sguardi come quello che Mariano getta alla sua amica implorandola finalmente di dirgli la verità.

Specchiata moralità, rettitudine etica, garbo istituzionale: le virtù di Mariano lei come le declina?
Non lo devo dire io naturalmente, però una cosa molto importante per me, che ha un valore anche morale legato al mio mestiere, è non aver mai interpretato il teatro come anticamera per il successo cinematografico. Presentato La grazia al London Film Festival, il giorno dopo mi sono messo su un aereo e sono andato a recitare a teatro al Goya di Barcellona. Per me tenere in equilibrio queste due cose significa mantenere un rapporto saldo, materiale, concreto con l'esercizio del mio mestiere.

La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello
La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello

La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello

Che predilige?
Mi è stato chiesto tante volte, non ho mai abbandonato l'uno per l'altro e non credo che lo farò mai.

Al cinema però è arrivato dopo.
Ho sempre pensato che la condizione in cui un attore può riflettere quotidianamente, oserei dire materialmente, in maniera efferatamente intima col senso del proprio mestiere, è il teatro. Perché il teatro dà al mestiere, non a caso su questa parola, mestiere dell'attore, tutto il contrario della professione.

Ovvero?
La professione è un esercizio che si porta dietro un corredo di tanti altri significati e che abolisce a volte la passione. Il mestiere tiene al centro la passione, la riflessione e quindi io è evidente che nel teatro, che ci ha preceduto con tanti grandissimi attori, trovo la riflessione sul senso del mio mestiere che poi metto a disposizione per il regista con cui lavoro al cinema. Tante volte Paolo mi ha chiesto di fare riferimento - sa che quasi sempre nei film, anche in questo, scrive dei monologhi straordinari per il personaggio principale - a dei monologhi teatrali che mi aveva visto fare per cominciare ad approcciare il monologo. Penso al monologo dello stragismo nel Divo, per cui mi disse di rammentare come facevo il monologo di Enzo Moscato.   

Succederà che interpreti una pièce scritta e diretta da Paolo?
No, credo che Paolo abbia la sua natura: non è anfibio.

Torniamo a La grazia, è un film sulle domande…
…che in questi giorni così difficili ci troviamo ad affrontare, allorché la politica spesso guarda al passato ed è incapace di immaginare il futuro. Mariano è un giurista, un saggio e soprattutto responsabile che non cerca la verità ad ogni costo, ma ha il coraggio di compiere le scelte accettando l'esistenza del dubbio - è un personaggio con una grazia che insomma è invidiabile.

​​​​​​E la esplicita su temi ultrasensibili, fine pena mai e fine vita.
Penso che le due cose convergano e poi se ci mette, non so se spoileriamo troppo, la vicenda che Paolo ha intarsiato magnificamente di questo cavallo che sta morendo, e non si sa se abbatterlo o meno… insomma, questi temi sono raccontati con una leggerezza, una mano felice, con una gentilezza del tocco, ecco, che non scade mai nell'ideologico ma neanche nell'indifferente.

Nella galleria di personaggi condivisi con Paolo, quali sono i vostri preferiti?
Io e Paolo abbiamo sempre detto prima di questo film che se dovevamo assegnare una preferenza, siamo molto legati al Divo. Io però aggiungerei due cose. Un personaggio a cui mi sento legato affettivamente è Titta Di Girolamo, per Le conseguenze dell'amore. Un personaggio a cui sento di dovere molto, per la difficoltà tecnica nel disegnarlo, è sicuramente Il Divo. Ho la sensazione, ma spero che questo me lo restituisca l'affetto del pubblico, che Mariano De Santis potrà superarli, perché ha un elemento comune con la vicenda di Titta.

La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello
La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello

La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello

E Jep Gambardella dove lo lascia?
Guardi, è un personaggio cui io devo moltissimo, quasi un personaggio che esiste a prescindere da Paolo e a prescindere da me. Ci vuole molta umiltà per dirlo, però credo che sia davvero così.

Ontologicamente il protagonista de La grande bellezza non vi appartiene più?
In qualsiasi parte io vada del mondo, Jep Gambardella sembra un personaggio che si è estraniato da noi perché il pubblico l'ha fatto completamente suo, per mille ragioni che non so elencarle. È come se si fosse staccato dalla dimensione della finzione, e ce lo ritroviamo nelle decalcomanie sui muri delle città, sui social. È vero, non ci appartiene più, se l'è preso il pubblico.

Nella sua vita, Servillo, c’è qualcuno che riveste l’importanza della figlia Dorotea (Anna Ferzetti) per Mariano?
Non amo fare riferimenti alla sfera privata, però voglio dire una cosa: io ho cominciato in un gruppo che è Teatri Uniti, sicché attribuisco un valore fondamentale al cominciare con dei coetanei alimentati da una passione irresistibile. Alimentata da questa passione, la nostra capacità ci ha permesso di arrivare a dei risultati ragguardevoli. Già, ho avuto degli amici importanti verso i quali sento un debito di riconoscenza enorme. E quando un giovane viene da me a chiedermi come si fa in questa epoca in cui sembra che tutto sia dettato dalle leggi del mercato, io dico “non cercate la strada in cui trovare qualcuno che vi metta sul mercato, mettetevi tra di voi e sfondate il mercato, questa è la cosa più importante”.