Ha diciannove anni, Tony, e vuole fare lo scrittore. Lo dice a tutti, ne è certo. Anzi: lui è uno scrittore, non ha bisogno che qualcuno lo certifichi, sta aspettando di mettere su pagina il Bildungsroman che ha in testa. Ha solo bisogno di una borsa di studio che lo porti via da casa. Dove la madre, l’unica a chiamarlo Anthony, lo mette sempre alla prova (“Lo sa che vuol dire Bildungsroman?”). La questione onomastica è cruciale, la conquista del nome è l’approdo inconsapevole di un ragazzo che è soltanto giovane ma si crede incompleto come alluso da quel diminutivo. Ma nel rapporto con la madre, una rigorosa copy editore del Times, c’è anche il tema della vocazione: si può essere scrittore senza avere (ancora) una voce? Qual è la voce di Tony?

Nonostante si accrediti come scrittore (o aspirante tale), il Tony che vediamo nel film di Matt Johnson non scrive una riga, non ha un’intuizione, forse non è nemmeno posseduto dal fuoco. Quella magnifica e maledetta ossessione che, gli racconterà più tardi il mentore, spinse il cuoco François Vatel a suicidarsi per l’insostenibile peso del disonore (il pesce fresco ordinato per un banchetto in onore di Re Luigi XIV era in ritardo). La passione, d’accordo, ma l’interesse di Tony per la scrittura è il tentativo di trovare un posto nel mondo, darsi un ruolo per emergere dall’indifferenza, farsi vedere e riconoscere.

Soprattutto dalla sua storica crush, l’irraggiungibile Nancy: l’incontro al pub in cui lui prova a rivelarsi e infila una serie di battute un po’ brillanti e un po’ imbarazzanti per sedurla (invano?) è una tipica schermaglia romantica che ci dice quanto Tony sia più che altro uno che vive da scrittore, che va in scena per un pubblico, che si serve di una disordinata creatività per ottenere un’attenzione. Un adolescente che ostenta sicurezza e non sa mettersi a fuoco, un ambizioso che deve capire cosa fare di se stesso. Un bugiardo e incosciente che dichiara di avere già il titolo per la sua autobiografia, se non fosse stato già utilizzato: L’idiota. Ma anche qui c’è il segno di una persona in fieri, che sta aspettando di trovare

Dominic Sessa ed Emilia Jones in Tony
Dominic Sessa ed Emilia Jones in Tony

Dominic Sessa ed Emilia Jones in Tony

“Mi piace come mi sento quando mi guardi” dirà più tardi, facendoci capire quanto questo romanzo di formazione sia anzitutto una riflessione sul vedere e sul farsi vedere, sul riconoscere e sul riconoscersi, sul costruire e sul distruggere. Tony, lo sappiamo, è il coming of age di Anthony Bourdain, chef tra i più celebri degli ultimi decenni e star televisiva globale (morto tragicamente nel 2018), che però non ha mai rinunciato al desiderio di essere scrittore, tant’è che oltre all’attività dietro ai fornelli non ha mai rinunciato alla passione adolescenziale. Diventando autore di un bestseller come Kitchen Confidential: Adventures in the Culinary Underbelly (2000), memoir aneddotico e teorico che svela i segreti della ristorazione.

La voce, eccola: il posto nel mondo è la cucina, il teatro dove esaltare una creatività che è anche estasi e compiacimento, un microcosmo in cui osservare un’umanità sotto pressione e al limite del sadismo (e del masochismo), lo spazio in cui misurare se stessi e le proprie aspirazioni. Per diventare lo scrittore che vorrebbe, deve farsi cuoco; per trovare la materia di cui è fatta la sua opera, deve lavare i piatti, imparare ad aprire le ostriche, bruciarsi con le padelle roventi, partecipare alla caccia alle spigole, rispolverare vecchi manuali gastronomici, recuperare antiche tradizioni marinare, provare a reinventare le vite altrui.

Tony segue l’antieroe titolare nell’estate del 1975, quella in cui uscì Lo squalo: dopo aver millantato con chiunque – genitori compresi – la vittoria di una borsa di studio universitaria, il giovane newyorkese scappa nella cittadina costiera di Provincetown per raggiungere la ragazza della quale è innamorato. Finisce in un ristorante locale, si ingozza di ostriche, si ubriaca, importuna la cameriera, viene cacciato in malo modo finché, l’indomani, l’inflessibile e severo chef latino gli offre un posto da lavapiatti. All’insaputa di parenti e amici, compresa Nancy che lavora in una pizzeria e flirta con un collega, Tony trascorre in cucina l’estate più decisiva della sua vita.

Dominic Sessa e Leo Woodall in Tony
Dominic Sessa e Leo Woodall in Tony

 Dominic Sessa e Leo Woodall in Tony

Nell’epoca cinematografica più biografica di sempre, Tony – così stratificato e al contempo immediato, lineare eppure sorprendente – ci fa riconciliare con un non-genere fin troppo abusato, non solo inserendo il ritratto del protagonista all’interno di un contesto credibile e intrigante ma anche restituendo consistenza tridimensionale a un personaggio a rischio di figurina macchiettistica. E il merito non è solo dello straordinario Dominic Sessa, magnifica incarnazione dell’irrequietezza senza birignai, sempre sotto le righe con ammirevole sobrietà.

Matt Johnson, già autore del found footage cospirativo Operazione Avalanche e del sottostimato BlackBerry sulla creazione della linea di smartphone, ha l’umorismo necessario per intercettare i dolori e i furori di un giovane senza pace, costruisce le inquadrature senza paturnie geometriche ma lavorando nello spazio emotivo e fisico che c’è tra chi parla e chi ascolta.

Johnson – che ha anche scritto il film con Matthew Miller, Todd Bartels e Lou Howe, a partire proprio da Kitchen Confidential – si muove nel solco di quella tradizione new-hollywoodiana (Hal Ashby è un nume tutelare) evocata dal rapporto con corpi in scena che non sono fasci di nervi e ricettacoli di tensioni (dal carismatico e perfino “sacerdotale” Antonio Banderas a Leo Woodall, “mangiatore di peccati” incaricato di rappresentare la deriva autodistruttiva della professione, droga compresa), dalle atmosfere malinconiche a definire l’umore e la tenerezza di un’estate che è anche la fine di una stagione esistenziale (la fotografia di Michael Bauman, il dop di Paul Thomas Anderson: Licorice Pizza è una suggestione), dal rifiuto della retorica nostalgica nel plasmare un passato che non ha niente di memorabile se non per chi l’ha vissuto. Il bildungsroman, appunto, con l’ultimo sguardo della madre a ricordarci che il senso di un approdo è nel viaggio.