È alle porte la 62ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, in programma a Pesaro dal 13 al 20 giugno 2026. La storica rassegna dedicata al cinema sperimentale conta sulla direzione artistica del giornalista e critico cinematografico Pedro Armocida ed è organizzata con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pesaro e della Regione Marche.

Armocida, hai raggiunto undici anni da direttore artistico: facciamo un bilancio.

“Sono sorpreso io stesso, pensavo di stancarmi prima. Credo che un mandato lungo sia una forza per la manifestazione, perché nei festival i troppi cambi in pochi anni fanno male. Ma negli anni abbiamo creato proiezioni in spiaggia, il 'Pesaro Film Festival Circus': una nuova location e nuovi spazi che mi danno grandi stimoli. Se un festival ha un DNA preciso, non deve essere stravolto, ma può essere criticato”.

Quest’anno, per esempio, avrete anche una madrina.

 "Io non sono un fan di queste figure, ma di recente mi hanno chiesto di fare da ‘padrino’ a un festival a Trastevere, e ho capito che seguire qualcuno nella sua crescita è qualcosa di bello: è quasi un concetto cattolico, mi piace l'idea che un festival di lungo corso tenga a battesimo un'attrice giovane come Antonia Fotaras per il suo futuro nel cinema”.

Qual è il filo conduttore quest’anno?

“Domanda complicata, forse è da trovare nel nome stesso: 'Nuovo Cinema'. Dal 1965, è sempre stato legato alle varie nouvelle vagues e alla costante ricerca del nuovo in ogni ambito. Il Concorso Pesaro Nuovo Cinema è quanto di più sperimentale sia possibile immaginare: accogliamo lavori di qualsiasi formato. Tutto il festival segue questa linea, spaziando tra video danza e videoclip, e dando la possibilità di vedere film anche su supporti che solitamente non utilizziamo. L’obiettivo è sempre quello di valorizzare la sperimentazione linguistica”.

Le novità di quest’anno?

“Gli eventi culturali vivono in funzione degli spazi che utilizzano: il contenitore forma il contenuto. E a Pesaro le possibilità aumentano: l'anno scorso abbiamo aperto lo spazio della Chiesa di Santa Maria Maddalena, creando una sala, una sorta di 'rettangolo nero' all'interno della struttura. Attraverso questa 'finestra' abbiamo proposto un festival nel festival, dedicato alla videodanza, alla musica e alle arti visive. Ha funzionato molto bene. L'idea è quella dell'apertura nella convinzione che esistano più pubblici per lo stesso evento culturale. Per questo proponiamo teatro sperimentale alla sala Pasolini, video in pellicola, in Super8 e in 16mm alla presenza degli autori. Ci sono filmmaker che lavorano ancora con questi formati, ma non è semplice vederli”.

Gli eventi speciali attenzionano, come di consueto, il cinema italiano.

“Ogni anno puntiamo su esordi di qualità. Quest'anno presenteremo in anteprima mondiale Punk State di Loris Di Pasquale. Proporremo poi due cortometraggi molto diversi tra loro: Oreste di Alessandro Cedola (un lavoro di sapore morettiano) e uno sperimentale di Gabriel Montesi sul mestiere dell'attore: Masterclass. Inoltre, riproporremo Orfeo di Virgilio Villoresi, un'opera fondamentale. In generale puntiamo sugli esordi per mappare ogni anno il cinema italiano: Punk State, ad esempio, è un'opera completamente indipendente, fuori dai circuiti industriali, che altrimenti rimarrebbe invisibile”.

A proposito di cinema italiano: dopo i vari Martone, Amelio, Tornatore e Guadagnino, quest'anno la retrospettiva è su Maurizio Nichetti.

“Il festival ha sempre avuto una particolare attenzione ai modi di produzione della commedia. Nichetti è stato un produttore e un innovatore della commedia italiana, non sempre del tutto compreso e inquadrato. Il suo lavoro parte dal corpo, ma le ricerche su di lui non sono state approfondite, venendo spesso ridotto a semplice epigono di Buster Keaton. Invece, nella monografia che curo con Giannelli per la Mostra, lo riscopriamo come un autore completo che deve stare a pieno titolo nel pantheon del cinema italiano che hai citato”.

Maurizio Nichetti
Maurizio Nichetti

Maurizio Nichetti

Come avete scelto la giuria e perché?

“Ne abbiamo scelta un’ancora più giovane rispetto agli altri anni, pensata per creare un clima di unione con tutte le parti del festival. Ne faranno parte: Asanovic, cineasta con cui abbiamo collaborato in passato e di cui proietteremo dei lavori; Marianna Fontana, per la quale riproporreemo un film importante come Indivisibili che compie dieci anni; e il critico Fernando Lima, presidente del festival di Mar del Plata, con cui eravamo rimasti in contatto già dall'anno scorso. Lo abbiamo incluso perché come categoria sarebbe meglio unirci, non per corporativismo, ma perché il confronto è utile. Abolire i premi nei festival, come ha proposto di recente Mereghetti, serve a poco”.

Adriano Aprà cosa direbbe di questo programma?

“Lui diceva sempre quello che pensava. Una volta mi disse che temevo il pubblico, perché non volevo proporre in piazza film troppo sperimentali, e che è come se stessi gestendo due festival diversi: uno di nicchia e uno per tutti gli altri. L'anno prima di morire, però, mi fece i complimenti: si era creato un’atmosfera splendida e lui mi disse che i due festival 'stavano insieme'. Certo, ci sono stati momenti di critica (non gli piacquero i manifesti di Recchioni, gli omaggia a Stracult,   un giorno mi disse che il Concorso Pesaro Nuovo Cinema era troppo sperimentale per i suoi gusti), ma sono state tutte critiche costruttive. Avercene oggi, di questi confronti: il cinema, purtroppo, non è più così centrale nel dibattito culturale. E figure come Adriano mancano senza rimedio”.

Un paio di eventi imperdibili?

“Sicuramente l’omaggio al cinema sperimentale di Alfredo Leonardi: proietteremo Può la forza di un sorriso, girato a Pesaro nel 1968 in piena contestazione: un titolo bellissimo, sei minuti di primi piani stupendi su persone note e non. Pur nella diversità dei volti, il sonoro riesce a restituire perfettamente il clima storico di quelle immagini. L'altro, oltre a Punk State, è Last Movies di Stanley Schinter con la voce di Jeremy Irons: mette insieme gli ultimi film visti da personaggi storici in punto di morte, come Kennedy, Kafka o Kurt Cobain”.