Zona d’ombra

Le conseguenze da trauma cranico del football americano. Fino a che punto vale la vita di un uomo?

20 Aprile 2016
3/5
Zona d’ombra
Will Smith in Zona d'ombra

Provate ad immaginare che nel giuoco del calcio si decida di vietare il colpo di testa. O che nella boxe non si possa colpire l’avversario dal collo in su. Ecco, nel 2002, in seguito alla tragica morte dell’ex giocatore di football americano Mike Webster (per tutti Iron Mike, leggendario centro dei Pittsburgh Steelers), c’è stato qualcuno che ha provato a far notare i pericoli letali di uno sport dove il trauma cranico è all’ordine dei minuti. Un neuropatologo nigeriano, Bennet Omalu (Will Smith), che fino a quel momento non aveva mai visto neanche una partita dell’NFL. E che, da quel momento, venne considerato dall’NFL stessa il nemico pubblico numero uno.

Dopo Parkland, Peter Landesman si concentra su un’altra storia vera, lì erano i giorni immediatamente successivi alla morte di JFK, qui tutto prende le mosse da “Game Brain”, articolo di Jeanne Marie Laskas pubblicato su GQ in cui si faceva luce sulla ricerca di Omalu, che dopo quello di Webster prese in esame il cervello di altri “cadaveri eccellenti”, tutte ex stelle NFL come Terry Long, Andre Waters e Dave Duerson, morti tragicamente in seguito alla malattia degenerativa che Omalu definì CTE (encefalopatia cronica traumatica), causa di amnesie, disorientamento, demenza, disartria e via discorrendo.

Il film, che Landesman dirige senza particolare originalità e senza servirsi di chissà quali stratagemmi, apre però un importante squarcio sull’annosa questione tra ciò che sarebbe giusto fare e ciò che sarebbe tremendamente impopolare, per non parlare degli interessi monstre che orbitano intorno ad un universo quale quello del football americano negli States. Ecco allora che la narrazione si fa via via più “spettacolare”, puntando sui risvolti thriller della vicenda (Omalu e la moglie che vedono minacce ovunque), senza però mai perdere di vista l’indubbia e assoluta integrità di un personaggio che, anche grazie all’interpretazione di un Will Smith piuttosto monocorde, sembra provenire da un altro pianeta. Effetto sicuramente voluto, per carità, ma che alla lunga rischia di sembrare posticcio.

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