Vania Protti Traxler, signora di cinema, se ne è andata ieri. Voglio ricordarla con la prefazione, che sono onorato di aver firmato, al suo libro Sognavamo al cinema, Conversazioni con Francesca Boschiero e Giovanni B. Gifuni, pubblicato da Edizioni Sabinae nel 2022.


“Si può parlare di cinema con i film. Oppure con le persone. Signora e signora di cinema, Vania Traxler Protti di Settima Arte è sinonimo, persino, superlativo. S’è mossa tra i generi, con due costanze: il proprio, femminile; l’altrui, d’autore. La convergenza, film dopo film, cena dopo cena (ci ritorneremo), avrebbe sintetizzato l’autrice: si può esserlo anche quale distributrice, si deve in fondo.

Vania Traxler Protti ha sublimato la distribuzione in (ri)creazione, ha fatto tra Oscar e David di Donatello, Mostra di Venezia e Festival di Cannes, Berlino, Locarno e Roma incetta di premi, conquistando il principale nel legame col pubblico, nell’imprimatur sulla fruizione in sala, nella garanzia del piacere cinefilo.

Una donna di cinema, in un’epoca in cui l’accezione visualizzava l’attrice. Ne aveva la silhouette, la seduzione di tratto, il fascino per indole, Vania, ma né davanti né dietro la macchina da presa sarebbe stato il suo essere, e farsi, cinematografico. La distribuzione, dunque, nobilitata a linguaggio, intesa formalmente e mirabilmente quale selezione e combinazione di film. Grandi, grandissimi film a immagine e somiglianza di sé.

Una donna di cinema, in un’epoca in cui l’eccezione visualizzava la mancanza. Oggi l’exploit agli Academy Awards di Chloé Zhao con Nomadland, la Palma Titane di Julia Ducournau, il Leone L’évenément di Audrey Diwan decretano la presenza, e segnalano la tendenza, ma allora? Allora chi, e come, e perché Vania Traxler Protti? Perché lei, in virtù di quale necessità?

La regola è culturale, la teoria immaginifica, i capitoli magistrali: Il matrimonio di Maria Braun (1979) di Rainer Werner Fassbinder e la Palma d’Oro Paris, Texas (1984) di Wim Wenders; Il cielo sopra Berlino (1987) ancora di Wenders e l’Orso d’oro Sorgo rosso (1988) di Zhang Yimou; Légami! (1990) di Pedro Almodóvar e Gli amanti del Pont-Neuf (1991) di Leos Carax; Film Blu (1993), Bianco (1994) e Rosso (1995) di Krysztof Kieslowski e Train de vie (1998) di Radu Mihaileanu; A Single Man (2009) di Tom Ford e il Leone d’Oro Faust (2011) di Aleksandr Sokurov.

Il lessico è familiare, il desco anche: si mangia cinema, da subito, in casa Protti. Eppure, ed è la misura dei migliori, il lascito non sarà alimentare, bensì elementare: di cinema si vive.

La famiglia stessa di Vania è cinema. 1904, nonno Ottorino e il fratello Gino non si risolvono al destino già scritto di ricchi agricoltori nella Bassa. Agli acri preferiscono i fotogrammi, alle colture la cultura: si appassionano all’incipiente Settima Arte, e raggiungono altri fratelli, i Lumière, nella Ville omonima. Da Parigi tornano con le pizze, le proiettano a Mantova: nella schiera di amici, un giovane tipografo che stampa le locandine e strappa i biglietti, Arnoldo Mondadori.

A Vania Protti la passionaccia di Ottorino e Gino non arriva subito. Serve prima un matrimonio, con Teddy Reno: quando Ferruccio (Merk Ricordi) si fa vedere con Rita Pavone, mezz’Italia si straccia le vesti, non Vania che conserva intatti gli Chanel dell’epoca e taglia corto: “Tra noi era già finita da tre anni”. Serve, poi, un originario ambito d’interesse, la moda, una boutique a Riccione, infine, un secondo marito, l’adorato Manfredi Traxler, occupato alla Rai e ugualmente insoddisfatto. Ci pensa papà: “Ma perché non vi date al cinema?”.

Il fidanzamento richiederebbe un anello, qui mancante: Manfredi e Vania lo cercano coi rubini da Boucheron a Cannes, ma all’ultimo lei cambia idea. Pochi giorni prima, siamo nel 1977, in una sperduta saletta sulla Croisette i due hanno visionato Il matrimonio di Maria Braun, per la regia di Rainer Werner Fassbinder: “Caro Manfredi, di quell’anello non m’importa più niente, tu mi regali questo Matrimonio”. Ha inizio una - anzi, la – magnifica avventura distributiva, sotto la lettera A: Academy, così – le dice sempre il padre – “siete i primi in elenco”.

