Questo articolo è stato pubblicato sulla Rivista del Cinematografo di ottobre, nella cover story dedicata a Dio ride di Giovanni Veronesi. Clicca qui per leggere tutto il numero e clicca qui per abbonarti.


Arriva in Toscana a metà del Seicento, fuggendo da un convento umbro che la peste ha svuotato, e comincia a predicare nelle campagne attorno a Siena in un modo che la gente non ha mai sentito: senza “latinorum”, senza minacce, ma conducendo al riso, senza tradire la sostanza del Vangelo. Fra Leopoldo da Casamacchia, cappuccino (di fantasia), parla di un Dio dalla parte degli ultimi, di chi fatica, di chi abita “la valle di lacrime”. A seguire il religioso, dal passato misterioso, sono in tanti e sempre di più, al punto che la questione arriva fino a papa Innocenzo X, il quale affida al cardinale inquisitore Maculani (che nel 1633 ha condotto gli interrogatori di Galileo) il compito di indagare.

Questa, in sintesi, la storia – in alcune parti liberamente ispirata a fatti accaduti, in altre frutto di un’ottima sceneggiatura – che Giovanni Veronesi porta sul grande schermo. Maestro della commedia italiana, con Dio ride il regista toscano torna ad affrontare “lateralmente” una vicenda legata alla fede e al Vangelo, più di trent’anni dopo il suo secondo lungometraggio da regista, Per amore, solo per amore, libera e drammatica rilettura della figura di Giuseppe, il padre putativo di Gesù.

Forte di un cast che vede Pierfrancesco Favino indossare il saio del frate e Silvio Orlando la porpora del cardinale (tra gli interpreti anche Alma Noce, Francesco Gheghi, Paolo Rossi, Maurizio Lombardi e Carlo Cecchi, alla sua ultima interpretazione prima della scomparsa, lo scorso gennaio), il film ha chiuso – fuori concorso – l’83ª Mostra di Venezia e arriva nelle sale il 29 ottobre (dopo il successo registrato nelle anteprime).

Giovanni Veronesi - Foto Karen Di Paola
Giovanni Veronesi - Foto Karen Di Paola
Venezia 83 - Red carpet di Chiusura Dio Ride

La domanda che pone è antica quanto la fede: che volto ha Dio? Nell’Antico Testamento Dio è ripetutamente definito “terribile” o “tremendo”. Certo, un Dio da temere, ma non per paura, bensì con la riverenza dovuta a una santità che è insieme potenza e amore. Il teologo e storico delle religioni Rudolf Otto ha sintetizzato tutto questo nella celebre formula “mysterium tremendum et fascinans”. Ma ancora oggi sopravvive l’idea di un Dio severo, attento alle colpe da punire più che alla speranza da portare, un padrone esigente piuttosto che un padre amorevole.

Forse i motivi di questa immagine distorta sono gli stessi che fanno da sottotesto al film: l’ignoranza generalizzata delle Sacre Scritture e la convinzione che un popolo che teme sia un popolo che obbedisce. Veronesi ha dichiarato il suo debito con Il nome della rosa di Umberto Eco, dove il vecchio monaco Jorge da Burgos elimina l’unica copia del libro di Aristotele sulla commedia per impedire che il riso diventi lecito: chi ride del diavolo smette di averne paura e un popolo senza paura, pensa Jorge, non si lascia più governare.

Le Sacre Scritture, però, raccontano altro. Sara, la moglie di Abramo, cui viene annunciato un figlio quando ormai è anziana, ride (Gen 18,12); e il Signore, anziché punirla, glielo dona, così che dirà: «Dio mi ha dato motivo di riso» (Gen 21,6). Qoèlet, passando in rassegna le stagioni della vita, riconosce che c’è «un tempo per ridere» (3,4); il libro dei Proverbi descrive la Sapienza che gioca davanti al Creatore e trova la sua gioia tra i figli dell’uomo (8,30-31); Gesù promette a chi piange che un giorno riderà (Lc 6,21). Il Dio della Bibbia si rallegra dell’uomo. Quello arcigno, il Dio della paura, è frutto di una deformazione che con il Vangelo ha poco a che fare.

