PHOTO
Il cavallo di Torino (2011)
Quando Davide Milani ha riportato questa frase di Griffith nel suo editoriale su Cinematografo, citando Leone XIV, vi ho riconosciuto una convergenza che cercavo. Il cinema ha bisogno di un testimone incarnato, un soggetto che attraversi la soglia del reale senza dissolversi. Sostengo questa tesi in una serie di saggi che affrontano l’ortodossia deleuziana e il suo programma di sparizione del regista nel piano d’immanenza. Alcune riviste culturali italiane, tranne qualche eccezione, hanno risposto con il silenzio o con rifiuti cortesi. L’ortodossia non dibatte. Presidia. La risposta è arrivata da dove non l’aspettavo.
Leone XIV, incontrando registi e attori il 15 novembre scorso, ha pronunciato parole che intercettano in pieno questa tesi: “Difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla, la differenza quando provoca.” Il cinema “non anestetizza il dolore, ma lo accompagna e lo indaga.” I cineasti devono essere “testimoni.” E Griffith, citato dal Papa, non chiedeva astrazione. Chiedeva che qualcuno stesse lì a guardare quel vento e decidesse di filmarlo. Presenza, non dissoluzione.
Nel mio saggio Béla Tarr e la dignità del crollo (in uscita su Nazione Indiana) scrivo che l’autore ungherese ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore.” Leone XIV chiede la stessa fatica. La lentezza quando serve, il silenzio quando parla. Tarr non conosceva questo discorso. Il suo cinema lo incarnava già. Ogni piano sequenza interminabile era un atto di resistenza contro quella che il Papa chiama “la frenesia digitale e la silente prepotenza degli algoritmi.”
Milani scrive che per Leone XIV lo sguardo autoriale “non può essere solo compilativo o didascalico ma capace di profondità artistica, di trasfigurare il reale.” La teoria dominante chiede l’opposto. In Contro Deleuze: il soggetto necessario affronto la richiesta deleuziana al regista di sparire, di permettere che la materia guardi sé stessa. E, invece, il cinema ha bisogno di qualcuno che resti nel campo e ne risponda. Un testimone che attraversi e firmi.
La parola che unisce questi due discorsi è, quindi, “testimone”. Leone XIV la usa in chiave spirituale. Io in chiave fenomenologica. La funzione è identica. Il testimone è colui che non si sottrae. Che accetta il peso di ciò che ha visto e ne restituisce qualcosa che prima non esisteva.
In Lo sguardo e il suo padrone, scritto in risposta al libro di Pietro Bianchi su Lacan e il cinema (L’inquietudine dell’immaginario, Orthotes), il nodo è un altro: il programma estetico che chiede al regista di collocarsi “nella posizione dell’oggetto e non del soggetto della visione.” La mia obiezione: “L’inquietudine ha bisogno di qualcuno che la patisca. Togli il soggetto e l’inquietudine scompare. Resta un oggetto in una stanza vuota.” Leone XIV converge quando afferma che il cinema deve “educare lo sguardo” e “situare la libertà del soggetto.” Non si educa uno sguardo che non appartiene a nessuno. Non si situa la libertà di un soggetto abolito.
Il paradosso è questo: una parte influente della critica cinematografica italiana ed europea, quella che si riconosce nell’eredità deleuziana, ha costruito un apparato teorico che rende il testimone superfluo. Ha trasformato l’assenza dell’autore in virtù estetica. Ha premiato il cinema che giustappone senza prendere posizione e delega il senso allo spettatore. Quando qualcuno alza la mano per dire che il re è nudo, il silenzio è l’unica risposta.
Leone XIV non è un teorico del cinema. Ma ha colto con una precisione che dovrebbe far riflettere chi di cinema si occupa per mestiere il nodo che una parte della critica si rifiuta di affrontare: un cinema senza soggetto responsabile non produce arte. Produce contenuto.
In Béla Tarr e la dignità del crollo: “Noi autori possediamo la carne e la logica per riempire il potenziale dell’astrazione. Le nostre sensibilità non devono fabbricare fughe dalla realtà, ma restituire peso specifico al tempo.” Il Papa direbbe: restituire bellezza. La bellezza del vento tra gli alberi. Quella che richiede la presenza di qualcuno che lo veda, che scelga di filmarlo, che ne risponda.
Non scrivo da una prospettiva confessionale. Ma quando l’accademia si chiude e una parte della critica si trincera dietro il dogma, la risposta più lucida alla domanda “chi risponde di ciò che l’immagine mostra?” è arrivata da chi ha capito qualcosa che molti critici hanno smesso di vedere: il cinema senza testimone non è più cinema.
È sorveglianza.
