Emanuele Di Nicola è un bravo critico e un esperto di cinema horror, al quale ha dedicato di recente un libro molto utile per comprendere le traiettorie contemporanee del genere, Nuovo cinema horror (Mimesis). È, non a caso, caporedattore di Nocturno, la testata italiana più autorevole se parliamo di certi film. Io ed Emanuele condividiamo anche un altro interesse: il lato oscuro del sacro. Lui arriva alla teologia dal cinema dell’orrore, io al cinema dell’orrore dalla teologia. Questa comune passione ci porta spesso a discutere degli horror che abbiamo appena visto. Sempre che il film lo consenta.

È accaduto anche l’altra sera, dopo la proiezione stampa di Lee Cronin's The Mummy. Lo scrivo tutto in corsivo perché il genitivo sassone fa proprio parte del titolo (in italiano sono stati più vaghi: Lee Cronin – La mummia). Vanità d’autore, forse, da parte di uno degli astri nascenti del genere. Ma anche avviso ai naviganti: questo non è un altro film sul mito della Mummia. Non è apparentabile ai classici Universal né ai fumettoni in stile Predatori dell’Arca perduta di anni più recenti, quelli con Brendan Fraser e Tom Cruise. Non ha l’esotismo hollywoodiano né l’impeto colonialista di quei polpettoni, pure divertenti. Non tratta di amanti separati dal tempo, maledizioni di Tutankhamon e fascinazioni per l’archeologia proibita.

Jack Reynor in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse’s “LEE CRONIN’S THE MUMMY.” A Warner Bros. Pictures Release. Photo by Patrick Redmond
Jack Reynor in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse’s “LEE CRONIN’S THE MUMMY.” A Warner Bros. Pictures Release. Photo by Patrick Redmond

Jack Reynor in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse’s “LEE CRONIN’S THE MUMMY.”  A Warner Bros. Pictures Release. Photo by Patrick Redmond

Il messaggio di Emanuele, puntuale, mi arriva su WhatsApp mentre sono già in auto, sulla via del ritorno: “Bello La Mummia eh! Lo riporta a ciò che è davvero, una possessione. Molto tosto e fa anche paura”. Ora per invogliare gli indecisi, questo semplice messaggio basterebbe e avanzerebbe come recensione, considerato il tenore di quello che si legge in giro. Ma siccome siamo su Cinematografo, corre l’obbligo di approfondire. D’ora in avanti, dunque, il discorso riguarda chi il film lo ha già visto, perché non ci preoccuperemo di evitare gli spoiler.

Secondo Di Nicola dunque, Lee Cronin, attribuendosi nel titolo la paternità di una nuova Mummia, con una miscela quasi uguale di coraggio e spocchia, avrebbe soprattutto ritrovato la vena originaria del mito. Le cose stanno veramente così?
Nel film, una bambina viene rapita al Cairo e sottoposta a un terribile rituale. Otto anni dopo, la sua famiglia americana viene richiamata in Egitto: la figlia è stata ritrovata all’interno di un antico sarcofago egizio. La riportano a casa, sperando di poterla lentamente restituire alla vita. Ma nella ragazza c’è qualcosa che non va. Qualcosa si è annidato dentro di lei.

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond
A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

 

In effetti il film sposa la tesi della possessione, al punto da sembrare a tratti un crossover con The Conjuring (non a caso è prodotto da James Wan, artefice della saga dei Warren). Ma si tratta, crediamo, di una forzatura deliberata da parte di Cronin, funzionale all’esigenza primaria del progetto: tornare a fare della mummia un essere realmente spaventoso. Il regista irlandese ha spiegato come la sua interpretazione del mito rifiuti la tradizionale lettura del mostro egizio, preferendo legare la sua figura a “ciò che riaffiora in ritardo, a qualcosa che era stato nascosto e che torna nel presente”. È qui, secondo me, il punto di contatto con la mitologia della possessione. Pensiamo a Pazuzu ne L’esorcista, che riaffiora come reliquia maledetta dalle viscere di una terra mediorientale, durante gli scavi archeologici condotti da padre Merrin. L’idea della possessione torna qui, ma staccandosi dalla cornice di un immaginario horror cristiano per riemergere come patogeno latente, qualcosa legato quasi alla grammatica virologica di questi anni. Del resto, il demone - che porta un nome del tutto inventato e indifferente alla tradizione biblica posteriore - viene trasmesso per bocca.