Giovanni Veronesi, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino sul set di Dio ride - foto di Enrico De Luigi
Giovanni Veronesi, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino sul set di Dio ride - foto di Enrico De Luigi

Giovanni Veronesi, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino sul set di Dio ride - foto di Enrico De Luigi

Nel film il tribunale dell’Inquisizione non contesta a fra Leopoldo errori di dottrina: lo accusa di parlare la lingua della gente, di non usare i luoghi ufficiali della predicazione, di diffondere quella che, per i suoi giudici, è la falsa immagine di un Dio che dona gioia. Un errore di prospettiva ancora attuale, che è motivo – insieme all’ottima fattura – per vedere il film: troppo spesso si scambia la serietà della fede nel Dio cristiano con la severità dei modi di Dio.

Papa Francesco, ricevendo il 14 giugno 2024 un centinaio di comici da tutto il mondo, ha affrontato la stessa questione: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa», a patto di farlo come si scherza con le persone che si amano e senza ferire il sentimento religioso. E ha aggiunto, rivolgendosi ai presenti: quando riuscite a strappare un sorriso intelligente, «fate sorridere anche Dio». Nell’umorismo il Papa ha indicato anche una forma di denuncia degli eccessi del potere, capace di risvegliare il senso critico senza seminare paura: è ciò che fa Leopoldo, ed è ciò che i suoi giudici non gli perdonano.

Il rischio, in un’operazione cinematografica del genere, è di mettere sullo schermo un eretico che ben presto diviene il buono contrapposto alla cattiva rigidità dell’istituzione, lavorando in modo ricattatorio sui sentimenti. Il film evita tutto ciò anzitutto grazie alla straordinaria interpretazione di Favino (qui in una delle sue prove attoriali più alte), che dà a Leopoldo una tenerezza goffa, una testardaggine che viene dalla convinzione, un’ingenuità mai compiaciuta: il suo frate non usa il riso per sedurre, ride perché crede, perché lui ha visto Dio ridere, così come noi lo vedremo nell’ultima scena.

Silvio Orlando in Dio ride - Foto Enrico De Luigi
Silvio Orlando in Dio ride - Foto Enrico De Luigi

Silvio Orlando in Dio ride - Foto Enrico De Luigi

Nel confronto con il cardinale di Silvio Orlando, che Veronesi si guarda bene dal ridurre a caricatura del potere, emerge – per merito di un’interpretazione sfaccettata, capace di restituire l’umanità e il desiderio di comprensione, uniti alla ragion di Stato – l’immagine di una Chiesa che sembra non avere strumenti per cogliere il dono che un uomo di Dio come fra Leopoldo rappresenta. Veronesi raccoglie la lezione di quella commedia italiana – da Monicelli a Magni – che ha saputo raccontare gli ultimi nel confronto con il potere, anche quello dei papi, facendo ridere senza paura di evocare la morte, anche di uno dei protagonisti: la vena di amarezza che rimane allo spettatore spinge a una riflessione sulla possibilità di essere liberi dai pregiudizi nel giudicare ciò che si presenta come nuovo e originale.

Il 15 novembre 2025, incontrando attori e registi, Leone XIV ha detto che «il cinema non è soltanto moving pictures: è mettere in movimento la speranza» e ha chiesto che resti «un luogo d’incontro, una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace», capace di mostrare «anche un solo frammento del mistero di Dio». Dio ride risponde a questa attesa con i mezzi del cinema popolare, che parla a tutti: reca con sé una domanda di senso e di fede e, mentre si sorride, si aprono fessure che lasciano intravedere un Dio che in Gesù Cristo è buona notizia, Vangelo. Per chi è abituato a pensarlo lontano e accigliato può essere una scoperta.