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Shannon Gorman and Brendan Fraser in RENTAL FAMILY. Photo by James Lisle/Searchlight Pictures. © 2025 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
In Italia non conosciamo il fenomeno delle rental family. Sono molto diffuse in Oriente, permettono di “affittare” degli attori e far loro incarnare qualche famigliare. Possono essere un genitore, un marito o una moglie (entro certi limiti), o anche un’amante immaginaria che invoca il perdono della vera consorte. Rental Family - Nelle vite degli altri di Hikari fa dunque luce su un aspetto del tutto inconsueto. Il protagonista è Brendan Fraser. “Interpreto un uomo che avrebbe voluto essere un grande attore. Purtroppo adesso è infelice. Appena arrivato in Giappone aveva ottenuto fama e denaro attraverso una grossa campagna marketing di una società importante. Ma poi tutto si è esaurito. Quando il proprietario di una rental family gli offre un lavoro, lui non si può sottrarre. È una persona cristallina, sincera, e crea una connessione immediata con i clienti che lo fa stare bene”, spiega Fraser.
Nella sua professione però c’è anche un dilemma etico.
Esatto. Si guadagna uno stipendio per mentire, anche ai bambini. È giusto fingere di essere un padre biologico per fare del bene? Nella società giapponese è necessario salvare le apparenze, altrimenti la piccola in questione non riuscirebbe a essere ammessa in una scuola prestigiosa. È interessante perché in una battuta viene detto: “Si può abitare per una vita intera in Giappone, avendo alla fine più domande che risposte”. Il mio personaggio vuole davvero instaurare legami. È alla ricerca di autenticità.
Conosceva le rental family prima del film?
No. È stata una sorpresa, mi sono anche domandato se fosse legale. Ma a Tokyo si può noleggiare qualsiasi cosa. Si può prendere in prestito una macchina di Super Mario e sfrecciare per le strade (ride, ndr). Le rental family esistono dagli anni Ottanta. Sono la conseguenza di un problema sociale, di un profondo senso di solitudine, nonostante si appartenga a una metropoli. In pochi possono fare gli eremiti, gli altri hanno bisogno di relazioni. I social media non aiutano, anzi amplificano il problema.
Lei si affiderebbe a una rental family?
Non so se accetterei di farne parte, ma so nel caso chi assumerei. Non ho mai avuto una sorella, e vorrei rimediare.
Nel film tutti fanno finta di essere qualcun altro. Come avete lavorato sul sottile confine tra verità e menzogna?
Questo è il tema centrale. Non è facile. Ogni caso è a parte, si può fare del male o del bene. La sicurezza è che non possiamo fare a meno del nostro prossimo. Sul Giappone ho imparato che a un certo punto bisogna staccare (ride, ndr). Che ovunque è necessario fare attenzione al cibo, che i legami di amicizia sono eterni. Ma ho anche capito che ci vorrei tornare, per esplorare, per immergermi nei misteri di quel grande Paese e godermi ancora la fioritura dei suoi ciliegi.
Com’è cambiata la sua vita dopo l’Oscar per The Whale?
È rimasta sempre la stessa. Forse l’unica differenza è che ha amplificato la mia vocazione all’approfondimento e allo studio. Sento un’enorme riconoscenza per coloro che mi hanno aiutato ad arrivare fino a qui. E adesso ho voglia di essere sempre più propositivo.