Cinque i premi Oscar portati in sala, da Mephisto (1982) a Il falsario (2008); sei i Leoni d’Oro di Venezia, da Ti ricordi di Dolly Bell?, regia di Emir Kusturica (1982), al Faust; tre le Palme d’Oro di Cannes, da Yol (1982) a Papà è in viaggio d’affari (1985), sempre di Kusturica. Non solo allori, bensì il condensato di incontri che su carta mettono sentimenti, non detti e dolori celati. Per Paris, Texas Vania ha un concorrente agguerrito, una proposta da perfezionare e il produttore Anatole Dauman da convincere: “Io voglio questo film”, gli dice, “e tu non sei francese”. È così, Anatole è polacco, ed è l’unico superstite di una famiglia sterminata ad Auschwitz: ebrea incontra ebreo, e Paris, Texas è dell’Academy.

Ogni film una storia: c’è il vecchietto austriaco che vende quel primordiale, primigenio Maria Braun, ma Fassbinder, malato, marca visita; ci sono a Parigi Éric Rohmer e la produttrice, “raffinatissimi”; c’è il cerebrale Peter Greenaway, che Vania educatamente battezza “inglese”; c’è John Landis, di cui distribuisce Ladri di cadaveri e conserva una polaroid di “coltissimo e delizioso”; c’è l’indiana entusiasta Mira Nair, e in listino l’esordio Salaam Bombay; c’è Robert Altman, “una forza della natura, poderoso e simpatico, soprattutto, ottimo uomo d’affari. Sì, sono bravi questi americani”. Anche Weinstein, dice Traxler.

Il porco Harvey, “un grande professionista, molto burbero, ma uno che ci capiva”. Non vede vittime nello scandalo, almeno non “chi ci ha preso insieme l’ascensore per salire a vedere la collezione di vasi cinesi: se a una non va, non ci va”.

Sopraggiunta al terzo capitolo della propria vita, per citare Jane Fonda, Vania Traxler Protti non ha nulla da perdere e, leggerete, molto da dire: “Sono entrata nella moda a ventisei anni, ero – guardi le foto – una bellissima ragazza con un carattere forte, e la dignità di più: concedersi ha una contropartita, però non è l’unico modo per lavorare, scherziamo?”.

Manfredi muore nel 2000, Vania barcolla. Non molla. Otto anni più tardi affida ai nostri schermi l’opera prima di Tom Ford, A Single Man, con finale a sorpresa. Quando l’accoglie in velluto nero Armani, lo stilista ne è avvinto, e pure della cena apparecchiata per ottanta persone: bianche le tovaglie, bianchi i fiori, bianco il pesce (“Mangia solo quello”), come da perentoria richiesta dell’assistente di Ford. All’ennesima intemperanza, Vania si costringe a metterla al suo posto: “Ho ricevuto dei reali europei a casa mia, non so se le basta”. Il meglio è da venire. “Ottimo, ma perché il pesce bianco?”, le chiede Ford. Vania esplicita il diktat della publicist, Tom le ricorda che è texano e capace di una fiorentina da tre chili, lei rimane sbalordita, lui commenta divertito: “Si devono pur guadagnare lo stipendio”.

Già, il lessico è familiare, il desco conviviale. Del resto, nel cassetto Vania non ha il proverbiale sogno, ma un tovagliolo: “Manfredi e Vania, il prossimo film è vostro”. Era il 1988, a Cannes Almodóvar portava Donne sull’orlo di una crisi di nervi: lei non riuscì a prenderlo, lui mantenne la promessa. E distribuì Légami!. Basta spostare l’accento, e tavola e tovaglioli precipitano il senso: quante cene e quante sale, quante ricette e quanti film, e a tenere tutto insieme, appunto, i legami, legami di gusto. E sostanza. Viene in mente Love after Love di Derek Walcott, “Take down the love letters from the bookshelf, the photographs, the desperate notes, peel your own image from the mirror. Sit. Feast on your life”.

Quella che segue non è la vita da film, che pure ci starebbe, di Vania Traxler Protti, ma il film della vita: ogni inquadratura un piatto, ogni assaggio un raccordo, ogni opera una cena. Di cinema si deve vivere, di vita si può distribuire.”

Ciao, Vania.