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond
A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

 

Qui avviene però un fatto curioso. La sovrapposizione tra demonologia ed eziologia non era estranea all’antico Egitto. In un saggio del 2024 pubblicato da Oxford University Press, Ideas of Possession in Ancient Egypt and Mesopotamia: A Comparative Survey, Ulrike Steinert e Jonathan (Jonny) Russell sostengono che, al tempo dei faraoni, i demoni potessero essere assimilati ad agenti di malattia. Diversi testi medici egiziani e mesopotamici analizzati attribuiscono infatti stati patologici ad agenti sovrumani esterni, in particolare demoni e spiriti dei morti. A conclusioni analoghe arriva anche l’egittologa italiana Rita Lucarelli nel saggio Illness as Divine Punishment: The Nature and Function of the Disease-Carrier Demons in the Ancient Egyptian Magical Texts. L’antico Egitto, dunque, conosceva l’idea di entità esterne capaci di aggredire il soggetto e di alterarne corpo, mente e comportamento. Non sarebbe strano se Cronin fosse venuto a contatto, direttamente o indirettamente, con questa linea di studi.
 

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond
A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

 

Il fattore demonologico è comunque centrale nel film anche per altri due aspetti: quello strettamente religioso e quello più filosofico. A riguardo Emanuele Di Nicola è lapidario in un messaggio successivo: “È una possessione senza esorcismo”. Una formula molto efficace, che dice da un lato lo slittamento rispetto a una matrice religiosa troppo cristiano-centrica; dall’altro il pensiero debole dell’horror contemporaneo, apparentemente sprovvisto - come il mondo che racconta - di soluzioni definitive, in uno stato di perpetua e latente disperazione, mitigata solo da correttivi, soluzioni tampone, interventi di breve periodo. È l’horror del confinamento del Male, della presa d’atto che esso non è mai davvero vincibile una volta per tutte. Si torna così a una concezione quasi pre-religiosa, o forse pre-monoteistica, in cui il maligno imperversa come potenza originaria del mondo, al di fuori della narrazione e della spiegazione biblica. È il tremendum di Rudolf Otto, gli dei/demoni originari di Eliade, spogliati di una connotazione negativa, portato del monoteismo e del concetto di idolatria. Ma sono temi che ci porterebbero lontano. Qui bastava delimitare il perimetro precristiano in cui si muove il film, al punto che le tradizionali armi di lotta al demone (preghiere, crocifissi, rosari) risultano non solo inefficaci, ma vengono trasformate dallo spirito maligno in strumenti di morte.

Così svanisce anche il concetto stesso di lotta tra luce e tenebre nel corpo dell’innocente, leitmotiv del possession movie, da L’esorcista a The Conjuring. I corpi non sono posseduti dal demone ma, al contrario, servono a contenerlo, a confinarlo. Proprio la dimensione ritualistica è forse l’aspetto più potentemente religioso del film. Il “sacrificio” dell’innocente Katie richiama le pratiche pagane di contenimento della violenza di cui parla René Girard in La violenza e il sacro. L’antropologo francese insiste sul carattere innocente del capro espiatorio, perché solo l’innocenza della vittima può spezzare il circolo della violenza, evitando la sua propagazione e il suo contagio. È curioso che anche qui si ricorra a un termine proveniente dalla medicina. Il film di Cronin ne assume però solo le premesse, rifiutando fino in fondo la giustizia dell’agnello sacrificale, inaccettabile agli occhi del moderno occidentale, e ancor più in un film americano. Finisce così, piuttosto banalmente, per rilanciare l’antica legge del taglione: poco importa se, occhio per occhio, il mondo diventa cieco.

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond
A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

A scene from New Line Cinema, Atomic Monster and Blumhouse's LEE CRONIN'S THE MUMMY. A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo by Patrick Redmond

 

E qui veniamo al significato politico del film, su cui io ed Emanuele abbiamo opinioni diverse. O meglio: lui tende a sottolineare gli aspetti di rottura dell’operazione, che a mio avviso sono soprattutto estetici. Io invece trovo il film abbastanza tradizionale, quando non del tutto incapace di affrancarsi da un certo pregiudizio occidentalista nei confronti dell’Altro - l’Egitto - e soprattutto quando torna a rifugiarsi nella scena madre dell’horror americano: la famiglia minacciata. Da questo punto di vista mi sembra piuttosto scontato l’abbinamento tra rimozione della colpa paterna e disseppellimento del maligno, ma tant’è.

