Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche entrano ad Auschwitz, portando alla luce l’orrore. Servirà poi il processo di Norimberga perché quelle immagini facciano il giro del mondo. E il cinema non è rimasto a guardare. Come testimone privilegiato di ogni tempo che abita, ha iniziato fin da subito a interrogarsi su quello che stava accadendo. Si allude ai campi di concentramento per dissidenti in Night Train to Munich di Carol Reed, mentre la persecuzione degli ebrei si sfiora solo lateralmente in Bufera mortale di Borzage e poi con ben altra forza in Il grande dittatore di Chaplin. Però siamo nel 1940, e nessuno immagina ancora quello che sta veramente accadendo. La svolta arriva nel 1948 con L’ultima tappa di Wanda Jakubowska, che era sopravvissuta proprio alla tragedia di Auschwitz. Qui racconta con verosimiglianza la vita di Marta Weiss, una giovane ebrea che cerca di non soccombere alla violenza delle guardie naziste ad Auschwitz. Da quel momento nasce un “genere” (ma forse non è giusto definirlo così), che prosegue ancora oggi.

Si abbraccia il grande pubblico con Vincitori e vinti del 1961 di Stanley Kramer (non si era mai vista una tale concentrazione di grandi attori in un film drammatico), arrivano sullo schermo le forti testimonianze letterarie (Il diario di Anna Frank), anche i divi impersonano figure tragiche o ambigue di quegli anni (come Alain Delon nel purtroppo dimenticato Mr. Klein di Losey). Avvicinandoci ai nostri tempi, si adottano anche cifre diverse, che tendono alla leggerezza (La vita è bella di Benigni e Jo Jo Rabbit di Taika Waititi). Spielberg lascia il segno con Schindler’s List, Claude Lanzmann realizza uno dei doc più belli di sempre: Shoah. Lo sguardo è sempre più vivo.

In questo momento in sala ci sono Norimberga con Russell Crowe e Il dono più prezioso, un film di animazione, di Michel Hazanavicius. Per la parte italiana, c’è Elena del ghetto con Micaela Ramazzotti. Ma forse un rischio c’è? Di strumentalizzare la memoria, temendo l’oblio, di “sfruttare” il tema dimenticandosi del cinema. L’esempio lampante è proprio Norimberga, in cui Crowe gigioneggia appellandosi alla banalità del male e la confezione si fa laccata e ammiccante. Il rischio è quindi di tradire la tragedia, creando equivoci su che cosa bisogna necessariamente raccontare ma qual è il modo corretto per farlo. Come scrive Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri: “Le immagini di un’atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente la vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche (cinematografiche) dove accadono cose terribili”. Ma di grandi titoli sul tema ne esistono molti e ne abbiamo scelti cinque fondamentali.

Shoah
Shoah

Shoah

Shoah di Claude Lanzmann (1985)

Un’opera monumentale, uno dei film più significativi della storia del cinema. Lanzmann dirige un documentario di 566 minuti. A mescolarsi sono la vita e la morte, in un progetto che ha avuto una gestazione lunga un decennio. Imprescindibile, sconvolgente, sembra richiamare l’incipit di Hiroshima mon amour: “Tu non hai visto niente a Hiroshima”. Allo stesso modo lo spettatore capisce di non aver visto e compreso niente sulla tragedia dell’Olocausto senza lo sguardo di Lanzmann.

Austerlitz
Austerlitz

Austerlitz

Austerlitz di Sergei Loznitsa (2016)

Un altro doc, questa volta ambientato nel contemporaneo. Con un’idea molto potente: pedinare i visitatori di oggi che attraversano i campi di concentramento. A essere mostrata è una giornata che vivono in modo non molto particolare, tra bibite e magliette di Jurassic Park. Ma a risuonare è la Storia dei luoghi che attraversano, con cui non smetteremo mai di confrontarci.

Notte e nebbia
Notte e nebbia

Notte e nebbia

(ARCHIV)

Notte e nebbia di Alain Resnais (1956)

I puristi potrebbero storcere il naso. Non si tratta di un lungometraggio, ma nei suoi 32 minuti di durata è stato uno spartiacque, a cui ancora oggi si deve molto. Resnais alterna le immagini a colori a quelle in bianco e nero. La voce fuoricampo evoca un lungo monologo interiore. La macchina da presa si avvicina progressivamente al lager, ma senza entrare. In anticipo sui tempi, Resnais aveva capito che quella brutalità resterà qualcosa di insondabile.

Il figlio di Saul
Il figlio di Saul

Il figlio di Saul

Il figlio di Saul di László Nemes

Saul è un Sonderkommando nelle camere a gas di Auschwitz. È intorpidito dalla violenza, sembra non reagire a ciò che lo circonda. Noi siamo Saul, ormai assuefatti alle barbarie. In pianosequenza (non a casa Nemes ha collaborato con Béla Tarr), la macchina da presa è inchiodata alla nuca del protagonista. Non ci si sofferma su ciò che lo circonda, perché neanche Saul sa come decifrarlo. Uno straordinario processo di sottrazione, al momento l’apice (giustamente riconosciuto anche dall’Academy) della carriera di Nemes.

La zona d'interesse
La zona d'interesse

La zona d'interesse

La zona di interesse di Jonathan Glazer (2023)

È tra i pochi film degli anni Duemila che nel secolo continueremo a studiare. Glazer trasforma l’Olocausto in una tragedia sensoriale. L’azione si svolge fuoricampo, a noi arrivano solo i suoni. Finale sconvolgente. Tratto dall’omonimo libro di Martin Amis, Glazer ha il coraggio di ribaltarlo, di mettere in scena ogni cosa senza in realtà mostrare nulla di compiaciuto. Grande lavoro sul suono, una lezione di cinema (e di umanità) che si fa imprescindibile. Riaprendo il dibattito: che cosa ci ha detto veramente il cinema sull’Olocausto?