Nel 2026 c’è ancora chi ha paura delle immagini. E no, non parliamo dei talebani, degli algoritmi di Facebook, degli iconoclasti della domenica. Parliamo dell’ASA, l’Advertising Standards Authority, l’organismo di autodisciplina della pubblicità britannica. Trenta segnalazioni di cittadini sono bastate a far sparire dalla metropolitana di Londra e dagli spazi esterni i manifesti di La mummia, l’horror di Lee Cronin.

Il poster incriminato: volto femminile mummificato, pelle grigia e cinerea, labbra screpolate, un occhio gonfio e chiuso, l’altro fisso e vuoto. Sotto, lo slogan «Some things are meant to stay buried», alcune cose sono destinate a restare sepolte. Per l’ASA, il concorso di questi elementi crea «l’impressione realistica di una bambina morta». Che si tratti di un personaggio immaginario non conta: sono i tratti umani riconoscibili a portare chi guarda a leggerla come la raffigurazione realistica di una bambina deceduta. Warner ha protestato che la creatura è una «mummia vivente» e che i manifesti erano passati al vaglio della concessionaria di Transport for London. Non è servito.

L’aspetto demenziale, tra i tanti, è che il film è uscito nel Regno Unito il 17 aprile, dalle sale britanniche è sparito da un pezzo e i manifesti erano già stati staccati alla fine della campagna. Di fatto, l’ASA vieta immagini che nessuno può più vedere.

È il merito, però, a inquietarmi. L’ASA non punisce la violenza, che nel manifesto non c’è, punisce il realismo. Lo stesso giorno, stesso distributore, sono state respinte una ventina di segnalazioni contro la campagna di They Will Kill You, accusata di glorificare i delitti con l’arma bianca e assolta perché le immagini erano stilizzate e chiaramente riconducibili alla finzione. Coltelli sì, volto messo maluccio no. Era già andata così a novembre con Predator: Badlands, vietato dopo due sole segnalazioni, con la Disney che spiegava invano che il corpo troncato apparteneva a un robot e l’ASA che replicava che, tanto, sembrava umano.

Qui abbiamo un organismo privato che stabilisce per via di codice che il pubblico non è in grado di compiere il passaggio dall’immagine alla sua convenzione iconografica. Siamo tornati al pre-iconografico, al significato primario o naturale, fattuale ed espressivo. Vediamo un essere umano un po’ morto e un po’ no, ma non vediamo la mummia. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che di immagini iperrealistiche e false ce ne arrivano addosso ogni giorno a migliaia. Con quelle che facciamo, un bel falò?

C’è l’altro lato, non meno sinistro. Chi decide che cosa è insopportabile, e in nome di chi? Se le immagini hanno davvero quel potere e l’unica soluzione è rimuoverle, allora tocca alla Strage degli Innocenti del Sacro Monte di Varallo, ai martiri e alle Passioni di qualunque chiesa di provincia, alla bambina mummificata vera che riposa nelle catacombe dei Cappuccini a Palermo. E tocca al British Museum, a pochi metri da una delle fermate della metropolitana incriminata, e alla mummia autentica di un bambino di due anni: ingresso libero per le scolaresche.

Si dirà: quella è arte, e in un museo o in una chiesa ci vai perché scegli di andarci; in metropolitana ci capiti anche per necessità. Vero. Ma il punto non è la libertà di esposizione. È se quell’esposizione faccia davvero male.

In un libro di trent’anni fa, Moving Images, David Buckingham ha indagato l’effetto della televisione sui bambini riguardo a ciò che trovano spaventoso, commovente o sconvolgente. L’indagine spazia da Nightmare a Il colore viola fino al telegiornale della sera, con la conclusione che ciò che li turba è spesso proprio il notiziario all’ora di cena. A fare la differenza è il giudizio di modalità, cioè lo statuto di realtà che lo spettatore attribuisce a ciò che vede. Una competenza che i bambini maneggiano molto prima di quanto gli adulti sospettino e che usano come scudo. Contro la cronaca vera lo scudo non funziona. Contro il manifesto di un film vietato ai diciotto anni funziona benissimo.

L’obiezione, giustissima, è che sotto i sei o sette anni quello scudo non c’è ancora. Non a caso l’ASA cita nel provvedimento la prossimità alla metro di asili nido. Il problema è che incappa in un cortocircuito peggiore. Che un bambino si spaventi non ci piove: i fratelli Grimm ci hanno costruito una fortuna. Resta da dimostrare che spaventare faccia male.
Così fosse, dovremmo vietare il telegiornale delle otto. Dove i bambini morti non sono, purtroppo, attori truccati.