Nel 2001 ho iniziato a frequentare i festival di cinema. Il primo fu Alpe Adria a Trieste, il terzo Bellaria, il quarto Pesaro – o forse quattro e tre – il quinto Venezia, dove stetti in campeggio a Punta Sabbioni – piovve pesante, il catalogo in tenda si sventagliò più di un incunabolo.

Il secondo festival fu il Bergamo Film Meeting, dove avrei conosciuto un grande amico. Lì conobbi per immagini e suoni anche Béla Tarr, ovvero il suo capolavoro Sátántangó.

Dura 435 minuti, sette ore e un quarto, e ricordo nella proiezione serale-notturna ci fu un intervallo dove venimmo rifocillati: chi resistette fino alla fine fu ricompensato della maglietta del festival. Da qualche parte l’ho ancora, certo è che sono passati anni e, temo, chili parimenti.

Avrei visto altri film di Tarr, apprezzandoli a tal punto che quando nel 2022 uscì Tár infantilmente mi imbufalii per sospetto dolo e conclamato vilipendio. Va be’.

Solo gli idioti e gli entusiasti – va da sé, coincidono – si fanno cambiare la vita dai film, i pochi superstiti si fanno cambiare i film dalla vita, e così è stato dopo quella fortuita e quindi provvida epifania.

Ho cercato sul mio profilo X le ricorrenze di Satantango e tra gli altri tweet l’ho trovato annoverato nel film che mi hanno detto (nel caso poco…) e dato qualcosa con Il posto di Ermanno Olmi, Mesto na zemle di Artur Aristakisyan, Les doigts dans la tête di Jacques Doillon, Les garçons sauvages di Bertrand Mandico, 13 Tzameti di Géla Babluani, En La Cama di Matías Bize.

Con il passare degli anni - il 14 gennaio ne faccio 48 che è divisibile per 3, bene, ma fa 16, che non mi è mai piaciuto - mi rendo conto che apprezzare la bellezza, emozionarsi per la bellezza, farsi sopraffare dalla bellezza è la più bella cosa, un privilegio democratico, una gioia incommensurabile.

Satantango con quelle sette ore e un quarto mi soverchiò, mi affamò, mi strabiliò. Prima del deteriore binge watching, Béla Tarr rendeva il vedere – 435 minuti sono una fetta di vita, un’esperienza corposa, un tempo sensibile – vivere. E io lo nacqui.

Lo potete vedere, maluccio, qui.