Il film si rivela invece più originale - per quanto gli è dato di esserlo; e qui Di Nicola ha ragione quando osserva che l’horror riscrive sempre se stesso - sul piano performativo, cioè nel modo in cui agisce sullo spettatore. Cronin evoca inizialmente l’orizzonte di The Conjuring, ma presto se ne distacca, abbandonando la logica del jumpscare a favore di un horror più corporeo e materico, fatto di gore, body horror e repulsione: scarnificazioni, fluidi corporei, putrefazione, insetti. Scorpioni e scarabei, del resto, restano un topos imprescindibile del mummy movie. Senza scomodare necessariamente Bataille, si può dire che Cronin sa mobilitare il “basso materiale” in una chiave insieme dissacratoria e orrorifica. A tal proposito ci regala almeno una sequenza d’antologia, quella del funerale della nonna, in un crescendo grottesco che mi ha ricordato certe traversate marine di Östlund. E poi il finale, con tanto di sollevazione demoniaca dei figli contro i padri e le madri, in un tripudio di oscenità e violenza.

BILLIE ROY as Maud Cannon in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse's “LEE CRONIN'S THE MUMMY.” A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures
BILLIE ROY as Maud Cannon in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse's “LEE CRONIN'S THE MUMMY.” A Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures

BILLIE ROY as Maud Cannon in New Line Cinema’s, Atomic Monster’s and Blumhouse's “LEE CRONIN'S THE MUMMY.” A Warner Bros. Pictures Release.
Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures

Il film è disseminato di richiami. Impossibile non cogliere la strizzatina d’occhio all’analog horror quando scopriamo che il rituale di contenimento viene registrato su una videocassetta. È il supporto usato per un rituale di rivivificazione anche in un altro horror recente, l’australiano Bring Her Back. Ma a me ha ricordato soprattutto le trasmissioni mediali a bassa definizione di Il signore del male di John Carpenter. Guarda caso un altro horror in cui il male è una forza trattenuta, compressa in un recipiente.

A livello di scrittura, il film è diviso in due parti, con la prima, quella egiziana, un po’ meno compatta ed efficace della seconda. Tra il setting africano e quello americano, però, Cronin evita contrapposizioni troppo stridenti, ambientando la seconda parte in una zona desertica di Albuquerque, nel New Mexico. Mantiene così, grazie all’elemento sabbioso che accomuna i due ambienti, tonalità giallastre per gli esterni e colori molto più scuri, tra il blu e il verde industriale, per gli interni.

A non rubare l’occhio, semmai, è il cast, ma sembra quasi una regola del genere. E tuttavia sarebbe ingeneroso dire che gli interpreti non siano perfettamente accordati ai personaggi. A partire da un attore irlandese come Jack Reynor, capace di restituire con efficacia la medietas americana e l’ottusa naïveté di chi viene costantemente travolto dagli avvenimenti. Funzionano molto bene anche i più piccoli. Resta un po’ in ombra Laia Costa nei panni della madre, mentre si impongono di più l’egiziana May Calamawy e la messicana Veronica Falcón.

In definitiva, La Mummia di Lee Cronin conferma il talento (e l’ambizione) di un regista desideroso di rivisitare, se non di rifondare, alcuni classici del genere. Il precedente era La casa – Il risveglio del male; qui il progetto si fa ancora più scoperto. Cronin guarda al passato, ma lo fa con una sensibilità contemporanea consapevole della storia del genere e delle sue questioni più spiccatamente teoriche. L’horror resta vigile, attento alle brutte cose che possono ridestarsi ovunque e in qualunque momento. E forse non è un caso se la prima arma di contenimento non siano nemmeno le immagini – già rivelatesi foriere di guai negli esiti dei rituali registrati in vhs - ma le parole. Con Emanuele Di Nicola dovremo discutere un giorno anche di questo.