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Se domani non torno (2026)
L’uscita congiunta del film Se domani non torno e della serie HBO Melania Rea – Oltre il caso ha riportato al centro della discussione non solo i due fatti di cronaca nera su cui si basano, ma il ruolo cruciale che entrambi hanno avuto nell’inserimento del reato di femminicidio all’interno del codice penale italiano (articolo 577-bis, definito dalla Legge n. 181 del 2 dicembre 2025). Questo senza contare l’enorme responsabilità che pesa sulle ricostruzioni audiovisive di quegli eventi che già sono stati ossessivamente scandagliati (spesso, purtroppo, senza ritegno) da social e mass media.
Innanzi tutto, bisogna partire dal tanto discusso termine “femminicidio” (necessario per chi lo sostiene, inutile per chi lo osteggia), coniato negli anni Settanta dalla sociologa e criminologa Diana Russell, che mise in luce l’intrinseca misoginia dei delitti etichettati come “passionali o d’onore”, spiegando che l’unica motivazione era l’assoggettamento o l’annientamento della donna in quanto tale.
Sempre Russell rintracciò la prima apparizione di “femicide”, usata dallo storico John Corry (Satirical View of London at the Commencement of the Nineteenth Century, 1801) per indicare coloro che violavano le fanciulle, “uccidendone” così l’essenza femminile. Sebbene la giornalista Maria Adele Teodori lo abbia inserito, in quest’ottica, nel saggio Le violentate (1977), è impossibile tralasciare che, tra il 29 e il 30 settembre 1975, si era consumato il massacro del Circeo e che l’unica sopravvissuta, Donatella Colasanti, aveva testimoniato al processo del 1976, scioccando l’Italia.
Mentre la legge continuava a inserire lo stupro fra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” (con possibilità di ammenda previo matrimonio riparatore), il cinema si buttava a capofitto nell’argomento e, nel 1976, arrivarono I ragazzi della Roma violenta di Renato Savino, Roma, l’altra faccia della violenza di Marino Girolami, Come cani arrabbiati di Mario Imperioli e I violenti di Roma bene di Sergio Grieco e Massimo Felisatti. A contrastare l’ondata del sensazionalismo facile, giunse il documentario corale Processo per stupro (1979), in cui Tina Lagostena Bassi (già legale di Donatella Colasanti e qui avvocatessa di un’altra ragazza violentata in gruppo) affermava che alla base di simili crimini c’era la volontà di trattare la donna come un oggetto, per poi sbarazzarsene.
Se lo stupro diventa reato contro la persona il 15 febbraio 1996 (Legge n. 66), l’omicidio di vittime uccise in quanto donne (e quindi colpevoli di aver disatteso le sovrastrutture patriarcali) viene codificato solo trent’anni dopo, anche grazie all’ondata di sdegno suscitata dai brutali omicidi di Melania Rea, Noemi Durini, Carol Maltesi, Saman Abbas, Giulia Tramontano e, soprattutto, della studentessa Giulia Cecchettin, la cui morte per mano dell’ex fidanzato ha generato una mobilitazione nazionale senza precedenti.
Non sono state certo le uniche, ma (sebbene suoni cinico affermarlo) di sicuro le più adatte a sconvolgere l’opinione pubblica, in quanto vulnerabili e giovani, se non giovanissime. Sul tema della violenza di genere, il cinema italiano non è mai stato reticente e, giusto per limitarsi all’ultimo decennio, lo dimostrano La vita possibile (2016) e Mia (2023) di Ivano De Matteo, Fortunata di Sergio Castellitto (2017), C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023) o Familia di Francesco Costabile (2024). Ma non sono più gli anni Settanta dell’exploitation senza conseguenze, la sensibilità è diversa e ogni ricostruzione di un caso reale scatena subito polemiche preventive.
A cambiare la prospettiva è stato, con tutta probabilità, il successo de Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024), costruito per sensibilizzare il pubblico contro bullismo e omofobia e divenuto uno dei titoli più proiettati in ambito scolastico. Da qui la scelta di portare avanti il percorso iniziato da Fondazione Giulia Cecchettin (costituita per contrastare la violenza di genere, promuovendo un radicale cambiamento dei modelli educativi), che ha portato al film Se domani non torno, basato sul libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia scritto da Gino Cecchettin insieme a Marco Franzoso. Perché, citando la regista e sceneggiatrice Paola Randi, “purtroppo le donne continuano a morire di femminicidio. Finché accadrà, dovremo fare rumore, come ci ha chiesto Elena Cecchettin, sorella di Giulia. Con questo film abbiamo cercato di amplificare la sua voce: adesso tocca a chi lo vedrà continuare a parlarne”. Passando dal grande al piccolo schermo, HBO Max (arrivata in Italia solo a gennaio, ma già assai agguerrita) ha optato per una strategia più trasversale: una miniserie documentaristica su Saman Abbas (la diciottenne pachistana morta per aver rifiutato un matrimonio combinato, a cui è dedicata Saman: La verità nascosta di Francesca Mazzoleni e Gianluca Santon) e una di fiction su Melania Rea, diretta da Stefano Mordini, che nel 2021 aveva portato al cinema il romanzo di Edoardo Albinati La scuola cattolica, ispirato al Circeo. Il fatto che a vestire i panni della protagonista sia Maria Esposito (la Rosa Ricci di Mare fuori) allude chiaramente alla volontà di dialogare con pubblico più giovane. “Mi interessava raccontare come certe tragedie, con un impatto sull’opinione pubblica così deflagrante, portino la società a rendersi conto che esiste qualcosa su cui intervenire” ha dichiarato Mordini. “Non è un true crime. È la storia di una relazione che ha un finale tragico, una ricostruzione che cerca le radici della violenza”.
In fondo, come scrive Flavia Salierno in Amori e altri dolori. La violenza nei legami, messa in scena dal cinema, raccontata dalla psicoanalisi, “le immagini che scorrono sullo schermo non appartengono a nessuno e appartengono a tutti. Sono finzione, e proprio per questo consentono a chi guarda di riconoscersi senza sentirsi svelato. Ogni spettatore, davanti a una scena di violenza o di amore disperato, è libero di incontrare i propri fantasmi, di attraversare il proprio spazio privato, di risuonare con le emozioni che emergono [...] Così, nel buio della sala o nel silenzio di una visione solitaria, ognuno può ritrovare un frammento della propria intimità, un riflesso del proprio dolore, una possibilità di riconoscimento che non espone nessuno ma riguarda tutti.”
